6 Ottobre 2022

Le condizioni per un nuovo dialogo sulla crisi in Ucraina

Abbiamo assistito la settimana scorsa ad una vera e propria maratona diplomatica senza precedenti che ha coinvolto vertici delle maggiori potenze e organizzazioni interessate alla sicurezza Europea. Sono stati riattivati meccanismi come l’Osce, il Consiglio Nato/Russia e rievocate iniziative come quella italiana detta di “Pratica di Mare” sui rapporti con la Russia che sembravano sepolte nell’oblio. Tutto questo può apparire rassicurante ma è anche l’indice del livello di pericolosità della situazione.

Le proposte russe

Mosca ha in parte spiazzato i suoi interlocutori anticipando già il mese scorso due testi di accordo confezionati in tutti i dettagli quasi che dovessero essere adottati seduta stante. Ha proposto bilateralmente agli USA un “Trattato sulle Garanzie di Sicurezza” che impedirebbe ai due paesi di schierare fuori dai propri territori nazionali forze terrestri, aeree navali e missili capaci di colpirsi reciprocamente. La proposta lascerebbe i paesi europei sotto la minaccia russa senza più l’ombrello USA che sarebbe relegato al proprio territorio nazionale. È una soluzione che forse sarebbe stata accettata da Donald Trump, poco sensibile agli interessi degli europei, ma non lo è per Biden contrario ad un de-coupling tra Stati Uniti e Europa.

Forse sarebbe meno indigesta per la Nato una seconda proposta russa: quella di stabilire “Misure di Sicurezza tra la Federazione Russa e i paesi della Nato”. Non si tratta di una novità poiché, come ha già scritto recentemente Francesco Bascone su Affari Internazionali, Confidence building measures di natura militare furono concordate in Europa sin dal 1975. Questa volta le proposte di Mosca sarebbero giuridicamente vincolanti e riguarderebbero misure come la proibizione di grandi esercitazioni militari in prossimità delle frontiere, la notifica previa delle manovre e movimenti di forze, lo scambio di informazioni sulle dottrine militari.

Un nuovo rapporto Nato/Russia

Si vorrebbero rilanciare in tale contesto anche le sorti del dormiente Consiglio Nato/Russia e soprattutto ridurre i rischi di incidenti militari in mare e nei cieli tra velivoli e navi appartenenti ai due schieramenti. Si tratta di un rischio reale che si corre quasi quotidianamente e su cui think tank europei come il ELN di Londra hanno già effettuato studi approfonditi.

Merita anche uno studio più approfondito la proposta di non schierare missili terrestri a raggio intermedio “capaci di raggiungere il territorio della controparte”. Si tratterebbe di un ritorno parziale al Trattato INF che a differenza della proposta russa aveva condotto all’eliminazione vera e propria degli “Euromissili”.

Ambedue gli accordi contengono un esplicito riferimento in termini ultimativi alla “non espansione a Est della Nato” e alla rinuncia alla cooperazione militare dell’Alleanza con l’Ucraina ed altri stati Est Europei, Caucaso e Asia Centrale. È questo decisamente il tema più scottante e un non starter per Washington e per la Nato.

Una distensione difficile

Parlando di garanzie di sicurezza, il portavoce di Putin, Peskov, ha lamentato in una recente intervista, che non fosse stata messa per iscritto un’intesa tacita sul non spiegamento da parte della Nato di armi offensive nei paesi dell’Est dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia. Non ha parlato invece della garanzia russa di rispettare l’integrità territoriale dell’Ucraina in cambio della rinuncia di quest’ultima alle armi nucleari, che era stata sottoscritta da Mosca nel 1994 (Memorandum di Budapest). La porta di ingresso di Kiev venne aperta dalla Nato con molte esitazioni nell’ormai lontano 2008 in occasione del vertice di Bucarest (cui prese parte lo stesso Putin). Per 14 anni non vi è stato dato un seguito né risulta che vi fossero segnali che ciò sarebbe avvenuto.

L’ultimatum di Putin con il contestuale minaccioso schieramento militare ai confini con l’Ucraina non è comprensibile. Né è chiaro il motivo per cui una richiesta così impellente sia stata presentata congiuntamente a proposte di arms control che non potranno che maturare nel lungo periodo e alcune delle quali vanno valutate attentamente. La questione che ci si pone è se si riuscirà a separare il processo di stabilità strategica avviato tra Mosca e Washington ed altre iniziative negoziali se persiste l’alta tensione causata dalla crisi ucraina. Le prospettive non appaiono promettenti ma occorre ricordare che il trauma della crisi di Cuba del 1962 aprì la strada ad una stagione di positivi sviluppi sul piano del controllo degli armamenti.

Foto di copertina EPA/YURI KOCHETKOV