1 Dicembre 2022

Pericoli e svantaggi dell’adesione ucraina all’Ue

Un eventuale processo di adesione dell’Ucraina all’Ue presenta una serie di gravi pericoli e significativi svantaggi per la sicurezza europea, e per la funzionalità, stabilità e coesione dell’Unione stessa, tali da sconsigliare realisticamente di iniziare un percorso del genere.

L’Ue con l’Ucraina in guerra con Mosca

Nell’ipotesi in cui si raggiungesse una tregua nella guerra russo-ucraina ed una sorta di congelamento del conflitto, ad esempio tramite un armistizio ma senza un vero e proprio trattato di pace, permarrebbe per lunghissimo tempo un grave e ampio contenzioso territoriale tra Kyiv e Mosca sui territori ucraini occupati manu militari da quest’ultima. L’ingresso nell’Ue di un’Ucraina con parte significativa del proprio territorio sotto occupazione russa, diretta o tramite sedicenti repubbliche separatiste, porterebbe l’Unione e ciascuno degli Stati membri – Italia inclusa – ad essere parte in causa di un contenzioso territoriale e di un conflitto congelato con una potenza regionale pronta all’uso della forza armata, con tutti gli svantaggi ed i pericoli del caso.

In primo luogo, se Mosca decidesse di rompere l’armistizio e muovere di nuovo guerra all’Ucraina, cosa tutt’altro che improbabile visti i precedenti dal 2014 ad oggi, gli stati dell’Ue sarebbero chiamati a intervenire ai sensi delle clausole di solidarietà e mutua assistenza dei Trattati europei, e in generale di un impegno politico tra membri della stessa Unione. Se ciò avvenisse, le forze armate italiane e degli altri Paesi europei si troverebbero in guerra con quelle russe, in un conflitto di intensità non inferiore a quello in corso e con le relative perdite.  Non una “guerra economica” o “guerra commerciale”, ma un conflitto militare vero e proprio combattuto sul suolo ucraino anche da truppe europee.

Se l’Ue non entrasse in guerra a favore di un suo membro per timore della potenza convenzionale o nucleare russa, o semplicemente per la non volontà di sopportare le relative perdite, quello stesso impegno politico tra membri dell’Unione subirebbe un colpo mortale, e ne andrebbe della coesione e stabilità dell’Ue stessa. Gli attuali meccanismi istituzionali e politici di sicurezza, solidarietà e coesione interna, non sono pensati e non sono adeguati per un contenzioso territoriale ed un potenziale conflitto dell’Unone con una potenza convenzionale e nucleare come la Russia.

Né in caso di attacco russo a una Ucraina membro dell’Ue si potrebbe contare automaticamente in un intervento militare diretto della Nato, in quanto l’Ucraina non è e non sarà membro dell’Alleanza atlantica, e gli stessi motivi che hanno portato gli Stati Uniti e gli altri alleati a non intervenire direttamente nel conflitto in corso si riproporrebbero in futuro. L’Unione si troverebbe a gestire il proprio coinvolgimento militare in una terza guerra russo-ucraina da sola, rischiando molto probabilmente di fare la fine del vaso di coccio tra vasi di ferro. Questa sarebbe la più grande vittoria, di carattere strategico e geopolitico, per una leadership russa in opposizione all’Occidente come quella di Putin e dei suoi seguaci.

L’agenda europea paralizzata dall’ingresso di Kyiv

Se pure un eventuale armistizio russo-ucraino fosse raggiunto e tenesse per decenni anche in assenza di un vero e proprio trattato di pace, come ha tenuto il Muro di Berlino o la linea di demarcazione mai riconosciuta tra le due Coree, avere Kyiv nell’Ue farebbe sì che molte importanti politiche europee – compresa quelle estera, di sicurezza, di vicinato ed energetica – sarebbero monopolizzate dalla Russia. Con i suoi 44 milioni di abitanti l’Ucraina sarebbe infatti il quinto Paese per popolazione nell’Unione, con il conseguente peso nel processo decisionale sia tramite il Parlamento europeo – in termini di seggi – che in Consiglio – quanto a voto ponderato – e in Commissione con un proprio commissario.

È facile prevedere che, vivendo drammaticamente sul proprio Paese l’occupazione russa, Kyiv ne farebbe legittimamente il punto principale e determinate su tutta una serie di dossier, dalla transizione energetica alla priorità da (non) dare al Mediterraneo. Considerando l’allineamento di posizioni al riguardo con la Polonia (sesto stato Ue per popolazione) e i Paesi baltici, verosimilmente lo scontro ucraino con la Russia monopolizzerebbe per lungo tempo, in modo pervasivo e fuorviante l’agenda europea, a discapito di altri legittimi e importanti interessi di carattere funzionale o geografico, e con un danno all’efficacia, efficienza e legittimità complessive dell’Unione. Specialmente alla luce dell’esperienza recente per cui uno stato molto più piccolo come l’Ungheria è riuscito a imporre una serie di veti disfunzionali alle politiche Ue, lo scenario di un ricorrente veto ucraino in chiave anti-russa è quasi certo in una Unione paralizzata dall’ingresso di Kyiv.

Il passo più lungo della gamba

In aggiunta ai suddetti rischi e pericoli, guardando con una prospettiva storica all’allargamento europeo vi è un ulteriore elemento strutturale a sfavore dell’adesione di Kiev all’Unione. Dopo la grande espansione ad est culminata nel 2007 con l’adesione dell’Europa centro orientale e danubiana, la capacità UE di integrare nuovi stati, anche piccoli, e crollata: negli ultimi 15 anni solo la Croazia (appena 4 milioni di abitanti) è entrata nell’Unione.

