27 Gennaio 2023

Una rivoluzione culturale e sociale contro la repubblica islamica

È una voglia di cambiamento dal fiato lungo.

Sono ormai tre mesi che continuano le rivolte della popolazione in Iran, nei confronti della Repubblica islamica. Non si tratta più di semplici proteste antigovernative, ma, nel gergo della scienza politica, le definiremo rivolte di massa. Pertanto, non si può ancora parlare di una rivoluzione politica, ma certamente di una rivoluzione culturale in corso, una forma di rinascimento iraniano. Rinascimento, nel senso vero del suo significato, e cioè il superamento delle superstizioni e dell’uso della religione, in questo caso dell’Islam, come ideologia politica.

La religione che invade la sfera politica, del diritto, del costume e della vita privata non è più un codice riconosciuto. Non identifica più gran parte degli iraniani. Infatti, le donne e i giovani, in particolare, in qualità di leader di queste rivolte chiedono libertà (in persiano Azadi) e laicità. Si tratta del movimento civile più spiccatamente moderno del nostro secolo.

Le accuse del regime ai manifestanti

Essendo le richieste dei manifestanti al di là delle possibilità di risposta della classe dirigente islamica, e al di fuori di ogni capacità di mediazione, è naturale che ci sia stato un irrigidimento totale. In primis, una repressione forte, da parte delle forze di sicurezza, nelle varie piazze e nelle vie di tutto il paese. In secondo luogo, con l’utilizzo della magistratura, che non è laica ma islamica, con le sentenze di morte contro i manifestanti, soprattutto giovani tra i 18 e i 30 anni

Questi fatti rendono ancora più anacronistica la pervicacia della repubblica islamica nel resistere ad ogni costo. La prima sentenza di morte è stata eseguita l’8 di dicembre e il giovane Mohsen Shekar, residente a Teheran, è stato impiccato. Secondo l’organizzazione Iran Human Rights, almeno altre 17 sentenze capitali sono state emesse dalla magistratura islamica e possono essere eseguite nei prossimi giorni o settimane. Inoltre, sempre secondo questa organizzazione, circa 475 Iraniani sono stati uccisi durante le proteste e circa 17mila sarebbero gli arresti.

Il principale capo d’accusa contro i manifestanti, secondo la corte islamica, è proprio quello di moharebeh che significa essere riconosciuti come “nemici di Allah“, partecipando ad attività sovversive contro uno Stato Islamico. Questo significa che il dissenso politico e quindi la partecipazione alle manifestazioni, sono considerate come una forma di reato/peccato poiché vengono giudicati come una forma di offesa alla legge islamica e non una rivolta contro un sistema autoritario.

Una rivoluzione giovane e culturale

Chi è sceso nelle strade, principalmente giovanissimi, tra i 15 e i 25 anni, sono appartenenti alla ‘generazione Z‘ e ai ‘millennial’ e lo hanno fatto contro l’uccisione di Mahsa Amini, la ragazza iraniana arrestata, lo scorso 13 settembre, dalla polizia morale, per aver violato il codice d’abbigliamento islamico. Mahsa, dopo poche ore dall’arresto, è entrata in coma e poi è morta in ospedale per morte cerebrale. Pertanto si nota che la classe dirigente della repubblica islamica, al momento, continua ad adottare una forma rigida di risposta, dimostrando sordità istituzionale, e non ha inteso fare aperture o avviare alcun dialogo nei confronti delle rivolte.

Tuttavia, se si analizza attentamente quello che sta succedendo all’interno della società iraniana, si nota come il sentimento popolare sia cambiato e vi sia un diffuso amor di patria a guidare gli iraniani, per superare i codici valoriali imposti dalla repubblica islamica. Basti pensare alla ribellione, ormai diffusa, delle donne contro l’imposizione del velo: nelle ultime settimane molte ragazze e donne stanno girando per le strade e nei negozi senza il velo, entrando in un movimento di resistenza e di rivoluzione culturale.

Un altro interessante esempio è la pratica del cosiddetto ‘salta turbante’ ovvero la ‘clero terapia’: molte ragazze e ragazzi hanno preso di mira membri del clero sciita, che indossa il turbante, facendogli saltare via il copricapo, filmando l’azione col cellulare, per poi farla diventare virale in rete. Il turbante e il velo sono due dei più importanti simboli della repubblica islamica e del pensiero dell’ayatollah Khomeini che oggi sono sfidati da questi giovani e non solo. Diventa evidente il declino di legittimità del sistema politico-religioso vigente.

