1 Dicembre 2022

La guerra lunga e l’inverno in arrivo per l’Europa

La guerra in Ucraina sta per entrare nel sesto mese, e durerà probabilmente ancora a lungo. La Russia si prepara per continuare l’offensiva nel Donbas, mentre per l’Europa si pone un problema di sostenibilità delle sanzioni contro Mosca alla luce degli effetti su inflazione, coesione sociale e opinione pubblica, con un forte rischio per il sostegno europeo all’Ucraina nel prossimo inverno.

Continua la guerra di attrito in Donbas

L’invasione russa dell’Ucraina da aprile si concentra nel Donbass, dove nelle scorse settimane sono cadute le cittadine di Severodonetsk e Lysychansk permettendo a Mosca di occupare tutta la regione di Luhansk. Il conflitto procede cruento con bombardamenti aerei e missilistici, fuoco di artiglieria, manovre di fanteria e di mezzi corazzati e blindati, successivi attacchi russi e limitati contrattacchi ucraini. La Russia ha in un certo senso imparato dagli errori delle prime settimane di guerra, quando l’obiettivo di prendere contemporaneamente Kyiv e buona parte del Paese si rivelò troppo ambizioso rispetto alle forze in campo, e ha concentrato potenza di fuoco e unità nel Donbas. Il centro del fronte è attualmente la regione di Donetsk dove le forze russe procedono alla distruzione sistematica dei villaggi o dei quartieri dove si trovano le postazioni ucraine pur di avanzare tra le macerie, mentre attacchi e vittime si registrano anche in altre zone dell’Ucraina.

I morti tra militari e civili si contano ormai tragicamente nell’ordine di decine di migliaia, in una guerra di attrito che non ha precedenti in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La Russia ha dimostrato finora di poter alimentare lo sforzo bellico nonostante le ingenti perdite in termini di uomini e mezzi ed il peso delle sanzioni internazionali sulla propria economia. Il regime di Putin mantiene la presa sul Paese, anche grazie a propaganda e repressione capillari, e fa leva sul fatto che buona parte della popolazione russa è in qualche modo abituata da secoli a sopportare a lungo sacrifici in nome di un nemico esterno.

L’Ucraina resiste. Da un lato, grazie alla motivazione profondamente condivisa e diffusa di difendere il proprio Paese da un’occupazione brutale, e dall’altro al sostegno economico e militare occidentale, in primis statunitense ma anche dei Paesi e delle istituzioni UE.

Gli scenari futuri del conflitto delineati ad aprile su AffarInternazionali restano ancora validi. Sono sempre più improbabili sia una escalation nucleare russa da un lato sia una liberazione ucraina dei territori occupati dalla Russia dall’altro. È  probabile che il conflitto duri ancora a lungo, con un’avanzata russa nel Donbas molto lenta, difficile e sanguinosa, che non arrivi a minacciare Kyiv né Odessa. È  possibile che le parti giungano ad una sorta di tregua, senza un accordo di pace vero e proprio ma con un congelamento di fatto della linea del fronte, nel momento in cui entrambe riterranno che non possono ottenere alcun vantaggio da una guerra il cui tributo di sangue sta andando ben oltre le aspettative dello scorso febbraio. La decisione resta sostanzialmente in mano all’invasore, quindi alla leadership di Putin e al suo peculiare calcolo dei costi, benefici e rischi del proseguimento del conflitto anche in relazione alla capacità di tenuta del fronte occidentale.

Gli effetti di conflitto e sanzioni sull’Europa

L’occidente, ovvero il nord America, l’Europa e le democrazie affini dell’Indo-Pacifico, si sono schierate a favore dell’Ucraina con diversi livelli di intensità e di impegno, e con i relativi costi distribuiti in modo asimmetrico anche a causa della differente dipendenza dalle forniture energetiche russe. Gli Stati Uniti hanno stanziato risorse ingenti per l’Ucraina fornendo importanti armamenti, e hanno rafforzato la loro presenza militare in Europa in ambito Nato, ma l’Indo-Pacifico resta per loro la priorità di medio-lungo periodo in un contesto di competizione globale con la Cina.

Per l’Europa l’invasione russa dell’Ucraina resta “la” minaccia e la priorità per il breve, medio e lungo periodo, ed è quindi necessario che si attrezzi adeguatamente per reggere un confronto protratto con la Federazione Russa. Dal punto di vista della deterrenza e difesa, convenzionale e nucleare, il nuovo Concetto Strategico NATO centrato sulla Russia e sulla difesa avanzata dell’Europa orientale dal Baltico al Mar Nero offre una garanzia militare adeguata per l’Europa. Una garanzia cui gli stessi stati europei dovranno contribuire mettendo in campo collettivamente maggiori e migliori capacità militari per compensare il crescente spostamento di priorità statunitense verso l’Indo-Pacifico, e per affrontare il rischio di una crisi a Taiwan che impegni lì il dispositivo militare americano lasciando in parte scoperto il Vecchio Continente.