Albania, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia hanno ottenuto lo status di Paesi candidati oltre un decennio fa, ma il rispettivo processo di adesione è lungo e difficile tanto da non vederne la fine, per due motivi. Da un lato, in molti stati dell’Unione vi è il riconoscimento che gli allargamenti precedenti sono stati “faticosi” per la stessa UE, e che i prossimi andrebbero gestiti meglio. Dall’altro, nei Paesi candidati vi sono,in vario modo e misura, problemi e difficoltà significative quanto a corruzione, governance, controllo dei confini, allineamento alle normative UE, fondamentali socio-economici  troppo lontani dalla media europea.

Se questo è vero il gruppo di candidati dei Balcani occidentali, completamente circondati dall’UE e a ben 23 anni dalla fine delle guerre jugoslave, è drammaticamente ancor più vero per un grande Paese come l’Ucraina che ha oltre il triplo della popolazione e dell’estensione geografica, una guerra devastante iniziata nel 2022, un confine di migliaia di chilometri con la Russia e la pesante eredità socio-economica sovietica. Anche al netto del conflitto in corso, la storia del Balcani insegna che l’Ucraina è quasi sicuramente un passo troppo lungo per la gamba Ue in termini di capacità politica, istituzionale, economica di gestire tale allargamento: un passo che produrrebbe profondi squilibri e problemi interni a danno dell’efficacia, stabilità e coesione dell’Unione.

Un processo di adesione ostaggio di Mosca …

Non solo l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue porterebbe gravi pericoli e svantaggi, ma lo stesso status di Paese candidato e l’inizio di un processo decennale di adesione è sconsigliabile per almeno due motivi legati alla sicurezza e stabilità europea.

Per quanto riguarda la guerra in corso, candidare Kyiv ad entrare nell’UE ostacolerebbe probabilmente il raggiungimento di una tregua. Posto di fronte alla prospettiva che il resto dell’Ucraina non occupato da Mosca, ovvero circa l’80% del Paese, entri nell’Ue, il Cremlino sarebbe incentivato a tentare il tutto per tutto con l’offensiva militare piuttosto che a considerare l’ipotesi di un’Ucraina neutrale e di un qualche accordo con Kiev sui territori occupati. È bene infatti ricordare che l’ingresso in un soggetto politico integrato come l’Ue dal mercato unico alla politica commerciale, dalla moneta unica alla politica agricola e tante altre, rappresenta agli occhi di Mosca un’appartenenza geopolitica al campo occidentale inconciliabile con la neutralità di Kyiv – tanto che già la prospettiva di un trattato di associazione tra l’Ue e l’Ucraina nel 2013 contribuì a motivare per il Cremlino la prima invasione del 2014.

Al tempo stesso, portare avanti il processo di adesione di un Paese in parte occupato dalla Russia espone tremendamente i negoziati stessi alla pressione di Mosca. Ad esempio, se la Russia intensificasse a più riprese negli anni il conflitto contro l’Ucraina mentre è candidato all’Ue, porrebbe i Paesi europei di fronte a un bivio: o intervenire militarmente per difendere l’Ucraina e completare l’allargamento – tornando allo scenario di guerra diretta Ue-Russia di cui sopra – oppure fermare il processo di adesione dimostrando che Mosca può agire da arbitro sull’allargamento dell’Unione usando la forza. Quest’ultimo sarebbe un colpo durissimo per l’Ue ed una vittoria per Putin ben maggiore del vantaggio simbolico che otterrebbe ora da un non avvio del processo di adesione.  In termini geopolitici, non si può comparare oggi un eventuale allargamento Ue all’Ucraina con quello avvenuto negli anni ’90 verso Paesi già neutrali e non ex-sovietici come Finlandia, Svezia o Austria.

…o diretto verso un vicolo cieco già visto

Infine, anche nell’ipotesi che la Russia non ostacolasse con la forza l’adesione dell’Ucraina all’Ue, iniziare un processo di adesione per poi farlo entrare in un vicolo cieco dopo alcuni anni, quando sarà passata in Europa occidentale l’onda emotiva del conflitto in corso e torneranno preponderanti tutti i suddetti pericoli e svantaggi di un ingresso di Kyiv nell’Ue, sarebbe una terribile frustrazione per le aspettative della classe dirigente e dell’opinione pubblica ucraina, che avvelenerebbe i rapporti reciproci.

L’Unione ha già sperimentato con la Turchia le conseguenze negative di aprire un processo di adesione destinato a fallire perché il Paese candidato è un passo troppo lungo per la gamba europea, e non dovrebbe ripetere l’errore una seconda volta e su scala molto maggiore.

In conclusione, la leadership politica europea aiuterebbe la sicurezza e la stabilità del Vecchio Continente se pensasse la politica estera, di vicinato, di sicurezza e difesa Ue oltre lo strumento dell’allargamento. Così fanno altri grandi Paesi democratici e occidentali, che nell’appoggiare la giusta lotta ucraina per l’indipendenza e la libertà non stravolgono la propria comunità politica mettendone a rischio il funzionamento futuro.

Foto di copertina EPA/UKRANIAN PRESIDENTIAL PRESS SERVICE

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