Le novità della protesta

Colpiscono alcuni elementi specifici e di novità dell’attuale protesta. In primo luogo la sua capillarità, dovuta alla sua presenza non solo nei grandi centri urbani. Secondariamente, la grande partecipazione della componente femminile, con la conseguente sottolineatura di tematiche e diritti connessi alla questione di genere. Spiccano infine tanto i toni di radicalità del movimento attuale (pur mantenendo un aspetto fondamentalmente pacifico) e il carattere fortemente iconoclasta del suo repertorio simbolico.

La fisionomia del movimento, infine, sembra avere tutti i connotati anche di una rivoluzione generazionale che però sta contagiando l’intero paese. Non si registra alcuna fiducia nella possibilità di una riforma del sistema vigente né si cercano riferimenti e interlocutori nelle fazioni moderate e riformiste. Inoltre, l’esibizione di simboli che si rifanno alla antica tradizione persiana, come la bandiera nazionale (con il sole e il leone) o il richiamo alle glorie di Ciro il grande, confermano appunto l’utilizzo dei simboli patriottici come forza identitaria di questo movimento, in prospettiva pluralista e inclusivo delle varie realtà del Paese.

Il ruolo di commercianti e lavoratori

La società civile iraniana è stata molto attenta a questi sviluppi. Si nota come le rivolte siano condivise a livello nazionale e siano trasversali. Chiaramente vi è un elemento generazionale di leadership, ma si nota l’accompagnamento anche delle fasce di età più adulte. Gli scioperi dei mercanti, degli avvocati, dei medici, dei sindacati, dei camionisti e dei lavoratori delle varie industrie iraniane, avvenuti in queste ultime settimane, mettono in rilievo questo dissenso diffuso. Continuano a rappresentare la voce delle proteste anche molti campioni sportivi quali il ‘Maradona dell’Iran’, Ali Karimi o l’altro campione di calcio Ali Daei, insieme a note figure del mondo dello spettacolo come le due attrici Hedieh Tehrani e Taraneh Alidusti, tutti impegnati a dare voce alle piazze, rischiando probabilmente la carriera professionale o anche peggio.

La diplomazia bloccata dell’occidente

Tutto questo di fronte a una confusione politico-diplomatica del ‘mondo libero e democratico’. Se la pubblica opinione in Occidente sta svolgendo un importante lavoro di sensibilizzazione, sul piano internazionale delle cancellerie manca un coordinamento.

Rilevanti alcune iniziative, come la copertina della rivista Time dedicata alle donne iraniane, la campagna avviata dal quotidiano nazionale italiano ‘La Stampa’, contro le esecuzioni capitali. Soprattutto contro l’allenatrice di pallavolo Fahimeh Karimi, insieme a varie iniziative delle università e delle organizzazioni attive per i diritti umani. D’altro canto però, almeno in Italia, eccetto importanti dichiarazioni del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio a sostegno delle donne e dei giovani iraniani, si è visto poco.

A seguito dell’impiccagione del primo giovane iraniano, Mohsen Shekar, l’8 dicembre scorso, Londra e Berlino hanno convocato l’ambasciatore della repubblica islamica per chiedere spiegazioni, mentre Roma e Parigi si sono limitate a fare dichiarazioni formali di condanna.

Si nota quanto sia importante una voce corale dell’Unione Europea a sostegno di queste nuove generazioni che chiedono semplicemente un mondo libero e sono stanche di un soffocante autoritarismo. Devono poter immaginare un futuro diverso. Nel nuovo quadro mondiale tra autoritarismi e pluralismi, forse un po’ troppo focalizzati sui nuovi diritti individuali, si sta perdendo la rotta tracciata da secoli di storia improntata alla conquista della libertà. Questi giovani e queste donne, coraggiose, sono i nostri alleati, attenzione a non lasciarli soli. Devono poter continuare a vederci come un faro nelle nebbie dei diritti civili calpestati. Ogni indecisione, tiepidezza o mancanza di coraggio, da parte delle democrazie mature nel sostenerli, potrebbe significare la fine della speranza per loro. La fine di un ruolo per noi.

Foto di copertina EPA/Iranian supreme leader office