2 Ottobre 2022

Lezioni e strategie future della guerra in Ucraina

Esattamente un mese fa la Russia muoveva guerra all’Ucraina. Un’invasione pianificata da Mosca senza alcun casus belli o atto ostile da parte di Kyiv, otto anni dopo l’aggressione russa che nel 2014 portò all’annessione illegittima della Crimea, all’instaurazione di due repubbliche separatiste nel Donbass, e a circa 14 mila vittime fino allo scorso 23 febbraio. Solo nell’ultimo mese la seconda guerra ucraina voluta da Putin ne ha causati almeno altrettanti tra militari e civili.

Dalla tragedia del conflitto russo-ucraino si possono trarre alcune lezioni sul rapporto tra guerra, diplomazia e politica sia sul versante di Mosca che su quello di Kyiv, nonché dell’Occidente che non si è voltato dall’altra parte di fronte all’atto di guerra di Putin. Lezioni utili per comprendere la realtà e ricostruire una pace, stabilità e sicurezza in Europa che non coincidano con la resa all’imperialismo delle potenze autoritarie del nostro tempo.

La nebbia della guerra

La prima lezione è una conferma della fog of war teorizzata due secoli fa da Clausewitz, la nebbia che avvolge il campo di battaglia ottocentesco e per analogia l’intero conflitto, rendendo difficile prevederne l’andamento. Al tempo delle immagini satellitari, dello spionaggio cibernetico e di un’intelligence pervasiva, è ancora possibile sottostimare le forze ucraine e sovrastimare quelle russe da parte sia di Putin, sia di molti in Italia e in Europa.

Solo su pochi media italiani, tra cui AffarInternazionali, il 25 febbraio scorso si metteva in guardia sul fatto che era arduo ipotizzare come, in che misura e per quanto tempo la Russia sarebbe riuscita a controllare tutta o parte dell’Ucraina, anche considerato che il territorio attaccato era nove volte quello conquistato facilmente da Mosca nel 2014.

A un mese dall’inizio del conflitto, Kyiv non solo non è stata presa dai russi ma non è stata neanche cinta d’assedio. Le maggiori città a Est e a Nord – Kharkiv, Sumy – resistono, e le forze armate ucraine sono in grado di difendersi, manovrare e contrattaccare, infliggendo pesanti perdite all’invasore.

Il valore dell’elemento umano

La seconda lezione riguarda la forza dell’elemento umano a favore di chi difende la propria casa, famiglia, villaggio e Paese. Per gli ucraini era chiaro da tempo che la posta in gioco stavolta era la sovranità nazionale, le libertà e i diritti dei cittadini, lo stato in cui vivere in futuro.

Le forze armate non hanno disertato, la leadership politica non è fuggita – a differenza dell’Afghanistan – dando un contributo fondamentale al morale della popolazione, e molti civili si sono  arruolati nella guardia nazionale oppure aiutano con rifornimenti, trasporti e avvistamenti di movimenti nemici.

Se è vero che la Russia spende in equipaggiamenti militari dieci volte quanto l’Ucraina – rispettivamente circa 62 e 6 miliardi di dollari nel 2020 – è anche vero che solo 190.000 unità russe – su 900.000 effettivi – hanno invaso uno stato da 44 milioni di abitanti che dispone di 200.000 militari, mentre quasi tutta la popolazione ucraina – compresa quella di lingua russa – si è unita alla lotta per il proprio Paese sotto attacco.

I fondamentali: mezzi, rifornimenti, logistica

L’elemento umano ucraino si è innestato sull’errore di valutazione russo delle forze in campo.  L’obiettivo politico di Putin, da tempo denunciato dagli Stati Uniti e di fronte al quale molti europei avevano chiuso gli occhi, era rovesciare lo stato ucraino, annettere una parte dell’Ucraina tra Donbass e Crimea, e istallare un governo fantoccio sul territorio rimanente.

Di conseguenza la pianificazione russa prevedeva un attacco in profondità su Kyiv dalla Bielorussia supportato da truppe aviotrasportate, una forte avanzata dalla Crimea nel sud, e un’attività limitata dal Donbass dove erano schierate il grosso delle forze ucraine che si voleva aggirare. Si riteneva sufficiente una campagna di bombardamenti di pochi giorni, il blocco navale e l’avanzata delle colonne di mezzi pesanti russi. Di conseguenza, Mosca non ha messo in campo né una campagna aerea in grado di distruggere completamente la contraerea ucraina, né forze di fanteria sufficienti per operare su larga scala insieme ai carri armati, né difese ravvicinate adeguate contro i droni armati forniti da Istanbul a Kiev.

