25 Giugno 2022

Il pericolo delle ‘democrazie illiberali’ sul futuro dell’Ue

Fa una grande impressione mettere a confronto due immagini della scorsa domenica. Da una parte la tragedia di Bucha in Ucraina, con i cadaveri di civili abbandonati lungo le strade semidistrutte dall’occupazione russa, cui sono con tutta evidenza da attribuire le esecuzioni sommarie di persone inermi. Dall’altra, la sera dello stesso giorno, il comizio festante per il trionfo elettorale di Viktor Orbán per un quarto mandato al governo dell’Ungheria. Ovviamente non vi sono collegamenti diretti fra i due eventi. Ma di fronte alla guerra scatenata dalla Russia in un paese confinante con l’Ungheria è quantomeno stupefacente constatare come l’elettorato ungherese abbia deciso di premiare nuovamente l’autocrate di Budapest, grande ammiratore e sostenitore di Vladimir Putin.

Ungheria e il gruppo di Visegrad

È vero che Orbán, magari controvoglia, ha accettato le sanzioni dell’Ue contro il governo di Mosca, ma allo stesso tempo ha negato il passaggio dal suo paese degli armamenti Nato per aiutare la resistenza del popolo ucraino. Tanto che su questo rifiuto è stata cancellata la riunione del cosiddetto Gruppo dei 4 di Visegrad, composto oltre che dall’Ungheria, da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Non era mai successo prima. D’altronde è difficile conciliare le posizioni di una Polonia in prima fila nel guidare la sfida aperta a Putin con quella di un Orbán legato mano e piedi a Mosca non solo per la dipendenza al 70% dal gas russo, ma soprattutto per una vicinanza ideologica allo zar del Cremlino.

Viktor Orbán è in effetti l’inventore del distruttivo ossimoro sulla “democrazia illiberale”: distruttivo, perché su questa base egli ha messo sotto il controllo dell’esecutivo il sistema giudiziario del suo paese e ha varato una legislazione liberticida nei confronti della stampa e delle organizzazioni non governative.

È proprio alla luce dell’indebolimento della democrazia ungherese che nel 2018 il Parlamento europeo aveva sollecitato la Commissione a lanciare una procedura d’infrazione contro Budapest, il cui governo stava calpestando i principi e i valori cardine su cui si basa l’intera costruzione dell’Unione europea. Similmente la Commissione aveva aperto un paio d’anni prima analoga procedura per violazione dell’art.7 nei confronti della Polonia. Ma entrambe le mosse delle due istituzioni europee, che possono portare i Paesi sotto accusa alla sospensione dai meccanismi istituzionali dell’Ue, sono finite in un nulla di fatto per il semplice motivo che esse prevedono ad un certo punto l’unanimità in seno al Consiglio europeo. Oggi, tuttavia, la sfida con il regime ungherese si riapre su nuovi fronti.

Il gas e il problema di ulteriori sanzioni

Il primo è che dopo la strage di Bucha, si vogliono inasprire ancora di più le sanzioni contro Mosca, magari arrivando a decidere la chiusura unilaterale dei gasdotti russi verso l’Europa con la speranza di accelerare la fine del conflitto. Decisione difficilissima da prendere per molti europei troppo dipendenti dalle forniture russe, come ad esempio Bulgaria e Romania che superano le percentuali dell’Ungheria. Ma anche per Italia e Germania sarebbe oltremodo complicato adottare una misura del genere poiché le nostre importazioni di gas russo si collocano rispettivamente al 40% e al 55%, con l’aggravante per di più di essere i due maggiori paesi manifatturieri d’Europa e quindi particolarmente legati a robusti rifornimenti energetici.

