8 Agosto 2022

I BRICS sfidano il multilateralismo occidentale

Nella dichiarazione finale del vertice dei Paesi BRICS del 23 e 24 giugno, si legge molta retorica del ‘nuovo ordine mondiale’ in chiave anti-occidentale. Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa hanno espresso in 75 punti fondamentali le loro priorità per il futuro: il “ritorno del multilateralismo”, “dell’economia globale contro i protezionismi”, “la riforma del Consiglio di Sicurezza Onu”. Il vertice dei Paesi ‘emergenti’ ha anticipato di qualche giorno il summit del G7, in programma fino al 28 giugno a Elmau con i capi di Stato e di governo di Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Giappone, Canada, Stati Uniti e dell’Unione europea in qualità di ospite.

Due chiavi di lettura per le tante contraddizioni

Le proposte dei BRICS non tengono conto delle principali contraddizioni dei Paesi ex-emergenti rispetto ai principi del multilateralismo e dell’ordine onusiano basato sulla pace e sull’integrità territoriale degli Stati sovrani: tra i cinque Paesi emergenti solo il Brasile ha adottato sanzioni internazionali e denunciato l’aggressione russa dell’Ucraina al voto dell’Assemblea delle Nazioni unite il 2 e il 24 marzo scorso.

Sulla strada della contraddizione – con la Russia, paese aggressore, che non ha nascosto la minaccia dell’utilizzo dell’ “arma nucleare” incidentalmente all’aggressione dell’Ucraina – nella dichiarazione finale compare anche l’invito al dialogo tra Kyiv e Mosca e la necessità di un maggiore controllo degli armamenti, in particolar modo delle armi nucleari. Il focus “multilaterale” dei BRICS non considera le responsabilità rispetto ai civili uccisi in nella guerra della Russia all’Ucraina: secondo l’ufficio dell’Alto Commissario Onu per i Diritti umani sarebbero più di 5 mila i morti e 6 mila i feriti tra la popolazione ucraina (stime considerate al ribasso), con “la maggior parte  delle vittime causate dall’uso di armi esplosive con un’ampia area di impatto, compresi i bombardamenti di artiglieria pesante e sistemi di lancio multiplo di razzi, missili e attacchi aerei”.

Come leggere queste prese di posizione retoriche, alla luce della guerra contro l’Ucraina? Una prima chiave di lettura arriva dalla lista dei Paesi invitati al XIV meeting, quest’anno organizzato da Pechino: l’elenco dei partecipanti ha incluso delegazioni di Argentina, Egitto, Indonesia, Iran, Kazakistan, Cambogia, Malesia, Senegal, Thailandia, Uzbekistan, Fiji ed Etiopia. Tutti potenziali candidati per entrare nella formula BRICS+? In questo senso si dirigono le dichiarazioni del presidente cinese Xi Jinping, pronto a offrire un ombrello protettivo ai possibili nuovi “non-allineati”: “Alcuni Paesi politicizzano le questioni dello sviluppo e impongono sanzioni per creare divisioni e scontri. Questi Paesi si impegnano nel costruire ‘piccoli cortili con alte mura’ e nelle sanzioni per creare in modo artificiale scontri e divisioni”. L’attacco di Xi al sistema delle “sanzioni unilaterali”, ostacolo allo sviluppo armonico e globale nella visione cinese, scarica le responsabilità sui paesi dell’Alleanza occidentale, responsabili di portare il mondo sull’orlo della crisi alimentare ed economica. In particolar modo sul benessere, già precario, dei Paesi del sud del mondo.

La seconda chiave di lettura porta dritti al cuore dell’ideologia di Vladimir Putin, espressa a più riprese e anche nel suo intervento in videoconferenza con i quattro leader BRICS: “Gli Stati occidentali scaricano i propri errori macroeconomici sul resto del mondo attraverso meccanismi finanziari”, ha affermato il presidente russo. Queste dichiarazioni ricalcano il retroterra ideologico espresso al Forum Economico di San Pietroburgo, il 17 giugno scorso: “Quando ho parlato a Davos nel 2020 ho ribadito che l’ordine unipolare è finito. È una questione storica e naturale. Gli Stati Uniti che hanno pronunciato la vittoria nella guerra fredda non si sono accorti che in tutto il mondo si sono sviluppati nuovi centri con nuovi modelli di istituzioni e crescita economica. Questi centri hanno il diritto di difendere la loro sovranità nazionale. Questi cambiamenti hanno un carattere fondamentale, è impossibile restare seduti e aspettare che tutto ritorni come prima. Ma sembra che alcuni leader occidentali restino attaccati a queste convinzioni”.

Un modello alternativo a quello occidentale

I BRICS rappresentano il 41% della popolazione globale, il 24% del PIl e il 16% del commercio globale. La vera novità riguarda il tentativo del gruppo di influenzare le relazioni internazionali attraverso un revanscismo anti-occidentale, offrendo garanzie “economiche” sul libero scambio e il benessere globale ai Paesi più in difficoltà su questioni come l’approvvigionamento alimentare ed energetico. La Russia diventa così il paese aggredito dalle sanzioni – con evidente svantaggio della parte del mondo che sta peggio – senza che siano analizzate le ragioni che hanno portato al regime delle sanzioni, attualmente in vigore, né questioni impellenti per la sicurezza alimentare come il blocco del grano, di cui le responsabilità russe sono evidenti.

La volontà di costruire un modello (di potere) alternativo a quello occidentale era chiara sin dalla prima dichiarazione congiunta dei BRICS del 16 giugno 2009 al meeting di Ekaterinburg, in Russia: “Esprimiamo il nostro forte impegno per la diplomazia multilaterale con le Nazioni Unite che svolgono il ruolo centrale nell’affrontare le sfide e le minacce globali. A questo proposito, riaffermiamo la necessità di una riforma globale dell’Onu al fine di renderla più efficiente in modo che possa affrontare le sfide globali odierne in modo più efficace”.

Questa volontà non ha investito solo la ricerca di una riforma del multilateralismo del post Seconda guerra mondiale: dal 2009, nel mondo, si sono susseguite crisi e guerre regionali, che hanno visto la Russia giocare un ruolo fondamentale.  Nel conflitto siriano – la Siria è tra i cinque Paesi dell’Onu che ha rifiutato di condannare l’aggressione russa all’Ucraina– e in Mali, dove la brigata Wagner ha coadiuvato l’azione del governo in chiave anti-islamista. Bamako ha recentemente chiuso i rapporti diplomatici con la Francia, con Parigi costretta a ritirare gran parte dei soldati della missione Barkahane, attivata nel 2013 con l’invio di 5 mila unità.

Se la Russia ha agito sul piano militare e strategico – anche attraverso le infiltrazioni dell’intelligence nei paesi occidentali, come avvenuto in Italia – negli anni la Cina ha rafforzato le sue partnership commerciali, nei Paesi africani come in Asia, fino a spingersi in Europa (ancora una volta, in Italia). La nuova via della Seta resta l’ipoteca di Pechino sulla realizzazione di quel nuovo ordine economico globale che vede la Cina guidare gli equilibri del commercio e dell’approvvigionamento di materie prime fondamentali.

Foto di copertina EPA/ALAN SANTOS / BRAZIL PRESIDENCY