5 Dicembre 2022

Russia-Ucraina: è realistico premere per un negoziato?

È sempre più diffusa l’ansia di contribuire all’arresto della guerra, unita al dubbio che gli aiuti militari forniti all’Ucraina non facciano che prolungare le sofferenze della popolazione ed esasperare la sete di vendetta di Putin per il presunto tentativo occidentale di umiliare la Russia.

L’appello per i negoziati

A parte una minoranza convinta che i russi stiano combattendo una guerra difensiva, o preventiva, ampi settori della nostra opinione pubblica riconoscono che l’aggressione è ingiustificata e le atrocità commesse dagli occupanti sono crimini di guerra; chiedono il ritiro dell’esercito invasore e invocano i principi di sovranità e integrità territoriale come capisaldi dell’auspicato accordo di pace; ma al tempo stesso sollecitano una iniziativa del nostro governo e di altri paesi europei per convincere gli Stati Uniti a premere su Kyiv perché si sieda ad un tavolo di negoziato. Un appello del genere firmato da una cinquantina di ex-ambasciatori è stato pubblicato la settimana scorsa da alcuni giornali.

Molti sostengono questa posizione in buona fede, non rendendosi conto della sua contraddittorietà: le probabilità che il Cremlino sia attualmente disposto a negoziare un compromesso compatibile con il principio di integrità territoriale, o anche solo il ritorno allo status quo ante 24 febbraio, sono uguali a zero. Lo erano già nei mesi scorsi, lo sono a maggior ragione da quando Putin si è affrettato a creare il fatto compiuto con l’annessione, e ha minacciato di difendere le conquiste con tutti i mezzi a disposizione, compresa l’arma nucleare. Quando invita gli ucraini a deporre le armi e negoziare intende chiaramente una capitolazione, non i “seri” negoziati auspicati da Papa Francesco.

In questo “campo della pace” convergono diversi filoni: i veri pacifisti per ragioni umanitarie, angosciati dalle sofferenze del popolo ucraino, convinti che l’annessione alla Russia sia il male minore rispetto al rischio di morire sotto le bombe; molti simpatizzanti per il paese aggredito ma spaventati dal pericolo di una terza guerra mondiale e di un olocausto nucleare; una frangia di sovranisti, indignati per la presunta subalternità dei governi europei verso l’America che perseguirebbe un disegno di declassamento della Russia mentre lucra sui prezzi impazziti del gas che esporta; e infine l’uomo della strada che si domanda se un inverno senza riscaldamento e la chiusura di aziende non siano un prezzo troppo alto per un tentativo (probabilmente votato all’insuccesso) di salvare l’Ucraina da nuove amputazioni territoriali.

Appeasement v containment

Evidentemente il Cremlino ha interesse ad alimentare con minacce sempre più irrazionali i timori degli uni e degli altri, in modo da dividere gli europei e fomentare una fronda contro le forniture di armi all’Ucraina. Sinora senza successo.

Le concessioni alla Russia previste dal suddetto appello di un gruppo di ex-diplomatici e da quello di una decina di intellettuali guidati da Massimo Cacciari – autonomia del Donbass in base agli accordi di Minsk, Ucraina mai nella Nato – sono un pacchetto che Mosca considera largamente superato: fallito il piano di regime change, mira ora a sostanziose conquiste territoriali.

Più o meno consapevolmente, le varie componenti del “partito della pace” chiedono agli ucraini di arrendersi all’inevitabile, cioè alla perdita dei territori attualmente occupati, al fine di cut losses, cioè evitare il peggio, ma anche di risparmiare a tutti noi pesanti danni collaterali, a cominciare da termosifoni freddi e recessione. La speranza è che così gli appetiti territoriali dell’aggressore siano saziati, e venga quindi meno la causa della instabilità internazionale. È la logica dell’appeasement, cui si contrappone quella del containment (fermare la potenza revisionista perché “l’appetito vien mangiando”).

Ipotesi di negoziato si scontrano con la realtà

Supponiamo che, sollecitata da Washington, Kyiv chieda trattative di pace destinate a concludersi con la rinuncia ai territori occupati. Quale garanzia avrebbe l’Ucraina che, una volta riportato il suo apparato bellico a livelli di piena efficienza, la Russia non riprenda l’offensiva con un qualsiasi pretesto? Un accordo di pace firmato con l’Ucraina dovrebbe essere contro-firmato da Stati Uniti, U e Cina come potenze garanti. Ma anche questo avrebbe un valore relativo. Non possiamo dimenticare che, invadendo l’Ucraina, Putin ha violato il Memorandum di Budapest del 1994, con il quale Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna si impegnavano a garantire la sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina.

Un compromesso territoriale ai danni dell’integrità territoriale dell’Ucraina è dunque improponibile come formula di soluzione che un aspirante mediatore volesse oggi presentare. È però l’esito de facto più plausibile di un accordo di armistizio, che non è ancora all’orizzonte ma prima o poi dovrà essere affrontato.

In genere, un armistizio comporta un congelamento della linea del fronte, eventualmente con una sottile striscia demilitarizzata e controllata da una forza di interposizione internazionale. Spostamenti importanti di tale linea di demarcazione in successivi negoziati di pace sono difficili e richiedono comunque pesanti contropartite.

A questo riguardo troviamo un precedente istruttivo nella fase finale (1995) della guerra di Bosnia: Le principali potenze, riunite nel “Gruppo di Contatto”, avevano stabilito che la parte serba dovesse scendere al 49% del territorio (dal 72%). Come scrisse il mediatore Richard Holbrooke, mentre altre clausole furono fatte ingoiare a Karadzic con la collaborazione di Milosevic, questa ripartizione dovette essere imposta “sul campo di battaglia” (armando la Croazia e appoggiando la sua offensiva con l’aviazione) prima che iniziassero le trattative a Dayton.

Linee rosse, Donbass e nuovi referendum

La guerra in corso potrà essere fermata, una volta raggiunta una fase di stallo, se entrambe le parti si convinceranno di avere poco da guadagnare da una sua continuazione e si troveranno non troppo lontane dalle rispettive linee rosse: l’Ucraina se avrà recuperato una parte dei territori persi dopo il 24 febbraio; la Russia se, malgrado ulteriori arretramenti importanti, potrà affermare di aver conseguito dei risultati significativi: soprattutto un ampliamento delle repubbliche filorusse, e come contorno un’intesa preliminare sul riconoscimento della annessione della Crimea e la promessa della Nato di non-ammissione dell’Ucraina.

Per determinare lo status del Donbass, non essendo realistico il ritorno agli accordi di Minsk (larga autonomia nell’ambito dello stato ucraino), si potrà proporre di farlo dipendere dall’esito di nuovi referendum sotto supervisione internazionale. Anche ipotizzando che Mosca lo accetti in linea di principio, questo impegno avrebbe alte probabilità di rimanere lettera morta, ma il pregio di salvare la faccia dell’Ucraina, che formalmente non firmerebbe alcuna cessione di territorio. Resterebbe da sciogliere il nodo della creazione di una forza internazionale di peacekeeping.