La deflagrazione del conflitto in Iran ha rapidamente fatto sentire i suoi effetti sul mercato dei beni energetici, portando a un incremento del prezzo di petrolio e gas. Da questo aumento di costo derivano rilevanti rischi per l’economia europea, posta la perdurante dipendenza del vecchio continente da fonti energetiche fossili importate dall’estero. In tal senso, alcuni analisti e membri delle istituzioni hanno ventilato la possibilità di assistere nei mesi a venire a una crescita dell’inflazione che potrebbe dar vita a una dinamica simil-stagflattiva. Uno scenario che, qualora dovesse concretizzarsi, genererebbe importanti ripercussioni economico-sociali, ponendo la Banca Centrale Europea davanti a scelte non certo facili.
Un nuovo shock energetico?
Dal momento dell’attacco israelo-americano nei confronti di Teheran, il prezzo del petrolio ha sperimentato notevoli oscillazioni, passando da 65/70 dollari al barile a un massimo di 120 dollari; andamento affine è quello registrato dal gas, giunto sul mercato TTF di Amsterdam a toccare un picco superiore ai 60 euro al megawatt/ora. Questi dati sono diretta conseguenza della chiusura – quantomeno parziale – dello stretto di Hormuz e degli attacchi lanciati nei confronti di varie infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo, che, nonostante l’arrivo sul mercato di nuovi competitor (su tutti, gli Stati Uniti), continuano a giocare un ruolo fondamentale nelle catene di approvvigionamento globale dell’energia. L’Unione europea, dopo aver ridimensionato i suoi legami con la Russia, si trova particolarmente esposta alle tensioni del quadrante medio-orientale e vede traslare in modo pressoché immediato gli incrementi di costo sui propri cittadini e imprese — di particolare impatto risultano a tal riguardo i costi alla pompa di benzina, con il diesel che è tornato a lievitare fino a livelli prossimi ai 2 euro al litro. Un prolungamento del conflitto in Iran, e un protrarsi delle interruzioni nelle linee di fornitura, andrebbe ad aggravare questa dinamica, portando a ulteriori incrementi dei costi. Da ciò, potrebbe pertanto derivare un aumento dei prezzi non dissimile a quello vissuto fra il 2022 e il 2023, quando il tasso di inflazione annuo dell’Eurozona, sospinto dalla “separazione energetica” con Mosca, giunse a toccare il 10,6%.
Il contesto economico europeo
Queste tensioni sui prezzi di gas e petrolio si palesano in una fase in cui il tasso di inflazione dell’area euro risulta essere in linea con l’obiettivo statutario di Francoforte (1,9% nel mese di febbraio); una fase in cui, però, le principali economie dell’Ue arrancano, faticando a coniugare efficacemente crescita della produttività e contenimento del debito. Gli acciacchi del motore franco-tedesco sono in quest’ottica la perfetta rappresentazione delle difficoltà del vecchio continente. Da un lato, Parigi, con i suoi claudicanti governi di minoranza, stenta a ridurre il proprio deficit di bilancio, assiste a un aumento del debito pubblico (giunto in prossimità del 120%) e registra comunque, a fronte di una politica fiscale espansiva, una modesta crescita del Pil (intorno all’1% all’anno). Dall’altro, Berlino esce da tre anni di stagnazione economica e cerca, con programmi di spesa senza precedenti, di rilanciare il proprio sistema industriale, tentando di rivisitare un modello economico eccessivamente votato all’export. In questo contesto, è quindi difficile pensare che nuovi aumenti dei tassi di interesse verrebbero accolti con favore da parte degli esecutivi dei due Paesi — così come da quelli di altre Nazioni (come l’Italia) —, posto il rischio di assistere a un nuovo raffreddamento del lato della domanda e quello di registrare un incremento degli interessi pagati sul debito sovrano.
Un altro grattacapo per la BCE
La fiammata inflazionistica vissuta in seguito all’invasione russa dell’Ucraina è durata diversi mesi e ha indotto la Banca Centrale Europea a deliberare, fra il 2022 e il 2023, marcati innalzamenti dei tassi di interesse. Tali aumenti del costo del denaro hanno suscitato nel mondo politico-economico reazioni di segno opposto: qualcuno ha accusato la Bce di essersi mossa con ritardo, aggravando la crisi inflattiva; qualcun altro, alla luce della natura esogena dello shock, ha invece sostenuto come l’azione di Francoforte sia stata sproporzionata. Queste divergenze di vedute rendono ben chiaro come, di fronte a un aumento dei costi dell’energia, l’istituto di emissione si trovi in un campo minato, all’interno del quale anche i diversi manuali di scienza economica non riescono a fornire indicazioni univoche. Procedendo con un innalzamento dei tassi, pur nella consapevolezza che l’aumento dei prezzi non è dettato da fattori endogeni al sistema, c’è il rischio di rallentare il ciclo economico; rimanendo però fermi, c’è la possibilità che crescano le aspettative sull’inflazione e che l’andamento del rapporto di cambio euro-dollaro (di fondamentale importanza, visto che i beni energetici sono denominati in divisa americana) possa acuire l’effetto inflattivo della crisi. Insomma, una situazione che ogni banchiere centrale eviterebbe volentieri di dover affrontare.
Due punti fermi
In questo complicato scenario ci dovrebbero tuttavia essere almeno due punti fermi. Il primo: la Bce, nell’assumere le sue decisioni, non può non tenere in conto analisi geopolitiche e, in quest’ottica, dialogare con soggetti che sappiano fornire stime ben ponderate sulla possibile evoluzione del conflitto; d’altronde, essendo questo uno shock esogeno, i tempi della sua possibile “rimozione” hanno centrale rilevanza nella determinazione dei tassi. Il secondo: di fronte a questo rischio inflattivo, governi e parlamenti non devono demandare totalmente la questione a Francoforte, bensì adottare anche dal canto loro dei provvedimenti, come le domeniche ecologiche o la riduzione dell’illuminazione pubblica, che possono facilitare il contenimento del prezzo di gas e petrolio — decisioni già assunte negli anni ’70 che, oltre a contribuire a una riduzione parziale dei costi, presenterebbero indiscutibili benefici di carattere ambientale (ammesso che questo tema interessi ancora a qualcuno).
Ricercatore nel programma “Multilateralismo e governance globale” dell’Istituto Affari Internazionali. La sua attività di ricerca ha primariamente riguardato il quadro di governance economica dell’Unione Europea, il tema delle criptovalute e quello delle monete digitali delle banche centrali.






