5 Dicembre 2022

La Germania prende posizione sulle proteste in Iran

Il Sessantotto in Germania – insieme alla portata degli scontri e alla violenza sociale e politica che ne conseguì – scoppiò in realtà il 2 giugno 1967. Quel giorno venne ucciso Benno Ohnesorg, un giovane attivista che partecipava a una manifestazione di fronte all’Opera di Berlino ovest, dove era presente lo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. Quest’episodio, oramai perso nella notte dei tempi, ci serve però per capire che l’Iran ha sempre rappresentato un punto di attenzione per la Germania, intesa sia come società civile che come governo e politica.

Le ‘linea Baerbock’ sull’Iran

L’Iran ritorna adesso nell’attualità della politica tedesca. È stata la ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, a porre in modo netto la questione dei rapporti con l’Iran in occasione delle proteste che stanno scuotendo il paese. È particolarmente significativo un thread di Baerbock su Twitter, con un ultimo punto intitolato kein business as usual: il capo dell’Auswärtiges Amt ha ribadito in molto netto che la Germania non è disposta a soprassedere sulle violazioni dei diritti umani che si stanno verificando nel paese.

Da qui l’adozione di una serie di misure, dal contenimento dei rapporti economici all’avvio di programmi per l’accoglienza delle persone in fuga dal regime fino allo studio di nuovi meccanismi sanzionatori. Non è ci è voluto molto per arrivare a un gesto formale, quello della contemporanea convocazione degli ambasciatori a Berlino e a Teheran. Il governo iraniano, per parte sua, accusa il ministro degli Esteri tedesco di sostenere e fomentare le rivolte nelle città iraniane.

Ora, la questione delle proteste si sovrappone al più ampio discorso relativo all’atteggiamento della Germania e, più in generale, dell’Unione Europea nei confronti di Teheran. Il vero interrogativo è se ci si trovi di fronte a un giro di boa nella strategia tedesca verso l’Iran.

La linea negoziale di Merkel

Nel corso dell’era Merkel la Germania aveva definito una sua posizione verso l’Iran, creando un collegamento tra il rispetto da parte del regime di Teheran del nuclear deal e l’impegno dell’Unione Europea (in questo contesto rappresentata da Francia e Germania) a operare un progressivo smantellamento del regime sanzionatorio.

Questa linea portata avanti da Merkel ha avuto alti e bassi soprattutto a causa dei cambiamenti che hanno interessato l’amministrazione americana: decollata nell’era Obama, essa si è infranta sugli scogli dell’amministrazione Trump. A onore della Kanzlerin va detto che questa strategia ha avuto il pregio di definire una linea chiara dal punto di vista negoziale e di aver avuto l’ambizione di tenere sempre legato il governo iraniano ai negoziati diplomatici.

I recenti sviluppi interni all’Iran e le reazioni a quanto sta avvenendo fa però immaginare che ci si trovi di fronte a un punto di svolta che arricchisce (e pertanto complica) il quadro dei rapporti tra Germania ed Europa da un lato e Iran dall’altro. È proprio qui che si situa la nuova linea Baerbock, che porta al centro del confronto la questione della violazione dei diritti e della repressione del dissenso.

Il confronto nella coalizione semaforo sull’Iran

Resta da comprendere come questa ‘linea Baerbock’ si tradurrà in termini operativi nel confronto internazionale di medio-lungo periodo. Bisogna anche capire quanto questa linea sarà la linea dell’intero governo: su questo come su altri punti ci si trova infatti di fronte a una coesistenza competitiva tra i diversi soggetti che compongono la maggioranza.

Di recente, ad esempio, si è registrata una forte divergenza tra i Verdi, nella persona del ministro dell’economia Habeck, e il cancelliere relativamente alla questione della posizione dominante di compagnie cinesi nel porto di Amburgo. Relativamente all’Iran vi è da vedere se il primato della protezione dei diritti umani, centrale nel programma e nella visione dei Verdi, è in realtà condiviso da Scholz e dal partito socialdemocratico, da sempre interessato a un compromesso tra la promozione dei diritti e lo sviluppo di relazioni costruttive anche con governi e paesi “problematici”.

Foto di copertina EPA/CLEMENS BILAN