23 Gennaio 2022

Il rinvio delle elezioni in Libia e l’influenza russa nel Sahel

Per gli Stati Uniti c’è la lunga mano di Mosca dietro il deragliamento del processo elettorale in Libia, dove presidenziali e parlamentari in calendario per il 24 dicembre non si terranno prima di giugno. Washington – riferiscono fonti informate – punta il dito sulla Russia accusata di agire nel Paese maghrebino nell’ambito del progetto di destabilizzazione che dall’Ucraina si estende sino all’Africa centrale abbracciando la caldissima regione del Sahel.

Il Gruppo Wagner in Libia e non solo

L’operato di Mosca ha trovato forma nel sostegno di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio dell’ex leader libico, la cui candidatura ha rappresentato il fattore deflagrante. La Russia non avrebbe interesse nel voto e, soprattutto, nella formazione di un governo forte, unitario e ampiamente legittimato, tale da pretendere il ritiro delle truppe straniere presenti nel Paese. Il mantenimento dello status quo – dicono gli americani – consente ai mercenari di Wagner, la potente macchina da guerra che fa capo a Yevgheni Prigozhin, considerato molto vicino a Vladimir Putin, di poter proseguire la penetrazione verso il sud del Paese.

I contractor militari della società stanno infatti registrando importanti risultati strategici nella regione, e non solo in Libia, ma anche in Mali, Mauritania, in altre zone del Sahel e nella Repubblica Centrafricana. Cementare la loro presenza in Libia significa quindi portare a compimento la realizzazione del corridoio verso la sponda sud del Mediterraneo, sul fronte meridionale della Nato. Questo è un timore che gli Stati Uniti hanno sollevato sin dal 2019 con la terza guerra civile libica che ha visto l’ingresso, tra gli altri, dei mercenari di Wagner nel Paese per combattere al fianco di Khalifa Haftar.

Secondo la tesi americana, i russi sono molto abili a infilarsi laddove esiste un vuoto di potere e da lì interferire non solo da un punto di vista politico e militare, ma anche agendo nella infosfera con cyber attacchi. Il punto è che Wagner è in Mali perché “il governo di Bamako crede che ci sia un rischio terrorismo, i francesi vanno via, gli europei e gli americani non arrivano e allora chiamano Wagner”. Ma di fatto il Sahel diventa un “fattore di rischio” perché i russi stanno entrando in tutti questi “vacuum”, ovvero vuoti di potere. Secondo gli osservatori Usa, infatti, la priorità per Wagner non è combattere il terrorismo, quanto fare soldi e proiettare l’influenza russa.

La Russia vuole destabilizzare gli Usa, la Nato e l’Ue

C’è dell’altro, perché secondo la visione americana, l’azione in Libia si inserisce nella narrativa che vedrebbe Mosca pronta a invadere l’Ucraina. “Quello che sta accadendo in Nord Africa è intimamente legato a cosa sta succedendo in Ucraina e in altre zone dove Mosca vuole esercitare la propria sfera di influenza. Ovvero perseguire i propri interessi, mostrare una certa potenza attraverso prove muscolari, e mettere l’ovest e la Nato sulla difensiva”. E come può fare questo? Attivarsi sul fronte meridionale dell’alleanza tanto più diventa calda la situazione in Ucraina, posizionandosi in ogni punto critico, così come lo è stata la Siria.

“Basta vedere quello che sta accadendo in Kazakistan ora, dove dilagherà la retorica del Cremlino secondo cui la protesta è opera di agenti di Washington e della Nato, e dove però ora Mosca sta schierando uomini e mezzi che manterrà a lungo – sostengono le fonti. Oltre al fatto che destabilizzando Mali, Mauritania e via dicendo si generano decine di migliaia di nuovi migranti in fuga come fattore di potenziale deterioramento per l’Unione europea, vista come l’altro rivale assieme a Nato e Usa”.

Sebbene anche la Turchia non sia poi così ostile all’idea di mantenere lo status quo, Ankara, secondo gli Stati Uniti, non avrebbe avuto un ruolo attivo nel bloccare il processo elettorale libico, di cui non è entusiasta, certo, ma che può governare abilmente in altro modo.

Per fermare Wagner occorre la presenza occidentale

Come fermare allora tale azione? Da una parte, secondo gli Usa, per impedire a Wagner di infilarsi nel vuoto che esiste nel sud della Libia e ai confini meridionali occorre avere una presenza dell’Occidente in quelle aree, diplomatica ma anche di aiuti con le Ong, le quali non devono concentrarsi solo a Tripoli e Bengasi, consentendo alle autorità libiche di riprenderne il controllo. Dall’altra rimettere subito in moto il processo elettorale per arrivare alla formazione di un governo forte e unitario che costruisca l’argine alle truppe straniere.

Per fermare Mosca, quindi, bisogna fermare Saif Gheddafi, e questo si può fare, a detta degli Usa, presentando una lista senza il rampollo del colonnello, “la candidatura più divisiva che c’è”, quella che rischia di trasformare le elezioni in un referendum sulla rivoluzione del 17 febbraio con la quale venne spodestato Muammar Gheddafi.

La legge elettorale in Libia divide le potenze

Qui però si ritorna al tema della legge elettorale, ovvero quel quadro normativo che, così come era stato pensato e fortemente voluto dal presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, crea confusione, ad esempio, nel definire proprio i criteri di ammissione delle candidature, come nel caso del giovane Gheddafi. Aspetto che mostrava evidente la fragilità dei presupposti del voto del 24 dicembre come sostenuto dall’Italia, secondo cui il voto era necessario, ma affinché fosse stato utile e condiviso doveva svolgersi in condizioni accettabili di garanzia intervenendo sulla legge. Una posizione differente rispetto a Francia ed Egitto (sponsor della Cirenaica) sostenitrici del voto a prescindere, spinte dalla convinzione di poter incassare il risultato che è stato mancato con la guerra.

Gli Usa anche hanno una responsabilità, visto che si sono schierati sulla linea parigina, e ora puntano tutto sul ritorno di Stephanie Williams (da sempre scettica sulla legge di Aguila) nel ruolo di consigliere speciale del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. L’unica in grado di rilanciare la roadmap verso il voto, attraverso una modifica della legge elettorale, che però a causa dei tecnicismi, nella migliore delle ipotesi, si svolgerà solo dopo il Ramadan, ovvero non prima di giugno 2022.

Il seguente articolo di “Palazzo di Vetro” è il primo di una serie che analizza le potenziali criticità geopolitiche del Pianeta in termini di stabilità e processi di deterioramento degli equilibri strategici.

Foto di copertina ANSA/PETER KLAUNZER / POOL

Ultime pubblicazioni