Di fronte alla tenace resistenza ucraina, nel giro di due settimane sono emersi i problemi russi quanto ad adeguatezza di forze e mezzi, munizionamento, rifornimenti e logistica. L’impiego crescente di riservisti, mercenari e milizie cecene, nonché lo spostamento di ulteriori forze russe dal Caucaso e dall’Asia centrale, sono il segno che Mosca sta raschiando il fondo del barile delle proprie capacità militari.

L’uso nella quarta settimana di guerra di missili ipersonici da parte russa rappresenta un segno di debolezza piuttosto che di forza. Armi così costose e avanzate sono sviluppate per coprire distanze transoceaniche ad elevatissima velocità e penetrare così le difese americane, in un’ottica di deterrenza e intimidazione verso la NATO. Impiegarle per colpire un deposito di armi in Ucraina che poteva essere distrutto da un ben più modesto bombardiere indica che la Russia non ha molta disponibilità neanche di questi ultimi, né la certezza di non vederli abbattuti dalla contraerea ucraina, e un eventuale uso prolungato di missili ipersonici in Ucraina sarebbe di fatto uno spreco di risorse per la Russia.

L’elemento materiale si intreccia con l’elemento umano. Le scene di soldati russi che cercano cibo nelle case e nei negozi dei villaggi conquistati sono indicative del morale di truppe non preparate ad una guerra di attrito come quella in corso.

Il cambio di strategia russo

Di fronte al sostanziale fallimento del piano iniziale, Mosca ha cercato di adattare la propria strategia. Da un lato ha intensificato i bombardamenti aerei e i tiri di artiglieria anche contro obiettivi civili, con lo scopo di piegare la resistenza di alcune città – Mariupol in primis – e in generale di spingere la popolazione ucraina a fuggire o a premere sul vertice politico perché accetti una pace simile a una resa.

Dall’altro ha concentrato l’offensiva su Mariupol per raggiungere almeno un risultato importante pur se meno ambizioso dell’originale: il controllo della fascia costiera che collega il Donbass alla Crimea, e quindi dell’intero Mar d’Azov. Ciò permetterebbe alla Russia di consolidare le conquiste effettuate nel 2014, di ridurre fortemente lo sbocco al mare dell’Ucraina, e di rafforzare la propria proiezione nel Mar Nero. Nonché di dipingere, tramite la propaganda interna, l’immagine di una vittoria salvifica per le popolazioni i quella che tre secoli fa era la Novorossija.

Tuttavia proprio Mariupol ha opposto una resistenza così tenace che le forze russe non solo hanno ricorso a bombardamenti a tappeto, ma hanno privato mezzo milione di abitanti di riscaldamento, elettricità, acqua corrente, medicinali e cibo, rendendosi colpevoli di un immane disastro umanitario. Eppure Mariupol, a un mese dall’inizio della guerra, resiste casa per casa. Tutto il potenziale bellico approntato da Putin non è riuscito finora a pendere una città grande come Genova. E se ci riuscirà, non sarà con una vittoria sul campo, ma affamando la popolazione in mezzo alle macerie.

L’approccio indiretto dell’Occidente 

L’Occidente non è in guerra con la Russia, né a livello collettivo – NATO, UE – né come singoli Paesi. Ma è toccato nei suoi interessi e valori dal conflitto russo-ucraino, ed ha adottato un approccio indiretto basato su due elementi. Da un lato, circoscrivere la guerra all’Ucraina, evitando un coinvolgimento diretto di forze armate Nato e quindi una escalation con la Russia, e concentrando le proprie unità solo all’interno dei Paesi membri dell’Alleanza, dai Baltici alla Bulgaria. Dall’altro lato, mettere pressione sulla leadership russa sia sul piano economico tramite sanzioni senza precedenti, sia sul piano militare con la donazione di equipaggiamenti all’esercito ucraino.

In questo approccio indiretto si inquadra meglio anche la complessa partita diplomatica tra Stati Uniti e Cina rispetto alla guerra russo-ucraina, che a marzo ha fatto una tappa importante a Roma con un incontro bilaterale ad alto livello. Data la posizione ambigua di Pechino verso il conflitto, Washington probabilmente puntava a limitare il supporto cinese alla Russia al solo piano politico-diplomatico, evitando o riducendo il più possibile quello economico-militare visto che proprio lì si punta a logorare Mosca.

