6 Febbraio 2023

L’ottimismo di Davos in un mondo sempre più frammentato

In un quadro internazionale post-pandemico dominato da crisi multiple, il cinquantatreesimo World Economic Forum si è svolto nella consueta cornice delle Alpi svizzere in un clima di inaspettato e diffuso ottimismo sulle prospettive dell’economia globale nel 2023.

Il meeting annuale di Davos ha presentato un’agenda ambiziosa e riconosciuto la necessità di un approccio cooperativo alle principali sfide globali, mostrando tuttavia le sue irrisolte contraddizioni. Un consesso annuale dei più influenti e ricchi leader politici ed economici mondiali sono chiamati a discutere delle ricette di uscita da una crisi globale nel contesto della quale le disuguaglianze economiche mondiali e la concentrazione della ricchezza privata nell’1% più ricco della popolazione mondiale sono cresciute significativamente, soprattutto a partire dalla pandemia di Covid-19.

Le recenti aspettative di recessione globale sembrano tuttavia ribaltate nelle previsioni dei delegati, in particolare tra i rappresentanti delle grandi imprese multinazionali che tra le varie sessioni del Forum hanno discusso dei diversi fattori di traino della domanda sui mercati internazionali operanti nelle tre principali economie mondiali.

Segnali di ripresa della domanda

La caduta dell’80% del prezzo del gas nei mercati all’ingrosso, rivendicata dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Layen come risultato degli sforzi collettivi dell’Unione, può rafforzare il potere d’acquisto di consumatori e imprese europee e favorire una debole crescita dell’economia europea, alimentata da un allentamento delle regole sugli aiuti di stato tese a favorire la transizione energetica.

La presenza del vice premier cinese Liu He ha catturato l’attenzione di media e leader d’azienda con la previsione di un ritorno della Cina a tassi di crescita annui più sostenuti e pari al 5.5% annuo. Ad alimentare le aspettative di ripresa dei consumi dopo un lungo periodo di risparmi forzati da lockdown è infatti l’interruzione della strategia “zero Covid” da parte di Pechino, che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha recentemente previsto possa giocare un ruolo decisivo nella crescita record della domanda mondiale di petrolio nel 2023.

Infine il piano di sussidi massicci introdotti dall’Amministrazione Biden con l’Inflation Reduction Act che si ritiene possa alimentare investimenti significativi per la transizione ecologica e la conseguente ripresa economica.

La cautela dei banchieri centrali

A raffreddare il clima di fiducia del settore privato ci hanno pensato i governatori delle principali banche centrali del mondo, preoccupati dalle implicazioni per la stabilità dei prezzi derivanti da un possibile ritorno a piani di spesa pubblica sostenuta da parte dei governi. Da Davos, la Presidente della Bce Christine Lagarde ha ribadito quanto già detto in maniera decisa nell’ultima comunicazione del Consiglio Direttivo dello scorso dicembre, ovvero che i tassi di interesse continueranno a crescere nel corso del 2023. L’orientamento di Francoforte, condiviso dalle principali banche centrali mondiali, evidenzia come lo spazio per politiche economiche di sostegno alle economie mondiali sarà estremamente ridotto nell’anno appena cominciato.

Nonostante le stime di contrazione del prodotto interno lordo per il primo trimestre del 2023 sembrino escludere il rischio di una recessione profonda nell’Ue ed il tasso d’inflazione nell’Eurozona abbia rallentato nel mese di dicembre, è l’andamento dell’inflazione di fondo (+0.6% su base annua), calcolata al netto dei più volatili prezzi dei beni alimentari ed energetici, e una evocata spirale prezzi-salari a guidare le preoccupazioni della Bce.

I rischi di lungo periodo della frammentazione geopolitica

Come sottolineato dalla Direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, il mantenimento della sicurezza e resilienza delle reti produttive globali e del grado di integrazione delle economie sarà decisivo per una ripresa sostenuta del benessere globale.

In un’epoca di profonda frammentazione geopolitica, il funzionamento delle istituzioni multilaterali rischia di essere compromesso da quegli stessi elementi chiave per la ripresa della performance economica di breve periodo. Il citato Inflation Reduction Act, può rappresentare una misura protezionistica ed una minaccia alle relazioni transatlantiche, oltre che una sfida al progresso economico della Cina, specialmente se accostato al Chips Act con il quale gli USA intendono rafforzare l’industria nazionale dei semiconduttori, anche attraverso il controllo delle esportazioni di microchip avanzati.

Foto di copertina EPA/GIAN EHRENZELLER