5 Dicembre 2022

Le giovani generazioni vogliono cambiare l’Iran

In Iran è in corso la più grande protesta antigovernativa dell’epoca postrivoluzionaria. Decine di migliaia di cittadini, particolarmente giovani e donne, stanno scendendo in piazza, durante le ultime quattro settimane, chiedendo la fine della Repubblica islamica, al potere in Iran a seguito della rivoluzione del 1979. 

Le conseguenze della morte di Mahsa Amini

La miccia che ha fatto scatenare la protesta è stata la morte della giovane ragazza Mahsa Amini, arrestata, lo scorso 13 settembre, dalla polizia morale. Amini, dopo poche ore dall’arresto, è entrata in coma e poi ha perso la vita in ospedale per morte cerebrale. Sono bastate poche ore a far scatenare la più grande dimostrazione iraniana in segno di protesta alla morte della giovane Masha, che secondo i manifestanti e secondo evidenze dimostrate da testimoni e familiari, sarebbe stata percossa alla testa dalla polizia etica durante l’arresto, causandone così ferite letali. Tale convinzione si è fortemente radicata in una buona parte della società, nonostante le autorità neghino di aver avuto responsabilità per la sua morte. 

Amini era stata fermata per aver violato, secondo la polizia etica, il codice d’abbigliamento islamico, vigente in Iran dopo la rivoluzione del 1979 che ha imposto il velo alle donne per circa quarant’anni. Il velo islamico (l’hijab), infatti, per la Repubblica islamica rappresenta un codice valoriale fondamentale. Uno stigma di obbedienza alla Repubblica islamica. Metaforicamente parlando, il velo è per il clero sciita al potere quello che rappresentava il muro di Berlino per l’Unione Sovietica. Dovesse cadere l’obbligo del velo per le donne, la classe dirigente iraniana perderebbe completamente il suo potere simbolico. Anche per questa ragione, sull’obbligo del velo, le autorità islamiche iraniane non hanno mai fatto un passo indietro. 

La morte di Amini è riuscita a catalizzare un movimento di protesta così consistente in quanto sono diversi anni che una parte degli Iraniani ha maturato un diffuso malcontento nei confronti della Repubblica islamica. Le limitazioni sociali imposte ai cittadini, le difficili condizioni economiche insieme alla carenza di libertà politiche hanno provocato un graduale, ma sempre crescente, senso di critica e di opposizione nei confronti delle autorità iraniane. Basti pensare alle varie manifestazioni antigovernative degli ultimi anni: quelle del 1999, 2003, 2009, 2017, 2019, insieme a quelle in corso del 2022, per comprendere meglio l’incremento di questo disagio presente all’interno della società iraniana. 

Solidarietà nazionale e internazionale 

Si nota una unità nazionale e una compattezza in tutte le regioni iraniane, dall’Azarbaijan al Kurdistan; dal Khorasan al Sistan e Belucistan, mettendo in luce come non ci siano divisioni etniche nel paese. Allo stesso tempo, la repressione in corso è stata altrettanto forte: secondo fonti interne e agenzie all’estero, sarebbero 185 i manifestanti uccisi, tra cui 19 minorenni. 

L’impatto delle proteste questa volta è stato molto ampio sia nel paese che all’estero. Sono tanti i rappresentanti del mondo della politica, dello spettacolo e dello sport che si sono schierati a fianco delle proteste. Tra questi, moltissime donne, hanno coniato un gesto insolito di ribellione e già diventato iconico per aderire ai movimenti di piazza: tagliarsi un ciuffo di capelli in segno di solidarietà. Sono già centinaia i video postati sui social media un po’ in tutto il mondo. Questo livello di appoggio internazionale non si era mai visto negli ultimi decenni.

Il futuro delle proteste non è direttamente collegato alla grave situazione economica del Paese. La crisi economica non è stata provocata soltanto dalle sanzioni, ma è il frutto di corruzione e di incapacità di gestione delle dinamiche di sviluppo del paese. Quello che chiedono le nuove generazioni è un sistema trasparente, efficiente e accountable

Una rivoluzione generazionale 

Il cambio generazionale sta rappresentando un fattore chiave in Iran. Circa il 73% della popolazione, su 84 milioni, ha meno di 45 anni. I giovanissimi (sotto i 25 anni) invece, principali attori di queste ultime proteste, sono i c.d. millennial iraniani che hanno preso in mano la leadership di queste ultime proteste e stanno sfidando pacificamente, ma in modo deciso, nelle strade e nelle piazze, la repubblica islamica. Le proteste, infatti, si sono estese in modo esponenziale in tutto il territorio nazionale, coinvolgendo numerose piccole e grandi città iraniane: non solo nei centri urbani, ma anche nelle zone rurali del paese.

I protagonisti di queste proteste sono le nuove generazioni, soprattutto le giovani studentesse. Ciò non significa che ci sia una caratterizzazione generazionale delle proteste a cui, col passare dei giorni, aderiscono sempre più iraniani di ogni età e fascia sociale. Il movimento di protesta non distingue tra le varie fazioni politiche presenti all’interno della Repubblica Islamica, chiedendo un cambiamento radicale.

Siamo dinanzi a una generazione senza ideologia, alla ricerca di libertà e di felicità. Non ha simpatie per le ideologie dello scorso secolo, né per quelle islamiche ne per i movimenti di sinistra. I giovani nelle piazze chiedono la laicità dello Stato e portano con sé un’idea patriottica importante.

Una generazione postrivoluzionaria, nata tra gli anni 1998 e 2008, che non ha conosciuto né l’epoca dello Shah di Persia, Mohammad Reza Pahlavi, né quella dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica. Si tratta, da un lato, di una fascia di popolazione cresciuta e formata all’interno del sistema educativo della Repubblica Islamica, ma, dall’altro, è presente in modo significativo su internet e segue i canali  satellitari in lingua persiana dall’estero.

È nata, dunque, una generazione ibrida che, avendo vissuto sia il controllo sociale della Repubblica Islamica sia il pluralismo dei valori presenti nel mondo globalizzato, ha raggiunto una sintesi di pensiero sta esprimendo nelle piazze volto alla ricerca di un sistema politico libero da autoritarismi. Possiamo affermare che si tratta del movimento di protesta più moderno del ventunesimo secolo. 

Foto di copertina EPA/Yannis Kolesidis