6 Dicembre 2022

Midterm: la possibilità di un Congresso repubblicano e la politica estera Usa

Il prossimo 8 novembre gli elettori americani si recheranno alle urne per eleggere un nuovo Congresso – specificamente, tutti e 435 i membri della Camera dei Rappresentanti e 35 (su cento) membri del Senato – in carica a partire da gennaio 2023.

Le elezioni congressuali, dette di metà mandato (mid-term) poiché cadono a metà del mandato presidenziale, sono un appuntamento la cui rilevanza non è sempre riconosciuta adeguatamente. Questo passaggio elettorale sarà di grande importanza per trarre indicazioni sulle mosse future dell’attuale presidente Joe Biden e dell’ex presidente Donald Trump rispetto a una loro eventuale ricandidatura nel 2024.

Il “potere della borsa”

In questa elezione i temi di politica estera non sono centrali, nonostante le evidenti ricadute che le dinamiche internazionali hanno su inflazione ed economia, che sono al centro delle preoccupazioni degli elettori americani e che pertanto favoriscono (nettamente, stando ai sondaggi) i Repubblicani.

Nonostante la Costituzione degli Stati Uniti assegni al solo presidente la responsabilità dell’azione internazionale del paese, il Congresso può influenzarne le scelte attraverso il “potere della borsa” – è infatti il Congresso che distribuisce i fondi pubblici sulle varie politiche (inclusa quella estera) –, bloccando le nomine presidenziali di membri del gabinetto e ambasciatori e la ratifica di trattati internazionali (in entrambi i casi l’approvazione spetta al Senato). Più indirettamente il Congresso contribuisce a rafforzare o ridurre il capitale politico del presidente in carica.

Se i Repubblicani dovessero ottenere la maggioranza alla Camera (molto probabile), o in entrambe le camere (come sembra possibile), certamente proverranno a influenzare la politica estera del presidente Biden, non solo con l’obiettivo di modificarne l’azione ma anche per ostacolarne l’agenda a fini elettorali in vista delle presidenziali di novembre 2024. Se invece i Democratici dovessero mantenere il controllo del Senato, o addirittura quello dell’intero Congresso, Biden avrebbe maggiore margine per portare avanti la sua agenda internazionale.

Continuità su Medio Oriente e Cina

Su determinati questioni difficilmente si vedranno cambiamenti, anche qualora ci sia un governo diviso e un Congresso dominato dai Repubblicani. Ad esempio, l’approccio a molte questioni medio orientali e mediterranee – dallo stretto rapporto con Israele al sostegno agli Accordi di Abramo che hanno normalizzato le relazioni tra Israele stesso e alcuni Paesi arabi – è rimasto lo stesso dell’amministrazione Trump.

Anche rispetto alla Cina si è avuta sostanziale continuità. Anzi, Biden ha presieduto a un ulteriore consolidamento di un approccio impostato sulla competizione sistemica, quasi di contenimento, del gigante asiatico. L’ostilità anti-cinese mostrata da Trump, che pure era stato aperto a qualche compromesso, si è invece tradotta in un sostanziale accoglimento da parte dei Repubblicani dell’idea che la rivalità con la Cina ha radici strutturali. Eventuali cambi di maggioranza al Congresso non porteranno quindi a un cambio di rotta nelle relazioni di Washington con Pechino.

Vi sono invece tre dossier su cui è possibile anticipare cambiamenti in caso le elezioni risultino in un governo federale diviso tra un presidente democratico e un Congresso totalmente o parzialmente in mano repubblicana. Il primo riguarda le relazioni con la Russia, che coinvolge chiaramente anche l’approccio verso l’Ucraina e le relazioni con gli alleati europei. Il secondo è l’attitudine di Washington verso il contrasto al cambiamento climatico. Il terzo riguarda la questione nucleare iraniana.

Russia e Ucraina

Una buona parte dell’elettorato repubblicano, soprattutto quella larga parte di esso che riconosce in Trump il proprio indiscusso leader carismatico, ha mostrato insofferenza verso il coinvolgimento americano nella guerra d’Ucraina. Cinquantasette Repubblicani alla Camera e unidici al Senato hanno votato contro la legge sugli aiuti all’Ucraina da 40 miliardi di dollari a maggio.

