2 Dicembre 2022

Il Brasile torna al voto diviso sulla politica estera

Il 30 settembre, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha votato una bozza di risoluzione proposta da Stati Uniti e Albania che chiedeva l’invalidità e la condanna dei referendum di annessione alla Russia delle regioni di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia. Organizzati senza l’approvazione di Kyiv in regioni in guerra prese con la forza, per il Segretario Generale Onu António Guterres i referendum hanno violato lo Statuto delle Nazioni Unite, rappresentando una “pericolosa escalation” nella già drammatica situazione russo-ucraina.

La Russia ha usato il suo diritto di veto per affossare la risoluzione, che avrebbe imposto di ritirare le truppe dall’Ucraina. Nessuno dei 15 membri del Consiglio si è allineato al veto russo, ma quattro paesi si sono astenuti, tra cui il Brasile. Il paese guidato da Jair Bolsonaro, esponente di una destra sovranista e antiglobalista, ha assunto una posizione ambigua sulla guerra in Ucraina, smarcandosi dalle condanne occidentali, ma non abbracciando in toto l’opposizione promossa dai Brics. Questa incertezza è emersa nelle diverse votazioni all’Onu, sotto la costante pressione della campagna elettorale brasiliana

Il Brasile, Bolsonaro e le Nazioni Unite

Oltre al Gabon, all’ultimo Consiglio di Sicurezza si sono astenuti Cina e India. Alleati della Russia nel blocco dei Brics, i due giganti asiatici hanno mantenuto la linea delle precedenti risoluzioni sulla guerra, essendosi astenuti dal denunciare l’invasione ed estromettere la Russia dal Consiglio Onu per i diritti umani (la Cina ha votato contro). Cina e India hanno espresso preoccupazione per la sicurezza internazionale minacciata dal conflitto tra Russia e Ucraina, per il rispetto dei principi di sovranità territoriale dei due stati e hanno sottolineato la necessità di favorire la pace. Da questa linea politica si è distanziata la delegazione brasiliana, creando una spaccatura con la posizione del suo presidente. 

Bolsonaro non ha mai nascosto la sua vicinanza alla Russia. Ha incontrato Putin a Mosca otto giorni prima dell’invasione, mantenuto i rapporti commerciali con la Russia e criticato le sanzioni. La posizione ufficiale parla di impegno nel “promuovere il dialogo, per contribuire alla fine della guerra”, rimanendo in “equilibrio”. Alle Nazioni Unite però, il Brasile ha votato la risoluzione di febbraio che condannava l’invasione russa, contro il volere di Bolsonaro. 

Prima del voto, i ministri dei Brics si sono riuniti all’Onu. Tre giorni dopo, alla sessione consiliare del 27 settembre, il Brasile ha condannato i referendum russi ma poi si è riallineata ai Brics nel voto del 30, giustificando l’astensione spiegando che la mozione americana “non favorisce un clima che conduca a una soluzione del conflitto”. Infine, quando il 12 ottobre l’Assemblea Generale ha revisionato il veto russo, il Brasile è stato l’unico tra i Brics a votare per la condanna dei referendum.

Come si spiega questa ambiguità? Per quanto sia difficile delineare una strategia di relazioni estere coerente dell’amministrazione Bolsonaro, c’è tensione tra due correnti: una pragmatico-economica e una religioso-ideologica. La prima favorirebbe le alleanze economiche con Stati Uniti e Mercosur, mentre la seconda userebbe la politica estera per “compiacere” l’elettorato bolsonariano.

La questione russo-ucraina è esplosa nell’anno delle elezioni presidenziali, con Bolsonaro costretto a rincorrere il socialista Lula da Silva nei sondaggi. L’economia brasiliana in crisi non ha aiutato il presidente uscente, che ha preferito non abbandonare le cruciali importazioni di fertilizzante e carburante russi, abbandonando invece la coalizione occidentale che difende l’Ucraina.

Gli stati europei lo hanno ostracizzato, Trump non è più alla Casa Bianca, e il presidente brasiliano per molto tempo non ha riconosciuto l’elezione di Biden. Questi fattori avrebbero permesso alla corrente religioso-ideologica all’interno del governo brasiliano di prevalere nelle decisioni di politica internazionale, e al presidente di scegliere la posizione più rumorosa sul conflitto Russia-Ucraina. Le ambiguità all’Onu potrebbero essere frutto non solo di contrasti interni, ma anche della necessità di non inimicarsi del tutto gli Stati Uniti.

La politica estera del nuovo presidente

Tale ambiguità attira i riflettori di tutto il mondo, in un momento politico delicatissimo. Chiunque eletto nel ballottaggio del 30 ottobre dovrà gestire una politica estera oscillante tra sud globale, occidente e isolamento. Storicamente, i cambiamenti ideologici a Brasília non alterano i buoni rapporti con Brics e G20, ridefinendo invece le posizioni del Brasile verso le istituzioni sovranazionali, come Onu, Banca Mondiale e Fmi. Le alternative sulla scheda elettorale sembrano confermare questa tendenza. Non solo Lula è stato fiancheggiatore dei Brics al Palazzo di vetro, ma le sue posizioni verso la crisi in Ucraina non sono troppo distanti da quelle del rivale Bolsonaro.  

Le differenze più sostanziali in politica estera riguardano l’ambiente e il rapporto con l’Europa. Bolsonaro vede nell’ambientalismo un freno alle sue politiche sovraniste. Lula potrebbe difendere la causa dell’Amazzonia oltre la campagna elettorale, iniziando dalla COP27 di novembre. Inoltre, Lula ha promesso di siglare il trattato commerciale tra Ue e Mercosur. L’Unione ha bisogno di questo accordo, che intensificherebbe i rapporti con Brasile e Sudamerica, anche in chiave ambientale

L’incognita saranno invece le relazioni con gli Usa. Lula e Bolsonaro avevano buoni rapporti personali rispettivamente con Obama e Trump. Ora, Bolsonaro non è più il benvenuto a Washington. Invece, gli storici rapporti commerciali dei governi di Lula con la Cina potrebbero essere mal visti a Washington, in un periodo in cui Antony Blinken e colleghi stanno rimarcando la necessità di contrastare le minacce di Pechino. Sarà da chiarire anche il ruolo regionale del Brasile. In caso si verifichi la minaccia del rally-golpe bolsonariano, i leader antisistema in America Latina, come il salvadoregno Nayib Bukele, potrebbero non riconoscere un governo Lula, spaccando ulteriormente in due il continente.

Foto di copertina EPA/Antonio Lacerda

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