4 Dicembre 2022

Dopo ‘Barkhane’ la Francia cambia strategia nel Sahel

Il 9 Novembre 2022, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato da Toulon la fine ufficiale dell’operazione Barkhane nel Sahel. Tale passaggio ufficializza una fine che, in realtà, è avvenuta già da tempo: annunciata agli inizi del 2022 dopo i problemi sempre più pressanti che la Francia ha incontrato in Mali e, più in generale, in tutta l’area saheliana, le truppe francesi avevano completato ufficialmente l’uscita dal Mali già ad agosto. 

Il ritiro e un lento collasso operativo

Non tutte le truppe francesi lasceranno la regione: circa 3 mila soldati francesi rimarranno in Burkina Faso, Niger e Ciad, ma opereranno solo insieme alle forze locali. Tale scelta vuole, da un lato, ridurre l’esposizione e la visibilità delle forze francesi in Africa e, dall’altro, punta a focalizzare i propri sforzi sulla cooperazione e sul supporto, in particolare per ciò che riguarda equipaggiamento, addestramento, intelligence, rafforzando un partenariato operativo con i paesi che lo desiderano.

L’impegno militare francese nel Sahel ha raggiunto alcuni successi strategici, in particolare agli inizi. Ad esempio, nel 2013, con l’operazione Serval, Parigi riuscì a bloccare l’avanzata verso sud delle forze jihadiste che avevano preso il controllo della parte settentrionale del paese dalle mani dei gruppi tuareg che essi stessi avevano aiutato nei mesi precedenti.

In quei mesi, i francesi percepivano il loro impegno come temporaneo ma, con il passaggio da Serval a Barkhane nel 2014, tale presenza si è poi stabilizzata. L’operazione Barkhane ha certamente ottenuto alcuni successi tattici, in particolar modo legati alla decapitazione sistemica della leadership delle principali formazioni jihadiste operanti nel Sahel, dai gruppi legati ad Al-Qaeda operanti sotto il brand unitario del JNIM (Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin, il Gruppo di Supporto all’Islam e ai Musulmani) dal 2017, e a quelli legati allo Stato Islamico nel Grande Sahara.

Nonostante questo passaggio, però, da un punto di vista strategico e prettamente politico, l’operazione Barkhane ha portato a un lento e graduale collasso dell’influenza francese in questo spazio, e all’esacerbazione di alcuni problemi con molti dei principali attori della regione. 

Le radici della crisi e i successi francesi

Il punto di non ritorno si è avuto con la crisi tra la Francia e Mali, incancrenitasi negli ultimi due anni e alla base del ritiro francese dal paese. Per anni, queste relazioni non erano state facili: incomprensioni, debolezze e carenze maliane, incongruenze e rigidità dal lato francese. Su tutti: la difficoltà francese nel comprendere che l’espansione dei gruppi legati rispettivamente al JNIM e allo Stato Islamico, che dal 2016 avevano anche iniziato ad essere sempre più forti e presenti anche in Burkina Faso, non era necessariamente la causa dell’instabilità di questi spazi, ma più che altro un effetto e – chiaramente – un elemento di esacerbazione ulteriore.

Questi gruppi, nonostante le rivalità che ancora esistono come dimostrato dagli incidenti tra militanti nel nord del Mali di queste ultime settimane, hanno mostrato una flessibilità ideologica, dottrinale e operativa e una capacità assoluta di adattarsi al contesto locale, sfruttando fratture socio-economiche, culturale, etniche e razziale che le capitali saheliane hanno volutamente ignorato, o contribuito ad acuire, nel corso dei decenni. Questo spiega l’apparente contraddizione tra successi tattici – la decapitazione delle leadership – e la continua espansione di questi gruppi che ora, con alcune avanguardie, sono arrivati a includere nel loro raggio d’azione operativo anche paesi come il Benin, il Togo o la Costa D’Avorio che non avevano mai conosciuto questi fenomeni nella loro storia. 

