6 Febbraio 2023

Cosa prevedono gli aiuti militari all’Ucraina decisi a Ramstein

Negli ultimi undici mesi di guerra di aggressione russa, l’Italia e l’Europa hanno fatto molto per sostenere la difesa dell’Ucraina. Negli scorsi giorni il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reso noto che Roma fornirà il sistema di difesa aerea avanzato Samp/T e ha rivelato che gli aiuti italiani complessivi ammontano a oltre un miliardo di euro. Questo sforzo è inquadrato in una vasta coalizione internazionale che va oltre i Paesi Nato e Ue.

Lo scorso 20 gennaio i 40 Paesi del gruppo di contatto di Ramstein hanno deciso, nel vertice tenutosi nell’omonima base militare americana in Germania, quali sistemi d’arma includere nel prossimo pacchetto di aiuti all’Ucraina. Gli Stati Uniti doneranno 2.5 miliardi di dollari in sistemi d’arma, munizioni e veicoli, l’equivalente di circa due brigate di manovra ex novo. La Danimarca donerà tutti e 19 sistemi di artiglieria Caesar in suo possesso; il Regno Unito cederà 14 carri Challenger 2 (il 6 per cento dello stock posseduto); le discussioni sul trasferimento di carri armati Leopard 2 da parte di Polonia e altri Paesi continuerà invece nei prossimi giorni dipendendo dall’autorizzazione del governo tedesco alla riesportazione dei mezzi prodotti dalla Germania.

Aiuti di tale entità faranno molto per supportare la difesa dell’Ucraina e dimostrano il continuo sostegno occidentale a Kyiv a quasi un anno dall’inizio del conflitto. I Paesi dell’Unione Europea e della Nato non sono direttamente coinvolti nel conflitto; tuttavia, il loro fondamentale supporto a Kyiv li ha costretti a confrontare i propri arsenali militari con il paradigma di una guerra ad alta intensità, combattuta con forti perdite di soldati e materiale contro un avversario tecnologicamente avanzato.

Ciò è riflesso anche dagli equipaggiamenti ricevuti dall’Ucraina, funzionali a una guerra di manovra. La novità di questo pacchetto di aiuti è infatti la preponderanza di mezzi per rendere più mobili le forze ucraine e permettergli di organizzare controffensive che rompano lo stallo attuale: blindati da trasporto per la fanteria Bradley e Stryker, sistemi antiaerei mobili Gepard e cacciacarri su ruote AMX10RC. Allo stesso tempo, gli aiuti ricevuti continuano a comprendere anche il tipo di sistemi necessari per l’attuale fase di logoramento, come sistemi antiaerei Patriot e Samp-T, e pezzi d’artiglieria M777 di grosso calibro.

Stock europei in esaurimento

Questo cambio di marcia è tutt’altro che banale. Il fatto che gran parte del materiale donato all’Ucraina derivi da stock di mezzi corazzati accumulati come riserve è rivelatorio. Esistono solo due modi per poter trasferire una tale mole di armi e veicoli: o si effettua un aumento del numero di sistemi prodotti annualmente dall’industria, o si ricorre alle scorte compresi sia equipaggiamenti non allo stato dell’arte e sia riserve strategiche.

La cessione di questi mezzi non è però priva di costi. Pur non essendo attivamente impiegati, i sistemi “accantonati” sono spesso utilizzati in altri modi. Per esempio, a partire dagli anni 2000, circa 200 dei carri armati Leclerc presenti negli stock francesi sono stati “cannibalizzati” per derivarne pezzi di ricambio. I margini di manovra sono ancora più stretti se si considera che non tutti i mezzi in servizio attivo sono necessariamente operativi e potrebbero non essere disponibili a causa di riparazioni, manutenzione e aggiornamenti di routine.

