3 Luglio 2022

Il poker russo in Ucraina è a un bivio

L’escalation di tensione intorno all’Ucraina attende ancora una soluzione, ma quello che salta all’occhio negli ultimi giorni è un’invenzione dei toni della narrazione: per la prima volta in diversi anni, non è Mosca quella ad attaccare verbalmente e lanciare accuse. Il Cremlino appare semmai sulla difensiva, a ribadire costantemente per bocca di diplomatici, deputati ed esperti di non avere alcuna intenzione di attaccare militarmente l’Ucraina.

“Mica possiamo fare la guerra con la Nato?”

Ogni giorno gli esponenti della Russia si trovano a smentire sempre nuove rivelazioni e indiscrezioni pubblicate sui giornali internazionali, che hanno come fonte governi e servizi di intelligence occidentali, soprattutto statunitensi e britannici: dalle accuse di voler organizzare un colpo di Stato per insediare a Kiev un governo fantoccio, all’ipotesi di video fake che i russi dovrebbero utilizzare per giustificare un intervento nel Donbass a difesa dei russofoni, fino a scenari apocalittici di attacchi nucleari. Rivelazioni e accuse che appaiono talvolta anche poco credibili, ma che nel frattempo hanno ottenuto un ribaltamento dei ruoli: mentre il silenzio di Vladimir Putin riguardo alla risposta all’ultimatum della Nato si prolunga, alcuni dei suoi sottoposti sembrano scegliere toni più prudenti, aggiungendo alla solita retorica aggressiva giustificazioni e rassicurazioni.

La de-escalation sul terreno appare ancora lontana, e i circa 130 mila soldati russi restano concentrati sulle frontiere ucraine, con l’importante novità di una cospicua presenza dei militari di Mosca in Bielorussia, a qualche decina di chilometri a nord di Kiev che si scopre all’improvviso vulnerabile. Nella retorica invece il Cremlino appare a corto di ispirazione, e l’unico commento disponibile finora di Putin è la sua esclamazione  “Mica possiamo fare la guerra con la Nato?”, che suona più come una domanda retorica che come una minaccia. Mosca non ha nascosto di essere insoddisfatta della risposta americana, ma prende tempo per formulare la sua reazione, in una pausa che sembra presagire un’intenzione di proseguire il negoziato: un niet semplice non avrebbe richiesto una riflessione così lunga.

Tra disgelo e guerra dei nervi

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha rassicurato il Cremlino che può prendersi tutto il tempo che vuole, perché l’offerta di Washington e Bruxelles “non ha scadenza”. Una rassicurazione quasi ironica: è evidente che il tempo gioca contro Putin, sia sul terreno dove il disgelo complica i movimenti di truppe, sia nella guerra dei nervi dove l’effetto sorpresa è stato ormai stemperato da settimane in cui gli alleati occidentali hanno risposto alle minacce russe scoprendo una serie di carte.

Ipotesi di sanzioni sensibili – da quelle contro il North Stream 2 a quelle contro gli oligarchi di Londongrad e perfino contro la famiglia non solo politica di Putin – sono state abbinate all’invio di rinforzi militari in Europa Orientale e di  armi all’Ucraina, con una serie di premier e presidenti che si avvicendavano a Kiev in una manifestazione di solidarietà senza precedenti, che vede in prima linea due alleati Nato che però godono di una libertà di manovra extra Ue, Boris Johnson e Recep Tayyip Erdogan.

Il grande bivio

Neanche Mosca però non può lamentarsi per la mancanza di attenzioni: la diplomazia ferve online e offline, e mentre viene rianimato (senza troppe speranze) il “formato Normandia” per implementare gli accordi di Minsk sul Donbass, al Cremlino sono attesi Macron e Scholz. In un certo senso Vladimir Putin ha ottenuto finalmente quello che chiedeva da anni, di venire “trattato come interlocutore alla pari”.

Le sue minacce di “red lines” che l’Occidente non poteva attraversare rispetto a quelle che considera le sue sfere d’influenza storiche sono state prese sul serio: invece di tranquillizzare, smentire, rassicurare, o fare finta di nulla, l’amministrazione di Joe Biden ha deciso di agire come se l’invasione russa dell’Ucraina fosse “imminente”.  L’ha fatto con una tale convinzione che è stata paradossalmente proprio la potenziale vittima, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a chiedere a Washington di abbassare i toni (anche perché sarebbe toccato a lui affrontare le conseguenze di un panico della popolazione e degli investitori).

L’ultimatum troppo categorico che la Russia ha lanciato l’ha riportata al centro di un grande gioco internazionale, ma non esattamente nel contesto che desiderava: in questa partita a poker giocata sulla minaccia di una guerra in Europa, Putin ora si vede costretto o ad andare fino in fondo, senza avere le risorse militari, economiche e politiche necessarie, oppure a fare retromarcia, accettando il negoziato sulla sicurezza che Biden gli propone. L’obiettivo è quello di dirottare le paure del Cremlino dal luogo nevrotico postimperiale dell’Ucraina verso una ricerca paziente e circostanziata di un’intesa su missili, basi, arsenali e controlli reciproci. Di spostare il dialogo con Mosca dal piano della propaganda mediatica a quello della diplomazia.

Foto di copertina EPA/YURI KOCHETKOV

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