5 Dicembre 2022

Le proteste in Iran, la questione nucleare e l’Europa

Le proteste che da settimane scuotono l’Iran sollevano questioni con cui analisti, diplomatici e governi in Europa si confrontano periodicamente da anni: quanto è salda la Repubblica islamica? Che supporto si può dare a chi manifesta? Come conciliare la condanna della repressione delle proteste con gli interessi europei nella sicurezza regionale e non-proliferazione nucleare? Le domande sono dovute, ma non è possibile dare una risposta definitiva. Eppure una qualche risposta va data, sulla base di un’analisi ragionata dell’evidenza empirica disponibile e degli interessi europei (e non solo) in gioco.

Le proteste

Dimostrazioni anti-governative si riaffacciano periodicamente nella Repubblica islamica dell’Iran da tempo. Si possono ricordare le manifestazioni oceaniche di giugno 2009 contro l’apparente irregolarità della ri-elezione del conservatore Mahmoud Ahmadinejad a presidente; le agitazioni per il prezzo del pane del 2012, quelle generalizzate (e più brutalmente represse) del 2019 dopo l’eliminazione dei sussidi al consumo d’energia, e poi ancora altre, minori, negli anni seguenti.

Le proteste di quest’anno, originate dalla morte di una giovane donna mentre era in custodia della polizia ‘morale’ per non aver portato adeguatamente il velo, hanno inequivocabilmente un’anima politica, anzi rivoluzionaria. I manifestanti non richiedono l’annullamento di un’elezione irregolare o il ristabilimento di sussidi, ma l’abolizione della Repubblica islamica stessa.

Per quanto ne sappiamo, le proteste coinvolgono un numero di persone inferiore a quello del 2019 e certamente del 2009. Tuttavia sono diffuse in tutte il paese (una novantina di città) e abbracciano diverse classi sociali e generazioni, sebbene le donne e la cosiddetta “generazione Z” (i nati a partire dal 1995) siano in prima linea. Restano al momento ancora spontanee e poco coordinate, e soprattutto senza un leader. Degno di nota è che le proteste sono diffuse anche nelle aree popolate dalle numerose minoranze etniche iraniane.

Inclusività ed esclusione

Quest’ultimo aspetto è rilevante per spiegare la risposta delle autorità. Alcune minoranze etnico-confessionali – soprattutto arabi, curdi e baluci – sono ai margini della vita politica, il che ha contribuito ad alimentare risentimento. Il governo centrale, nonostante insista sulla natura multi-etnica della Repubblica islamica, tende a vedere queste minoranze come terreno fertile per infiltrazioni da parte dei suoi nemici. Questo a sua volta alimenta l’allarme in un regime che si sente sotto pressione da più parti.

Nonostante la denuncia delle proteste come eterodirette dagli Usa e da Israele da parte della guida suprema Ali Khamenei sia fondamentalmente una strumentalizzazione politica volta a legittimare la repressione, esse discende anche dalla reale preoccupazione che gli avversari della Repubblica islamica approfittino dei tumulti a fini di destabilizzazione. Si spiegano così le azioni nel Kurdistan iracheno (attacchi missilistici contro una milizia anti-iraniana) e la mobilitazione al confine con l’Azerbaigian, due aree in cui Teheran teme l’influenza israeliana sia in crescita. Il regime, e in particolare le Guardie rivoluzionarie – l’organizzazione militare tra le altre cose responsabile della politica regionale iraniana – ha voluto mandare un ammonimento, in particolare ai curdi.

La repressione

Le proteste però non sono eterodirette e, soprattutto, non riguardano affatto solo le minoranze etnico-confessionali. Sono invece diffuse nella società iraniana nel suo complesso. Se siano il segnale di un rivolgimento politico più generale resta incerto. Il regime clericale negli anni ha affinato la capacità di reprimere ed emarginare il dissenso. Inoltre, non è detto che i numeri siano sufficienti a innescare un cambio di regime dall’interno.