Probabile quindi che una tale proposta, superata l’emozione di Bucha, non vedrà la luce e in effetti già da subito Germania ed Austria hanno avanzato riserve al riguardo. Ma anche se si superassero tali riserve, ci sarebbe da scommettere che l’Ungheria di Orbán porrebbe il veto bloccando una deliberazione che può passare solo con un voto unanime da parte dei 27 paesi membri. Anche per questo motivo la Commissione sta cercando di muoversi con estrema cautela, varando una strategia di piccoli passi che dovrebbe cominciare con il blocco delle importazioni di carbone dalla Russia e poi, magari, del petrolio. Ma il vero oggetto del contendere è ovviamente il gas.

Serbia e Ungheria: la crisi della democrazia

Tornando alle elezioni ungheresi e al loro significato politico per la democrazia europea, vale la pena allargare lo sguardo alle contemporanee elezioni presidenziali in Serbia, dove è stato riconfermato il leader estremista Aleksandar Vučić, anch’esso dichiaratamente filo russo, tanto da avere ceduto a Gazprom l’intera compagnia petrolifera nazionale. Insomma, anche qui siamo di fronte ad un autocrate, forse un po’ meno aggressivo di Orbán, perché cerca in tutti i modi di avviare un processo negoziale per entrare nell’Ue, pur rimanendo vincolato alla Russia. Una politica di ambiguo equilibrio fra Mosca e Bruxelles dettata da interessi nazionali, ma di grande imbarazzo per l’Ue che non vuole cedere i Balcani all’influenza di Putin.

Più in generale, tuttavia, si avverte in queste votazioni una potente attrazione per modelli di governo autoritari, ai quali il tema della democrazia e dei suoi meccanismi istituzionali interessa sempre meno. Un campanello d’allarme, assieme alla guerra, per le nostre democrazie, che hanno una grandissima necessità di rinnovarsi radicalmente e di riproporsi ai propri elettori ancora come il migliore sistema di governo. C’è da dubitare che la recente proposta di Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo, di proporre l’utilizzo nei confronti dell’Ungheria del meccanismo di condizionalità varato a fatica nel gennaio del 2021 all’interno del Recovery Fund, possa rimediare ai guasti del voto ungherese.

Come è noto si tratta del blocco del trasferimento dei fondi in paesi che sono sospettati di frode e corruzione nell’utilizzo delle risorse comunitarie. Una procedura che per divenire effettiva necessita del solo voto a maggioranza qualificata. Ma a parte il fatto che essa può apparire come una ritardata vendetta di Bruxelles contro il regime di Orbán, c’è anche da chiedersi quale atteggiamento la Commissione adotterà nei confronti della Polonia che è nelle stesse condizioni dell’Ungheria quanto a rispetto della democrazia e delle sue regole. Solo che oggi Varsavia è di fondamentale importanza per il ruolo che gioca nell’accoglienza dei rifugiati e nel sostegno alla resistenza ucraina.

La battaglia democratica dell’Europa

Non è questa la sola strada per difendere la democrazia in Europa. È chiaro che la guerra di Putin è una guerra contro la democrazia, non solo in Ucraina, ma nel resto del continente. Il suo obiettivo è quello di dividere sempre di più l’Unione e di trattare con i singoli paesi europei. Il prossimo passaggio in questa strategia possono essere le elezioni francesi e la rielezione o meno di Emmanuel Macron alla presidenza. Allora sì, in caso di sconfitta di Macron, sarebbero guai per il futuro dell’Ue.

La battaglia contro il populismo e il nazionalismo, che ne è fedele compagno, deve essere combattuta contemporaneamente all’interno dell’Ue e dei suoi singoli stati membri. L’Ue dimostrando sempre di più la sua anima politica (e non semplicemente burocratica) e la sua capacità di difendere gli interessi comuni, anche nel campo della difesa e della sicurezza di tutti noi. I singoli governi e le forze politiche nazionali in uno sforzo di rinnovamento dei meccanismi democratici nazionali. Una battaglia che va iniziata immediatamente per evitare un progressivo scivolamento verso modelli sempre più autocratici e in prospettiva dittatoriali.

Foto di copertina EPA/JOHN THYS / POOL