27 Maggio 2022

Propaganda, il ‘quarto potere’ diffuso di Putin in Italia

Fin dai tempi delle “misure attive” sovietiche, una delle strategie distintive di Mosca è stato il ricorso alla diffusione di disinformazioni mirate o all’amplificazione di narrative manipolate quale arma per opporsi ai propri avversari politici (un esempio da manuale è la teoria diffusa negli anni Ottanta dal KGB in Africa, che vorrebbe l’Aids come un’arma biologica creata dagli americani).

Queste operazioni sembrano raffinate se paragonate alla facilità con cui oggi, nel bel mezzo del peggior conflitto politico fra Russia e Nato dal 1989, gli esponenti del regime russo possono esporre la propria propaganda sui mezzi di informazione italiani. Nel 2022, ogni tipo di segretezza sarebbe superflua.

I tre livelli operativi della propaganda russa

Nei fatti, l’establishment di sicurezza russo distingue fra tre livelli di “operazioni informative”: uno tattico per confondere le unità nemiche e guadagnare l’iniziativa militare; uno operativo e strategico per ‘ammorbidire’ le popolazioni dei Paesi in cui l’esercito russo opera e minimizzarne la volontà di resistenza; e infine uno politico e strategico a lungo termine per influenzare le élites di un Paese terzo.

La guerra in Ucraina dimostra quanto queste tre dimensioni siano fra loro complementari e contribuiscano ad amplificare gli effetti delle decisioni politiche e militari assunte da Mosca. Un esempio fra tanti è stata la diffusione di fake news concernenti il bombardamento di assembramenti civili alla stazione di Kramatorks, che i russi sostengono essere stato il risultato di una false flag operation ucraina.

L’obiettivo di tali azioni è infittire la nebbia di guerra, seminando dubbi sugli eventi al fronte e indebolendo la posizione di chi sostiene il diritto di Kyiv di difendersi da un esercito colpevole di crimini di guerra. Tuttavia, per essere efficaci, tali misure devono accompagnarsi ad una campagna a lungo termine, che permetta di creare un ambiente informativo che sia non solo permeabile alla proliferazione della disinformazione ma anche adattabile alle specificità della popolazione oggetto di interesse.

L’Italia tra infiltrazione politica e virus diplomacy

A partire dal 24 febbraio 2022, la Russia ha provato effettivamente a raccogliere i frutti di quanto seminato nel corso degli ultimi dieci anni. In Italia tale campagna ha sfruttato in primis la spontanea prossimità delle élites del paese alle posizioni del Cremlino. Già nel 2019 Nona Mikhelidze aveva osservato come tutti i governi succedutisi a Roma, a prescindere dal loro colore politico, abbiano favorito un dialogo incondizionato con la Russia. Inoltre, fin dall’annessione della Crimea nel 2014, le ambizioni di Roma circa un possibile ruolo di mediazione fra Est e Ovest sono rimaste una costante, nonostante il Cremlino si sia sempre mostrato amichevolmente scettico sul margine di manovra italiano in tal senso.

Il contesto politico italiano ha in ogni caso fornito alla dialettica russa un terreno fertile. Dopo il 2014-2015, il senso di subalternità politica a Berlino e Parigi è stato cavalcato mediante la diffusione di fake news riguardanti gli effetti delle sanzioni sull’economia italiana, prestando in tal modo argomenti per chi – a Roma – ha sempre favorito uno stretto rapporto commerciale con Mosca. Nel conflitto attuale la frammentazione dell’opinione pubblica sulle priorità che l’Italia dovrebbe porsi in politica estera incentiva Mosca a diffondere informazioni che avvalorano la tesi di chi non sostiene la necessità di un maggior coinvolgimento italiano nel dossier ucraino.

Contribuendo a deviare l’attenzione del pubblico dall’aggressione russa verso dibattiti come quello sull’ipotetica co-belligeranza della Nato, Mosca cerca di sfruttare tendenze pregresse proprie del panorama dell’opinione pubblica italiana per indebolire la posizione politica di Roma e seminare zizzania nella comunità euroatlantica.

Un vantaggio della propaganda indirizzata alle élite – spesso supportata da viaggi pagati nella Crimea occupata, facilitazioni agli investimenti, interviste esclusive o trattamenti di favore – risiede nel fatto che gli individui coinvolti agiscono da moltiplicatori di influenza, portando le narrazioni approvate dal Cremlino a diversi pubblici già da loro fidelizzati. Ciò permette di subappaltare de facto la parte più difficile delle operazioni propagandistiche, ovvero l’ancoraggio del proprio messaggio a specifiche situazioni politiche e la conversione di tali operazioni informative rivolte alle élite in una propaganda fruibile dall’intera popolazione.

In Italia, l’apice di questo approccio è stato la missione delle forze armate russe nella zona di Bergamo durante le prime fasi della pandemia, missione che, nonostante il modesto contributo nella lotta al virus da Covid-19, ha dato lustro alla Russia e alla sua virus diplomacy.

La ‘strategia’ russa nel contesto politico italiano

Alla luce di tutto ciò, è comunque difficile parlare di una “strategia” propagandistica nel senso classico del termine. Alle campagne di disinformazione russe mancano, infatti, sia un attore centrale responsabile per la loro implementazione sia un messaggio coerente che trascenda il semplice sostegno alle posizioni del Cremlino.

Anche in questo ambito, la “responsabilità diffusa” risulta un tratto distintivo della struttura del regime di Putin, il quale preferisce favorire una competizione fra i diversi attori che operano in appoggio a Mosca (FSB, il ministero degli Esteri, emittenti come RT e Sputnik e altre bandite dall’UE) piuttosto che un’applicazione monolitica di una linea imposta dall’alto.

L’estrema adattabilità alle condizioni locali, tuttavia, implica una dipendenza delle operazioni russe dalla disponibilità della società italiana ad accettare le narrative del Cremlino, oltre che dal calcolo di chi può beneficiare dal propagarne i contenuti in Italia. Al netto degli evidenti vantaggi d’immagine derivanti dalla grande presenza mediatica di narrative più vicine a Mosca che a Bruxelles o Washington, la maggior parte degli italiani sembra comunque convinta che la responsabilità principale della guerra sia da attribuirsi a Vladimir Putin.

Anche su aiuti militari e sanzioni i sondaggi suggeriscono posizioni piuttosto frammentate, più di quanto ci si aspetterebbe data l’entità della missione russa in Lombardia, il parziale riconoscimento mediatico della legittimità della posizione di Mosca sul conflitto in Ucraina e le tendenze tendenzialmente più pacifiste del pubblico italiano.

La campagna russa rivolta ai leader d’opinione italiani sembra aver avuto un impatto limitato a fronte di una classe dirigente italiana mostratasi meno ricettiva. La rottura rappresentata dal governo Draghi dimostra che, nonostante il potere delle operazioni d’informazione, propaganda e disinformazione sono efficaci solo se il contesto politico lo permette. La domanda, dunque, è se abbia senso percepire come un successo russo attitudini politiche che sembrano piuttosto il portato di processi e percezioni tutti interni all’Italia e che trovano nella propaganda russa solo una propria espressione.

Foto di copertina EPA/MIKHAIL METZEL / KREMLIN POOL / SPUTNIK