La Repubblica islamica non è un regime piramidale ma policentrico, ed esiste una larga fetta della popolazione che, indirettamente o direttamente, dipende per occupazione, status, sicurezza, sussidi e altro dal sistema di patronato politico-economico in cui l’Iran odierno si articola. Questo non vuol dire che il regime sia popolare in questo segmento della popolazione. Ma indica che la soglia oltre la quale si è incentivati a partecipare a un movimento che punta al rovesciamento della Repubblica islamica è probabilmente più alta di quanto sembri dall’estero.

Una chiave per comprendere quanto precaria sia la situazione del regime è il comportamento del bazar, cioè la classe commerciale che anima l’economia urbana e che in passato è stata decisiva per determinare le sorti politiche dell’Iran. Al momento il bazar non si è (ancora?) unito alle proteste se non nelle regioni curde. Un’altra variabile è la compattezza delle forze di sicurezza iraniane, un fronte che va delle Guardie rivoluzionarie (sia nell’ala militare che in quella di intelligence) alle forze armate regolari, i servizi segreti, la polizia.

Di nuovo, sebbene sia impossibile sapere cosa avviene dietro le quinte, per il momento non sono emerse incrinature. Anzi, la fazione conservatrice che oggi occupa tutti i centri di potere della Repubblica islamica – guida suprema, guardie rivoluzionarie, magistratura, presidenza, parlamento – sembra utilizzare le proteste per regolamenti di conti interni. Le proteste potrebbero pertanto risultare in un regime più arroccato, insulare e aggressivo, non solo all’interno ma anche all’esterno.

Questione nucleare e stabilità regionale

E qui veniamo alla questione della risposta da parte dei governi europei. L’Iran sta ancora trattando con Europa e America (e Russia e Cina) la riattivazione dell’accordo nucleare del 2015, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), unilateralmente – e sconsideratamente – abbandonato dagli Usa sotto Trump nel maggio 2018. Il negoziato si era arrestato già prima dell’inizio delle proteste, e la tentazione oggi è quella di interromperlo del tutto alla luce della repressione e adottare anche a livello europeo la strategia della massima pressione economica che Biden ha ereditato da Trump. Sarebbe tuttavia una decisione azzardata gravida di rischi e senza reali vantaggi.

L’Iran di fatto già si trova sotto estrema pressione grazie alla natura extra-territoriale delle sanzioni Usa, che hanno avuto l’effetto di impoverire la popolazione e favorire il rafforzamento dell’ala oltranzista del regime. Un ulteriore inasprimento non porterebbe che a una nuova stretta repressiva – ne è testimonianza il fatto che l’amministrazione Biden, nel tentativo di aiutare le proteste, ha revocato alcune restrizioni sull’uso di servizi tecnologici imposte sugli iraniani.

Inoltre, rinunciare definitivamente alla possibilità di riportare il programma nucleare iraniano entro limiti molto severi (sebbene temporanei) e sotto ispezioni Onu vuol dire di fatto consegnarsi al rischio che l’Iran sviluppi infine una capacità nucleare militare, oppure a un intervento armato da parte di Israele e Usa nel tentativo di impedirlo. Questo avrebbe gravissime ripercussioni sulla tenuta del già traballante regime di non-proliferazione nucleare nonché ovviamente sulla stabilità regionale, oggi appena meno precaria grazie a una distensione nei rapporti dell’Iran con gli Emirati Arabi Uniti e un principio di dialogo con l’Arabia Saudita.

Non esistono buone opzioni

La conclusione è che la risposta europea – e statunitense – alla repressione delle proteste deve essere calibrata con la necessità di non privare il regime clericale di ogni incentivo a trattare su questione nucleare e sicurezza regionale. Pubblica denuncia e sanzioni mirate contro individui o unità governative responsabili delle proteste sono dovute (e in arrivo). Ma una stretta diplomatica, militare e finanziaria in ottica di esclusivo contenimento dell’Iran potrebbe avere conseguenze nefaste, senza portare aiuto a chi protesta.

Questa è ben lungi dall’essere una soluzione ottimale, né ci sono garanzie che funzioni. Ma al momento sembra quella strategicamente più sensata. Tale è lo stato delle relazioni internazionali oggigiorno.

Foto di copertina EPA/SUPREME LEADER OFFICE HANDOUT