Ben più grave e impellente è per l’Europa l’aspetto energetico ed economico del confronto con la Russia iniziato da Putin il 24 febbraio. I prezzi del gas, già in ascesa prima della guerra, anche a causa delle sanzioni occidentali alla Russia e dei tagli russi alle forniture per l’Europa hanno raggiunto per i consumatori europei livelli impensabili pochi anni fa. L’impatto complessivo della guerra e delle sanzioni sul costo delle forniture energetiche, sommato a una ripresa della domanda globale post-Covid, a una generale incertezza sui mercati internazionali, e a una corsa a determinate materie prime e componenti, ha alimentato un’impennata inflazionistica in tutta Europa e negli Stati Uniti. In Italia l’inflazione ha raggiunto un livello che non si verificava dagli anni Ottanta, arrivando a giugno 2022 a + 8% su base annua.

La tenuta del fronte interno europeo

Il regime sanzionatorio nei confronti della Russia è destinato a durare a lungo, e comporta un ri-orientamento strutturale delle catene di approvvigionamento tutto da definire e gestire, specie in chiave di diversificazione energetica – in primis verso l’Africa – e di transizione verso le energie rinnovabili, cui andrebbe abbinata anche una maggiore efficienza e quindi riduzione dei consumi interni come previsto anche dal recente piano della Commissione Europea.

Nel frattempo però il costo dell’inflazione si scarica sui cittadini europei in modo così immediato e drastico da mettere in prospettiva a dura prova il consenso interno per la linea di fermezza contro l’aggressione russa. È prevedibile che in autunno l’aumento dei consumi energetici, gli effetti di oltre un semestre di inflazione galoppante e l’acuirsi delle tensioni sociali porranno sotto pressione parlamenti e governi nazionali. Anche perché nel frattempo la non-adesione al regime sanzionatorio di Cina e India – e non solo – genera un iniquo vantaggio comparato per le loro imprese che competono con quelle europee approfittando di costi energetici inferiori, togliendo così mercato e ossigeno alle produzioni del Vecchio Continente.

La tenuta del fronte interno europeo sarà particolarmente difficile in quei Paesi dell’Europa occidentale, come l’Italia ma non solo, e in Ungheria in cui una parte dell’opinione pubblica, per vari motivi, non considera l’invasione russa dell’Ucraina come una grave minaccia alla sicurezza e stabilità europea, e quindi non è disposta a pagarne il prezzo in termini di potere d’acquisto.

Se si vuole reggere il confronto con la Russia bisogna rendere tale prezzo sostenibile in termini economici, sociali e politici per l’Europa, e ciò chiama direttamente in causa le politiche dei governi e delle istituzioni UE. Si tratta infatti di guardare in una prospettiva diversa, proattiva e tempestiva a misure quali un tetto al prezzo del gas per i fornitori, interventi per evitare speculazioni di varia natura sui prezzi delle forniture energetiche, delle materie prime e dei generi alimentari, l’uso del bilancio pubblico e di quello UE per contenere gli effetti negativi della guerra e delle sanzioni e quindi la riforma del Patto di Stabilità. Se politicamente si riconosce che l’invasione russa dell’Ucraina è una sfida per l’occidente e una questione di sicurezza nazionale ed europea, allora bisogna essere coerenti nel mettere in campo le misure necessarie per reggere il confronto – whatever it takes.

Altrimenti, se i Paesi e le istituzioni Ue non porranno rimedi robusti a una situazione in progressivo peggioramento, il rischio è che le sanzioni volute per indebolire la Russia e indurre il Cremlino a fermare la guerra finiscano con l’indebolire l’Europa e indurre i governi europei a fermare il sostegno all’Ucraina, pur di arrivare a una qualche forma di pace ad ogni costo. E senza finanziamenti ed armi europee, Kyiv avrebbe molte più difficoltà a difendersi dal prosieguo dell’offensiva russa.

In altre parole, la scorsa primavera Mosca ha fallito sul campo militare la presa di Kyiv, ma in inverno potrebbe ottenere tramite il crollo del fronte interno degli alleati europei dell’Ucraina, un indebolimento decisivo del Paese invaso. Una vittoria russa in Ucraina conseguita in questo modo avrebbe come effetto deleterio l’incentivo per Mosca, e per altre dittature nel mondo, ad ulteriori prove di forza militare contando sul fatto che dopo pochi mesi di inflazione le democrazie europee gettano la spugna. Il Cremlino si prepara ad una guerra lunga, l’Europa deve trarne per tempo tutte le conseguenze. Winter is coming.

Foto di copertina EPA/ROMAN PILIPEY

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