La guerra “preventiva” di Vladimir Putin

L’aggressione russa su larga scala, in assenza di qualsiasi provocazione da parte ucraina, ha colto di sorpresa noi europei, e dato ragione agli anglo-americani.

Ieri l’accelerazione impressa da Putin alla crisi nel dichiarare che il riconoscimento delle repubbliche secessioniste riguardava anche i territori da loro non controllati delle regioni di Donetsk e Lugansk lasciava presagire una escalation: offensiva dei ribelli, assistenza militare russa in base agli accordi appena sottoscritti, rifiuto ucraino di ritirarsi senza combattere, avanzata russa verso altre regioni dell’Est e del Sud del paese.

L’autocrate russo ha deciso di saltare anche questo passaggio, rinunciando a qualsiasi foglia di fico per una aggressione, come poteva essere il rigetto di un ultimatum o una sanguinosa controffensiva dopo una prima sortita delle milizie di Donetsk. Senza attendere questi passi (che potrebbero seguire nei prossimi giorni), ha voluto sfruttare il fattore sorpresa per disarmare la contraerea e l’aviazione ucraina e provocare il panico nella popolazione.

A questo punto è difficile capire dove si fermerà l’offensiva. Sarà una spedizione punitiva di breve durata come quella del 2008 contro la Georgia, con la distruzione di infrastrutture militari e civili, e con in più l’ampliamento del territorio delle regioni secessioniste (con o senza annessione, poco importa)? O forse Putin vorrà sfruttare il successo militare per risolvere alla radice il problema riducendo l’Ucraina allo status di protettorato? O addirittura inglobare il paese o buona parte di esso in una unione pan-russa? (Questo interrogativo figurava nel titolo originario dell’articolo di ieri; la redazione aveva ritenuto inopportuna l’evocazione di Danzica, perché suggerire paralleli con Hitler può apparire inutilmente polemico).

Putin non ha chiarito le proprie intenzioni. Il suo discorso di stamane non ha dettato condizioni di pace a Kiev, salvo un fuggevole accenno alla smilitarizzazione. È stato essenzialmente una filippica contro gli Stati Uniti, che si sono atteggiati a vincitori della guerra fredda, e contro i loro accoliti europei, definiti collettivamente “l’impero della menzogna”. Secondo Putin, l’America ha approfittato della debolezza della Russia, ha lasciato inascoltate le sue esigenze di sicurezza, ha aggressivamente occupato tutto lo spazio est-europeo fino alle frontiere della Russia secondo un piano di containment, ha riempito i paesi limitrofi, e in particolare l’Ucraina, di materiale bellico.

Mosca – prosegue Putin – ha cercato per anni di evitare lo scontro, come fece nel 1940 e inizio del 1941; ma non intende ripetere l’errore di Stalin che il 22 giugno si fece cogliere di sorpresa. Sono in gioco non solo gli interessi della Russia, la sua sicurezza, ma la sopravvivenza stessa del popolo russo, e la sua sovranità. Questa è la nostra linea rossa, e loro (gli americani) l’hanno varcata. La Russia deve agire urgentemente, per difendere i propri interessi, le proprie frontiere, le proprie relazioni. Essa è legittimata dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite (legittima difesa). E possiede oggi il più potente arsenale militare del mondo.

È il tipico annuncio di una guerra “preventiva”, fatto per mobilitare psicologicamente la popolazione, non per convincere il mondo esterno.

All’Ucraina, vista più come oggetto di una partita geopolitica che come avversario, è dedicata solo la parte finale del discorso, e la motivazione dell’attacco è quella nota: la Russia ha atteso per otto anni che la situazione del Donbass si risolvesse pacificamente, non può più assistere inerte al genocidio. Non è però nei suoi piani l’occupazione (totale) dell’Ucraina. La conclusione è tuttavia minacciosa: un’esortazione ai militari ucraini ad essere fedeli ai valori per i quali hanno combattuto i loro padri e nonni (sottinteso: la salvezza della comune patria russa), non alla cricca al potere a Kiev, infiltrata da neonazisti; indi un invito a deporre le armi e tornare a casa; se ci sarà un bagno di sangue (minaccia già pronunciata nei giorni scorsi) sarà unicamente colpa di chi governa a Kiev.

L’invettiva di Putin si conclude con un duro avvertimento al mondo esterno (leggi: occidentale): “chi da fuori volesse intromettersi, sappia che va incontro a conseguenze mai viste. Siamo pronti a qualunque sviluppo della situazione, tutte le decisioni sono già state prese”.

Dobbiamo purtroppo constatare che l’Occidente non ha strumenti per fermare il rullo compressore russo. Le sanzioni, era prevedibile, non sono servite da deterrente. Ora non si potrà fare a meno di adottarne di molto severe, ma ben sapendo che faranno più male a noi stessi, data la dipendenza dal gas russo, che a Putin. La Cina prende le distanze per non essere coinvolta nel biasimo per l’aggressione, ma non farà mancare al suo alleato di fatto quell’interscambio commerciale mutuamente profittevole che gli permetterà di sopportare le sanzioni senza fare passi indietro.

Foto di copertina EPA/RUSSIAN PRESIDENT PRESS SERVICE

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