26 Novembre 2022

Per affrontare la minaccia russa gli europei devono investire insieme

Condividiamo e rilanciamo il seguente appello di un gruppo di esperti europei affinché i prossimi investimenti militari previsti in gran parte dei Paesi europei siano fatti nella prospettiva di un effettivo rafforzamento dell’Europa della difesa.

Vincenzo Camporini, Valter Girardelli, Salvatore Farina, Michele Nones, Stefano Silvestri

“La guerra è tornata in Europa. L’invasione dell’Ucraina voluta da Vladimir Putin ha costretto gli europei a riconoscere che la guerra non è più solo un ricordo del XX secolo, e che nel XXI secolo non colpisce solo gli altri.

I leader del Vecchio Continente, spronati dall’opinione pubblica, hanno reagito impegnandosi a trovare un rimedio alla loro relativa debolezza militare.  La Germania ha annunciato un fondo da 100 miliardi di euro dedicato agli investimenti per le sue forze armate e ha promesso di rispettare l’impegno di spendere il 2% del PIL nella difesa. Dallo scorso 21 febbraio Belgio, Estonia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Paesi Bassi, Italia, Polonia, Romania, Spagna e Svezia hanno annunciato piani per aumentare la spesa per la difesa fino ad almeno il 2% del rispettivo PIL.

Dopo decenni di persistente carenza di investimenti, ed una parziale, positiva inversione di tendenza solo dopo l’attacco della Russia all’Ucraina nel 2014, gli europei sembrano riconoscere che mezzi militari credibili per garantire la sicurezza dei propri cittadini siano una precondizione necessaria per proteggere sia l’Europa che i rapporti transatlantici.

Tuttavia, paradossalmente, questo improvviso aumento dei bilanci della difesa potrebbe non rafforzare la capacità collettiva dell’Europa di rispondere ad aggressioni militari. Questo perché agli europei, sia all’interno dell’UE che della NATO, non basta spendere di più per le loro forze armate: devono anche imparare a spendere molto meglio.

L’insieme dei Paesi europei spende per la difesa più della Cina o della Russia. Nonostante ciò, l’Europa non si è mai avvicinata all’obiettivo di poter dispiegare rapidamente una forza di 60.000 unità come fissato dagli Helsinki Headline Goals UE del 1999 – forza che a sua volta sfigura rispetto agli oltre 150.000 soldati che la Russia ha schierato in breve tempo ai confini dell’Ucraina. Di fronte a tale minaccia esistenziale, l’Europa non può permettersi di andare avanti così.

Tuttavia i meri numeri non sono sufficienti a creare uno scopo comune, la capacità di operare insieme sul campo di battaglia o i mezzi necessari per farlo. Il fallimento di lunga data dell’Europa nell’affrontare la carenza di capacità militari identificata sia nel quadro NATO che UE ne è un esempio eloquente. Ad esempio, lo sviluppo di fattori abilitanti fondamentali quali rifornimento aereo, trasporto aereo strategico o capacità di ricognizione e intelligence, è stato un obiettivo prioritario dalla fine degli anni ’90 e non ancora raggiunto. Oggi una spesa frammentata su base nazionale non farebbe altro che aggravare il problema, portando a forze armate ancora più frammentate e sempre meno interoperabili.

Il nuovo quadro strategico ed economico offre invece a tutti gli europei l’opportunità storica di spendere in modo più coordinato e coerente. La recente adozione da parte dell’UE della Bussola Strategica dimostra la volontà di dare un nuovo impulso al vecchio obiettivo di una “definizione progressiva di una politica di difesa comune”.

Due sfide chiave attendono gli europei se vogliono davvero disporre di nuove mezzi per concretizzare nuove ambizioni. In primo luogo, mentre gli sforzi a livello dell’UE tendono tipicamente a concentrarsi sullo sviluppo di capacità nel lungo termine, le esigenze a breve termine hanno avuto la precedenza nelle ultime settimane. Gli europei dovranno quindi trovare un equilibrio tra investimenti a breve e a lungo periodo: devono prepararsi per ulteriori confronti militari nei prossimi mesi, ma anche per deterrenza e possibili conflitti nei decenni successivi. Devono inoltre essere pronti a lavorare insieme, anche quando – come nel caso del Regno Unito e dei Paesi UE – le appartenenze alle organizzazioni internazionali non sempre si allineano.

In secondo luogo, lo scarso coordinamento e la maggiore priorità al breve termine possono minare gli sforzi in corso per rafforzare l’autonomia strategica dell’Europa e la base industriale e tecnologica della difesa europea. In questo contesto, vi è infatti il forte rischio che gli europei acquistino chiavi in mano equipaggiamenti prodotti fuori dall’Europa. Bisognerebbe dunque trovare un equilibrio tra le urgenze attuali e la necessità di costruire la base industriale e tecnologica di cui l’Europa ha bisogno per i prossimi decenni. Sono quindi più che mai necessari degli incentivi europei per una cooperazione a lungo e breve termine.

In definitiva, se gli europei vogliono dotarsi di mezzi duraturi per proteggere i propri interessi ed il loro continente, non possono fare altro che investire in maniera congiunta e non parallela.”

Felix Arteaga, senior researcher Real Istituto Elcano; Renaud Bellais, università Grenoble-Alpes; Olivier de France, senior researher Institut de Relations Internationales et Stratégiques (IRIS);Alessandro Marrone, Responsabile del Programma Difesa IAI;  Sylvie Matelly, Vicedirettore IRIS; Jean-Pierre Maulny, Vicedirettore IRIS; Margarita Šešelgytė, Direttrice dell’Istituto di relazioni internazionali e scienze politiche dell’Università di Vilnius; Edouard Simon, senior researher IRIS;Trevor Taylor, senior researcher Royal United Services Institute; Daniel Fiott e Dick Zandee, membri del Comitato Scientifico del Armament Industry European Research Group.

Foto di copertina EPA/VASSIL DONEV

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