Voci influenti nel mondo politico culturale repubblicano, come quelle del seguitissimo host della Fox, l’ultraconservatore Tucker Carlson, e di Donald Trump Jr. (il figlio dell’ex presidente), continuano a sostenere che sia il caso di tagliare gli aiuti all’Ucraina. Nelle ultime settimane, il leader dei Repubblicani alla Camera Kevin McCarthy ha annunciato che, se i Repubblicani dovessero ottenere la maggioranza, rivedranno gli aiuti Usa all’Ucraina alla luce della loro sostenibilità per il fisco federale e di altre priorità di politica interna.

Non si può escludere che i Repubblicani spingano per una revisione del massiccio – e costoso – sostegno militare offerto da Biden all’Ucraina. Ciò non vuol dire che i Repubblicani chiuderanno il rubinetto degli aiuti, ma che potrebbero condizionarli a cedimenti su temi di politica interna da parte di Biden e anche a una maggiore pressione sugli alleati europei perché destinino più risorse all’assistenza a Kiev.

I repubblicani e il sostegno all’Europa

Una maggioranza repubblicana dominata dai trumpiani al Congresso spingerebbe infatti per un generale ridimensionamento dell’impegno americano alla sicurezza dell’Europa, che pure è stato indispensabile per la coesione della risposta transatlantica di sostegno all’Ucraina e pressione sulla Russia. Trump si è mostrato in passato piuttosto allergico alle necessità legate alla solidarietà atlantica. In tempi di profonda crisi economica, parte dei Repubblicani potrebbero giustificare un progressivo disimpegno dall’Europa come salvifico per i contribuenti.

Ciò detto, c’è una parte del Partito repubblicano che mantiene un atteggiamento più tradizionale, di confronto e chiusura, rispetto alla Russia. Il cosiddetto “blocco reaganiano” che si contrappone al “blocco trumpiano“, di cui fa parte il leader repubblicano al Senato Mitch McConnell, sostiene la necessità di continuare a sostenere l’Ucraina.

Un cambiamento radicale della politica estera Usa verso l’Ucraina è pertanto da escludere. Tuttavia, la Russia tenterà di capitalizzare in ogni modo sull’insofferenza di parte dell’elettorato repubblicano tramite azioni di disinformazione e manipolazione del web che hanno visto i russi protagonisti negli ultimi anni.

Spazio ridotto per il clima

Sulle altre due questioni, la distinzione tra Repubblicani trumpiani e non trumpiani è meno rilevante. Già con l’attuale Senato, in cui i Democratici hanno la più risicata delle maggioranze, Biden ha avuto difficoltà ad avanzare un’ambiziosa legislazione climatica, sebbene abbia infine colto un importante successo con l’approvazione dell’Inflation Reduction Act, che contiene numerose misure di sostegno alla lotta al riscaldamento climatico. Un Congresso dominato dai Repubblicani ridurrà però lo spazio per Biden praticamente a zero.

La complessa questione del nucleare iraniano

Stesso dicasi per l’eventuale riattivazione dell’accordo nucleare con l’Iran del 2015, che Trump abbandonò unilateralmente nel 2018. Fino a poche settimane fa, Biden ancora sperava di poter riportare in vita l’accordo, che aveva posto il programma nucleare iraniano sotto limiti molto severi (anche se temporanei) e un intrusivo regime di ispezioni Onu.

La repressione delle proteste antigovernative e la vendita alla Russia di droni e altri sistemi d’arma hanno però spinto il presidente ad adottare un approccio molto più duro nei confronti di Teheran. Ciò detto, l’amministrazione è rimasta aperta a una qualche forma di diplomazia nucleare, almeno in teoria. Se i Repubblicani, che si sono sempre opposti all’accordo nucleare, dovessero uscire vincitori dalle elezioni di metà mandato, è quasi certo che Biden si orienterebbe verso una politica di contenimento e massima pressione economica verso l’Iran – la stessa inaugurata da Trump – nonostante Biden stesso abbia più volte rilevato come questa politica non abbia portato a nessun risultato positivo.

Foto di copertina EPA/JIM LO SCALZO