26 Novembre 2022

Svezia e Finlandia nella Nato: scacco sul Baltico, ma non è tutto oro quel che luccica

Se si guardasse alla potenziale adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato come ad una partita di Risiko, la decisione di questi due Paesi di richiedere l’ingresso nell’Alleanza Atlantica potrebbe essere facilmente considerata come una vittoria geopolitica netta. Cartina geografica alla mano, il Baltico diventerebbe infatti – come già analizzato da alcuni osservatori– quasi un ‘mare della Nato’.

I benefici reciproci dell’adesione

La partecipazione di Helsinki e Stoccolma espanderebbe il territorio dell’Alleanza Atlantica e aumenterebbe considerevolmente la sua proiezione a nord-est, rassicurando anche paesi Baltici e Polonia ed eliminando al contempo il “cuscinetto” formato da un paese militarmente non allineato/neutrale tra Nato e Mosca. Si tratta in parte di territori strategici, come nel caso dell’isola svedese di Gotland nel mezzo del Mar Baltico, a lungo contesa perché fondamentale come base operativa da cui condurre potenziali operazioni via terra, mare o aria.

È stato anche fatto notare come, dal punto di vista morfologico, la lunga frontiera russo-finlandese sia composta da ampie regioni di laghi, con poche strade e in più inadatte a un potenziale dispiegamento e passaggio di carri armati e blindati, riducendo quindi il rischio di un attacco di Mosca via terra.

A livello di capacità, Finlandia e Svezia potrebbero portare un contributo in termini di difesa aerea, con Helsinki che ha recentemente deciso l’acquisto di 64 F-35. La Finlandia è inoltre uno dei pochi Paesi ad aver mantenuto un servizio di leva obbligatoria, garantendo così al Paese, dalla popolazione limitata, un’importante e addestrata riserva. Con l’invasione russa dell’Ucraina il supporto dei cittadini di Svezia e Finlandia alla difesa nazionale, prevista anche dalla costituzione finlandese, è cresciuto ancora di più, nella cornice di quella comprehensive defence che vuole coinvolgere la società nella difesa.

Allo stesso tempo, a fronte dei ben noti tentativi di destabilizzazione delle democrazie e delle società dei paesi Ue e Nato tramite minacce ibride, in primis, contro i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, non è un caso che a Helsinki si trovi la sede del Centro d’eccellenza per il contrasto alle minacce ibride (The European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats) nato su iniziativa e cooperazione di nove Paesi dell’Ue e della Nato. Gli alleati potrebbero ispirarsi anche al modello finlandese in merito ai curricula di alfabetizzazione/educazione mediatica (media literacy) insegnati nelle scuole e finalizzati ad aumentare la resilienza della società alla disinformazione fomentata da Mosca.

Cooperazione esistente e possibili ostacoli

I due Paesi, inoltre, cooperano già in vari formati sia tra loro che con la Nato, con la quale conducono regolarmente esercitazioni con un ottimo livello di interoperabilità di equipaggiamenti e delle forze armate nazionali con quelle degli alleati. È inoltre indubbia la solidità valoriale delle democrazie svedese e finlandese, requisito necessario per entrare a far parte dell’Alleanza, accanto ad altri di tipo militare, legale economico e politico.

Sono questi i fattori che hanno spinto il segretario generale Stoltenberg a sostenere che l’iter di adesione per Helsinki e Stoccolma sarà breve e durerà solo pochi mesi. Questo è tanto più significativo alla luce del fatto che nel tempo la procedura d’adesione, espressa in origine nell’articolo 10 del Trattato di Washington, è diventata più graduale e complessa e che per gli ultimi “neo-alleati” – il Montenegro (2017) e la Macedonia del Nord (2020) – questa è durata in media 10 anni.

Svezia e Finlandia porterebbero con sé anche un’esperienza e conoscenza della regione che potrebbe rivelarsi preziosa per la proiezione della Nato, ad esempio nell’Artico. Insomma, i contributi dei due Paesi nordici potrebbero essere molteplici, ma non è tutto oro quel che luccica. Pur trattandosi verosimilmente di un iter breve, ci sono vari passaggi istituzionali che richiedono un consenso unanime dei 30 Stati membri dell’Alleanza.

Il processo prevede una richiesta formale, una fase di confronto preliminare con gli alleati, le “Accession Talks” per una conferma formale, il “Membership Action Plan” e, infine, la ratifica e firma del Protocollo d’adesione del Paese candidato da parte di tutti gli alleati e l’invito formale del Segretario generale. Questi passaggi potrebbero subire ritardi ed essere soggetti all’ostruzionismo interessato di alcuni alleati, pronti a utilizzare la propria approvazione della membership finlandese e svedese come carta negoziale per ottenere benefici su altri fronti. Questo atteggiamento è stato già riscontrato nel caso della Turchia.

Cercasi maggiore sicurezza e stabilità europea

L’aggressione dell’Ucraina si sta rivelando un boomerang per il governo russo da tutti i punti di vista. Il rapido cambio di vedute a Helsinki e Stoccolma, capace di stravolgere in pochissimi mesi una politica estera e di sicurezza lunga oltre mezzo secolo, ne è la prova definitiva.

Non occorre, tuttavia, confondere la convenienza della membership di Svezia e Finlandia e i benefici militari e politici che ne trarranno i nuovi alleati e verosimilmente l’Alleanza stessa con un’automatica garanzia di maggiore sicurezza della Nato. Non trattandosi di una partita a Risiko, bisogna evitare semplificazioni: l’allargamento e il rafforzamento della Nato a Nord-Est non implicano necessariamente maggiore garanzia di sicurezza per l’Europa, o perlomeno non sono sufficienti.

Organizzarsi per garantire deterrenza e difesa collettiva nei nuovi ed estesi territori sarà un processo che durerà anni, con il centro di gravità, l’attenzione e le risorse dell’Alleanza che inevitabilmente si sposteranno a nord-est, scontentando qualcuno a Sud, dove pure la stessa Russia opera da anni estendendo efficacemente la propria influenza.

Ottenere un equilibrio che eviti, in questo processo di integrazione nelle strutture decisionali e nell’architettura di deterrenza e difesa della Nato, la militarizzazione di quei territori e, dunque, l’aumento del rischio di una escalation incontrollata in quella che sarà la più lunga frontiera tra Nato e Russia, non sarà facile.

In tal caso, potenziali incidenti sarebbero, di fatto, tra Nato e Russia con conseguenze che potrebbero essere imprevedibili, anche alla luce dell’instabile quadro internazionale e degli sviluppi tecnologici fuori dagli accordi di non proliferazione e controllo degli armamenti esistenti.

Svezia e Finlandia, oltre a beneficiare dell’ombrello protettivo della Nato, dovranno anche contribuirvi ed entrare nell’ottica che d’ora in poi saranno protettori della frontiera dell’intera Alleanza e non solo di quella nazionale. Servirà grande cautela per gestire adeguatamente questo passaggio che – se si concretizzerà – aggiungerà complessità alle relazioni con Mosca. In un’ottica di medio-lungo termine rimarrà il pivot to Asia dell’alleato a stelle e strisce; sarà, quindi, compito europeo garantire la sicurezza in Europa e farsi carico della futura “nuova” frontiera tra Nato e Russia.

Foto di copertina EPA/JOHANNA GERON / POOL

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