Hormuz tra realtà e finzione

Le parole usate per indicare la situazione di Hormuz stanno perdendo il loro significato preciso. Che vuol dire chiudere o riaprire lo Stretto? Può l’Iran (o chi per lui), decidere autonomamente se far passare o no il traffico commerciale mondiale attraverso quella che, Convenzione delle Nazioni Unite del Diritto del Mare (Unclos) alla mano, è una via d’acqua internazionale dove “tutte le navi e gli aeromobili godono del diritto di passaggio in transito, che non deve essere impedito”? Possono gli altri Stati passare con la forza se questo gli viene impedito? Cosa propone l’Ue per risolvere diplomaticamente la crisi del traffico mercantile secondo un modello già adottato per l’esportazione del grano ucraino? E qual è, infine, la posizione degli europei “volenterosi” più Giappone e Canada?

Guerra e pace sul mare

È chiaro che, se non ci fosse un conflitto in atto, la chiusura di Hormuz sarebbe del tutto illegittima. Teheran l’ha minacciata per anni e sempre gli è stata opposta la contrarietà al regime dell’Unclos. Ma ora – a quarant’anni dalla guerra Iran-Iraq – c’è di nuovo un contesto bellico. Le regole dell’Unclos si sovrappongono perciò a quelle (in gran parte consuetudinarie) del Diritto dei conflitti armati secondo cui lo Stato costiero belligerante può interdire, in uno stretto come Hormuz, il passaggio del nemico nelle sue acque territoriali. Oltre gli Stati nemici ci sono però anche quelli neutrali il cui diritto   di passaggio pacifico va rispettato.

Il problema si pone, ad esempio, per il minamento delle acque iraniane dello Stretto. In teoria sarebbe possibile, ma a varie condizioni che, comunque, non ci sono. Lo Stato belligerante può infatti posare nelle sue acque mine mirate a colpire soltanto obiettivi militari (e tali non sono i mercantili – né nemici né ovviamente neutrali – salvo casi particolari).

Ovviamente non è consentito minare il versante opposto delle acque territoriali dello stretto (per Hormuz è quello di Oman che è uno Stato neutrale). E comunque, va rispettata la libertà di navigazione nelle rotte di accesso, al di fuori dello Stretto, in acque internazionali.

Protezione traffico di bandiera

Nei conflitti come quello in atto i neutrali hanno il diritto di proteggere, navigando in convoglio, i mercantili di bandiera. L’abbiamo fatto noi, assieme a Stati Uniti e altri Paesi occidentali, durante la Prima Guerra del Golfo.

Allora era però tutto più semplice, perché il nemico dell’Iran era solo l’Iraq. Ora c’è invece una contrapposizione di Teheran con Stati Uniti e Israele che connota in modo aggressivo la sua posizione verso il resto del mondo, Cina e India escluse.

Il fatto è che c’è protezione e protezione. Può esserci una protezione limitata alla bonifica di specifiche rotte. Ma anche una protezione di difesa attiva come quella, non offensiva, messa in atto nel Mar Rosso contro gli Houthi, da EUNAVFOR “Aspides”. O infine una condotta mirata ad annientare le minacce al passaggio nello Stretto colpendo preventivamente gli obiettivi militari iraniani.

Posizioni europee

Si spiegano così le riserve dell’Italia e degli altri partner europei a “riaprire Hormuz” in assenza di una decisione delle Nazioni Unite che autorizzi l’adozione di tutte le misure navali necessarie a garantire la libertà di transito. La recente Risoluzione 2817 (2026) non attribuisce infatti agli Stati poteri coercitivi, ma si limita a riaffermare la libera navigazione commerciale e il diritto di proteggerla.

“Nessuno pensa a una missione dell’Italia per forzare il blocco dello Stretto”, ha perciò detto la nostra premier Giorgia Meloni a margine del recente Consiglio Ue in cui è emerso un orientamento contrario a un’escalation.

Nella visione dell’Unione, allargare il mandato di “Aspides” a Hormuz vorrebbe anche dire snaturarne la missione in senso bellico, visto che essa si basa sull’applicazione della sola Unclos e sul principio di autodifesa.

In questo contesto, ha una sua coerenza la proposta dell’Alto rappresentante Ue Kaja Kallas di replicare nel Golfo il sistema dei corridoi marittimi sicuri per il traffico delle petroliere. Il modello è quello del Grain Deal (accordo sull’export via mare del grano ucraino) del luglio 2022, attuato sotto egida delle Nazioni Unite con il coinvolgimento della Turchia. Se lo si volesse ripetere a Hormuz, probabilmente bisognerebbe affidare all’Oman un ruolo attivo di garante del passaggio della navigazione neutrale lungo le rotte ricadenti nelle sue acque territoriali. La active neutrality di Muscat sarebbe un fattore decisivo per il suo successo. Ma anche Teheran dovrebbe fornire assicurazioni.

Una sorta di coalizione di volenterosi è infine quella con cui  Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda (cui si sono associate Canada e Giappone) si dichiarano pronti a “contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto”,  secondo un approccio fermo nel ribadire l’applicabilità del quadro politico-diplomatico delle Nazioni Unite e realistico nell’escludere soluzioni belliciste.

Fabio Caffio è ammiraglio in congedo, esperto di Diritto marittimo.

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