L’opposizione francese alle negoziazioni

La Francia, ipermilitarizzando il suo approccio e basando quasi tutto sulla cooperazione in termini di sicurezza e militari, non ha né aiutato a risolvere tali fratture alla radice, né a mettere pressione ai governi locali per risolvere tali problemi alla fonte. Anzi, così facendo ha anche, in parte, deresponsabilizzato ulteriormente i governi locali su queste questioni, visto che il fulcro della cooperazione si limitava alle questioni militari e di sicurezza, e sempre nella loro versione più superficiale. Quindi, una volta ottenuta tale cooperazione, non si andava oltre. 

Inoltre, la Francia ha anche alienato molti dei gruppi della società civile maliana a causa del suo approccio rispetto alla spinosissima questione dell’eventuale dialogo tra autorità maliane e alcuni gruppi jihadisti. Nel 2017, dopo che i militanti legati al JNIM avevano rivendicato l’uccisione del soldato francese Julien Barbé, l’allora ministro degli Esteri ed ex primo ministro Jean-Marc Ayrault, aveva affermato che non c’era alcuna opzione di negoziare coi terroristi

Negli anni successivi, però, alcuni leader francesi si erano mostrati più possibilisti, come ad esempio ad inizio 2020 l’allora ministro degli Affari esteri francese Jean-Yves Le Drian aveva sottolineato come “Non spetta a me entrare in un dibattito specifico per il Mali. È responsabilità dei maliani garantire che si svolge un dibattito inclusivo… I funzionari maliani devono prendere le iniziative appropriate affinché possano aver luogo le riconciliazioni”. 

Quelle erano le settimane in cui l’allora presidente Ibrahim Boubacar Keïta, che sarebbe poi stato deposto di lì a poco con un colpo di stato, aveva annunciato la sua disponibilità a negoziare con alcuni leader jihadisti attivi nel paese, offerta che aveva riscontrato l’interesse di JNIM, con il gruppo che aveva detto essere interessato a proseguire un dialogo.

Tale evoluzione seguiva le richieste provenienti dalla società civile maliana che voleva, in larghissima parte, provare la strada del dialogo, in particolar modo con i gruppi considerati autoctoni, per porre fine alla spirale di violenza degli ultimi anni. Ma, nei mesi successivi, Macron fu molto chiaro sull’indisponibilità francese nel supportare questi sforzi: nel novembre 2020, alcuni mesi dopo il colpo di stato dell’agosto 2020 che aveva deposto Keïta, il presidente francese Emmanuel Macron fu molto categorico nel dire che “con i terroristi non parliamo. Combattiamo” posizione spesso e volentieri ribadita anche nei mesi successivi.

Con la giunta militare guidata da Bah N’Daw, Parigi aveva mantenuto rapporti tutto sommato cordiali, sebbene le tensioni non siano mancate anche in quei mesi. Con il colpo di stato del Maggio 2021, che ha (ri)portato formalmente al potere il colonello Assimi Goïta, vice di N’Daw ma già protagonista del colpo di stato del 2020, le relazioni hanno iniziato a deteriorarsi. 

I doppi standard di Macron 

Nelle settimane successive, Macron aveva detto che la Francia non avrebbe continuato a lavorare con “un paese in cui non c’era legittimità democratica“. Tali parole, però, contraddicevano l’approccio francese rispetto a una situazione più o meno simile in quei mesi. Parliamo del Ciad, dopo l’uccisione del presidente Idriss Déby Itno da parte dei ribelli del Front pour l’alternance et la concorde au Tchad (FACT) nell’aprile 2021 e l’arrivo al potere figlio, Mahamat Idriss Déby Itno, alla guida di un Consiglio militare di transizione creato dopo che i militari annunciarono lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e la fine del governo eletto. 

Molti osservatori regionali hanno sottolineato tale passaggio, considerandolo conferma della presenza di cosiddetti standard doppi, prova dell’egoismo e cinismo coloniale francese e, più in generale, delle forze occidentali. L’annuncio, a inizio anno, da parte della nuova giunta maliana che le elezioni non si sarebbero più tenute a febbraio, come previsto in precedenza, e la crescente tensione con Parigi culminata con l’espulsione dell’ambasciatore francese da Bamako, hanno poi portato la Francia ad annunciare la fine della propria presenza in Mali e la riorganizzazione complessiva delle sue forze nel Sahel. 

Foto di copertina EPA/KHALED ELFIQI