Si tratta di una strategia in linea con gli insegnamenti di Sun Tzu e Liddell Hart, volto a logorare l’avversario colpendolo sul suo punto debole – l’economia – senza uno scontro diretto. La Nato dispiegherà battaglioni multinazionali in Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria – come annunciato dal segretario Jens Stoltenberg in previsione del vertice del 24 marzo –  e fornirà ulteriori aiuti militari all’Ucraina ma senza spingersi né verso l’invio di velivoli da combattimento né tantomeno verso una no-fly zone che rappresenterebbe un’escalation pericolosa con Mosca.

L’approccio indiretto richiede tempo per avere efficacia, e si basa sull’assunto della razionalità  dell’avversario. Una razionalità nel caso di Putin da condannare in toto, ma anche da comprendere per poterla influenzare. Arrivare al punto di non poter più pagare gli stipendi delle forze di polizia e in generale dei dipendenti statali russi potrebbe essere per il Cremlino un valido incentivo a negoziare un accordo con Kyiv. Ma ciò potrà avvenire solo se Kyiv sarà ancora la capitale di uno stato sovrano, cioè se gli aiuti militari occidentali alla resistenza ucraina contribuiranno a fermare definitivamente l’avanzata russa, cosa che sembra stia avvenendo già su diversi fronti.

Il fattore tempo a questo punto lavora contro la Russia. Più l’Ucraina resiste ed è aiutata a resistere, più potrà salvare territorio e popolazione dal controllo o annessione russa.

Guerra pace e diplomazia

Guerra e pace sono ovviamente in antitesi, e altrettanto ovviamente la seconda resta l’obiettivo da perseguire. Ma, realisticamente, guerra e diplomazia non si escludono, anzi si intrecciano ed influenzano a vicenda, nel bene e nel male. Senza la resistenza ucraina non vi sarebbe stata una soluzione diplomatica alla guerra, ma solo la brutale occupazione russa di uno stato pacifico, sovrano e democratico. Fornire armi a Kyiv non preclude ai Paesi membri della NATO un ruolo di mediatore nei negoziati tra Russia e Ucraina, come sta avvenendo con l’attivismo di Francia e Turchia – e come è avvenuto più volte durante la Guerra Fredda in diversi contesti.

A un mese dalla guerra e con Kyiv fuori portata per Mosca, occorre ora interrogarsi in Occidente su come aggiornare l’approccio indiretto per trovare una soluzione diplomatica al conflitto, rispetto a due punti chiave. Il primo riguarda l’ipotesi di un cambio di regime a Mosca, che va tolta esplicitamente da qualsiasi tavolo. Non bisogna infatti scambiare l’aspettativa per la strategia. Per quanto sia desiderabile una transizione democratica della Russia dopo l’involuzione autoritaria dell’ultimo ventennio, perseguirla attivamente vuol dire spingere Putin a intensificare la guerra in Ucraina perché la vedrebbe legata alla sopravvivenza stessa della sua leadership.

Il secondo punto riguarda l’ipotesi di un ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Fermo restando che sarebbe un cambiamento enorme per l’Ue con molteplici pro e contro – soprattutto contro – da valutare con calma e attenzione, nell’immediato del conflitto questa ipotesi può avere un effetto indesiderato, dannoso e pericoloso. Di fronte alla prospettiva che tutto il territorio non ancora occupato dalla Russia, ovvero più dell’80% del Ucraina, entri nell’Ue collocandosi strutturalmente in campo occidentale, Putin potrebbe essere incentivato a giocare il tutto per tutto nel conflitto piuttosto che a trattarne la fine.

In aggiunta alla strategia indiretta perseguita finora, sgombrare il campo dalle ipotesi sia di cambio di regime a Mosca sia di ingresso di Kyiv nell’Unione permetterebbe all’attuale leadership russa di vedere una via di uscita praticabile dal vicolo cieco militare in cui è finita, e quindi di negoziare seriamente con l’Ucraina i termini di un armistizio. Da parte occidentale serve un delicato esercizio di realismo, diplomazia e uso della forza militare, al servizio di una pace che non sia la resa di Kiev ma che sia accettabile per Mosca.

Foto di copertina EPA/Andrzej Lange

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