12 Agosto 2022

Le ragioni della strategia russa ai confini con l’Europa

In teoria Vladimir Putin non avrebbe interesse ad intervenire militarmente contro l’Ucraina. L’occupazione militare del paese incontrerebbe forti resistenze e sarebbe difficile e costosa da mantenere, oltre ad accrescere l’isolamento del paese. Operazioni più limitate, come ad esempio il distacco forzato delle regioni orientali, farebbero montare il rischio di una presenza militare occidentale in quel che resta del paese e probabilmente anche in Georgia, peggiorando il quadro della sicurezza russa, invece di migliorarlo. La soluzione più favorevole agli interessi del Cremlino è che la minaccia alle frontiere porti ad un mutamento di governo a Kiev, con l’arrivo di un leader filo-russo. Si tratta però di un’ipotesi molto dubbia e che dovrebbe comunque fare i conti con una fortissima opposizione interna. Qual è dunque il più probabile obiettivo di Putin e quali rischi potrebbe essere disposto a correre?

Le ragioni di Putin

Tutto fa pensare che Putin voglia “rigiocare” la partita persa dalla Russia dopo la fine della Guerra Fredda. A Mosca si sostiene che l’Occidente ha mancato alla parola data quando ha allargato la Nato (e l’Unione Europea) ai paesi europei membri del defunto Patto di Varsavia e persino a tre Repubbliche ex-sovietiche, e che ha peggiorato il danno prevedendo un possibile ulteriore allargamento all’Ucraina e alla Georgia. Da parte americana si riconosce che le cose sono andate oltre quanto si pensava inizialmente, ma si afferma che non erano state fatte promesse formali e che comunque questi allargamenti non hanno intenzioni aggressive nei confronti della Russia e non prevedono, almeno per ora, il dispiegamento permanente ad oriente di consistenti nuove forze alleate. Unica eccezione: la creazione di alcune postazioni antimissile destinate a difendere l’Europa da possibili attacchi missilistici dall’Iran.

Mosca, oltre ad avere dei dubbi sulla natura solo difensiva di queste postazioni, teme che l’Occidente voglia approfittare di questa situazione per favorire un mutamento di regime a Mosca, come avrebbe già fatto (sempre secondo il Cremlino) in Ucraina.

Il filo diretto con gli Stati Uniti

È possibile che Putin, dopo la tempesta Trump, il brutto ritiro americano dall’Afghanistan e i relativi successi raccolti in Siria e nel Mediterraneo, ritenga che sia giunto il momento di tentare un affondo per riconquistare, almeno in parte, la sua tradizionale sfera di influenza. Forse ritiene anche che la confusa situazione politica interna americana, la crescente preoccupazione di Washington nei confronti della Cina e la perdurante dipendenza europea dalle importazioni di gas dalla Russia, siano fattori da sfruttare subito, prima che la situazione possa cambiare.

I comportamenti tenuti in questo periodo dalla Russia delineano anche un secondo obiettivo: il tentativo di umiliare o comunque intimidire l’Europa, riducendola al ruolo di spettatore più che interlocutore, sia contro ogni ipotesi “revanscista”, sia soprattutto per conquistare una maggiore influenza politica su alcuni paesi chiave europei, in particolare quelli che più hanno sofferto l’offensiva mediatico-politica di Trump, come la Germania e la Francia. L’obiettivo europeo si è visto ad esempio nella scelta teatrale di ritirare la missione russa presso la Nato e nel trattamento sprezzante riservato al rappresentante ufficiali dell’UE in visita a Mosca. Nel caso ucraino, Putin ha esplicitamente sottolineato il fallimento dei negoziati condotti con il formato “Normandia” (Russia, Ucraina, Francia e Germania), che avevano portato agli accordi di Minsk, mai rispettati. Ciò squalificherebbe il ruolo degli europei.

Multilateralismo dispersivo

Putin ha quindi privilegiato la trattativa diretta con gli Usa. Tuttavia è praticamente impossibile che questi negoziati possano portare ai risultati ufficialmente auspicati da Mosca nelle due bozza di trattato (quello bilaterale tra Russia e Usa e quello multilaterale tra Russia e Nato) che la Russia ha fatto circolare. Gli americani non vogliono, né possono, scavalcare gli europei (inclusi gli ucraini) in una sorta di grottesca replica degli accordi di Monaco del 1938, che aprirono ad Hitler le porte della Cecoslovacchia. Essi intendono parlare di riduzione della tensione e di controllo degli armamenti, in particolare nucleari, ma non intendono certo mettere in crisi la Nato.

Stiamo quindi assistendo al complesso balletto di un negoziato/non negoziato, che ha un centro bilaterale a Ginevra e molte appendici multilaterali (tra Nato e Russia, nell’Osce, tra Ue e Russia, nel gruppo Normandia, tra il G-7 e la Russia e così via), che sembra per ora orientarsi verso formule più o meno inconcludenti e verso tempi lunghi. A meno, naturalmente, che incidenti o altri eventi inaspettati trascinino tutti verso un’avventura militare.

L’Europa ai margini

Una situazione pericolosa dunque, che nessuno ha in realtà interesse a protrarre indefinitamente, ma che nessuno sembra ancora disposto a disinnescare, in primo luogo al Cremlino. Ciò dovrebbe preoccupare soprattutto noi europei, più esposti alle possibili conseguenze di un improvviso peggioramento.

È possibile che l’assunzione da parte europea di un profilo più deciso ed assertivo possa dimostrare a Putin l’inutilità del ricorso ad ulteriori minacce, come già avvenne negli anni Ottanta del secolo scorso, quando l’Urss tentò un’ultima volta di intimidire militarmente l’Europa. Allora Mosca fu obbligata a cambiare strategia. Ma a questo punto il problema diviene tutto europeo: esiste oggi la possibilità di una risposta unitaria, coerente e credibile?

Conosciamo i limiti del coordinamento di politica estera dell’Ue, né la Nato sembra avere il necessario profilo politico. Servirebbe l’impegno esplicito di alcuni grandi paesi europei, in comune tra loro. Molti dicono di temere un accordo diretto tra Mosca e Washington, sopra le nostre teste. In realtà questo sembra per ora impossibile, almeno fino a che Biden resterà Presidente. Ma non possiamo garantire il futuro, a meno di non assumercene la responsabilità.

Foto di copertina EPA/EVGENY BIYATOV/SPUTNIK/KREMLIN POOL