L’aumento della capacità industriale sembra ormai ineluttabile anche considerando la qualità dei sistemi d’arma attualmente ceduta. Se in un primo momento il grosso degli aiuti consisteva soprattutto in sistemi di produzione sovietica, l’aumento di donazioni di prodotti di progettazione occidentale richiederà una fornitura costante di munizioni, pezzi di ricambio e aggiornamenti. Ciò obbligherà i Paesi Nato a riservare parte del proprio output industriale alle esigenze delle forze armate ucraine.

Aumentare la produzione: più facile a dirsi che a farsi

Il potenziamento delle capacità produttive non è una sfida impossibile. L’amministratore delegato di Hensoldt, azienda tedesca produttrice di radar e sensori controllata da Leonardo, ha annunciato che a partire da aprile inizierà a produrre un radar TRML-4D (per la difesa aerea) al mese, a prescindere dagli ordini effettivi, in modo da averne a disposizione in caso di richieste accorciando i tempi di consegna, I produttori del Leopard 2, Krauss-Maffei Wegmann e Rheinmetall, hanno invece fatto sapere di poter consegnare all’Ucraina un panzer alla settimana a partire dal terzo quadrimestre del 2023.

Detto questo, un tale impegno da parte dell’industria europea sarà possibile soltanto se l’aumento degli investimenti nella difesa da parte dei governi sarà strutturale e ancorato ad una volontà politica di lungo periodo. Verosimilmente, questo è il motivo per il quale non abbiamo ancora assistito a grossi investimenti di capitale e all’apertura di nuove catene di montaggio (con l’eccezione di Rheinmetall, che nel quadro di un accordo con il governo ungherese ha recentemente annunciato l’avviamento di una fabbrica di munizioni per cannoni da 30, 120 e 155 mm).

La cautela industriale è comprensibile, ma va considerata anche alla luce degli aggiornamenti alle guidance per il 2022 dei principali produttori qua citati, cioè le informazioni aziendali e finanziare aggiornate per l’anno passato. Molte aziende hanno visto un aumento degli ordini: Leonardo ha registrato un più 26 per cento; Rheinmetall indica un aumento degli ordini ancora da evadere del 32 per cento, mentre Airbus ha visto un incremento fra il 6 e il 21 per cento a seconda del segmento di prodotti. Tuttavia i dati sugli ordini effettivamente evasi nel 2022 sono più variegati: ciò può indicare una lentezza fisiologica nella chiusura di nuovi contratti, ma anche limiti a quanti nuovi progetti possono essere avviati dall’industria.

Non è (solo) un problema politico

La certezza politica non è però l’unico ostacolo a un repentino aumento di produzione. Le catene di valore dei sistemi d’arma si appoggiano su reti di fornitori complesse e difficili da coordinare in caso di un picco improvviso della domanda. Alcune aziende stanno pensando a sistemi di supply chain management integrali digitalizzati, che diano una panoramica complessiva sull’intera catena di valore, ma problemi di cybersicurezza e preoccupazioni riguardanti la protezione di segreti industriali ne ostacolano l’adozione.

Inoltre, l’inflazione e l’impossibilità di rifornirsi di materie prime dalla Russia ha un impatto importante sui costi di produzione: il prezzo dell’acciaio è quintuplicato, mentre l’alluminio (la cui maggior produttrice è la Cina, con il 46 per cento, seguita dalla Russia al 6) è triplicato. Infine, c’è il tema del personale qualificato: un problema condiviso anche con l’industria civile che renderà difficile un improvviso incremento delle capacità industriali.

È evidente quindi che ci vorrà tempo e impegno sia politico sia industriale affinché la produzione militare raggiunga livelli sufficienti per sostenere l’Ucraina, così come per tornare a riempire i magazzini di armi e munizioni. Negare per questo gli aiuti a Kyiv sarebbe però un grave errore. Sia per la loro utilità nella legittima difesa del Paese aggredito, sia perché, a0ù prescindere da quanto durerà questo conflitto, la guerra in Ucraina ha dimostrato che sarà impossibile non riflettere su come rendere più flessibili le capacità produttive europee anche nel medio-lungo periodo.

Foto di copertina EPA/RONALD WITTEK