27 Gennaio 2023

L’Italia vuole contare di più nei Balcani

Dopo settimane di crescente tensione, la Serbia e il Kosovo hanno finalmente raggiunto un accordo per smorzare la disputa sulle targhe automobilistiche. L’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera, Josep Borrell, il 23 novembre 2022 ha annunciato il raggiungimento da parte dei due paesi di un accordo per implementare “misure atte ad evitare un’ulteriore escalation” e “per concentrarsi sulla proposta di normalizzazione delle loro relazioni”.

Dopo l’accordo, il Kosovo sospenderà l’obbligo per i kosovari di etnia serba di usare targhe automobilistiche kosovare, al posto di quelle serbe usate finora; la Serbia non rinnoverà le licenze delle targhe serbe usate dalla popolazione kosovara di etnia serba e non ne emetterà più di nuove.

La visita congiunta della delegazione italiana

Il giorno precedente all’accordo, il 22 novembre, il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e il ministro della Difesa, Guido Crosetto, avevano visitato Belgrado e Pristina. I due avevano incontrato i presidenti della Repubblica e i primi ministri di Serbia e Kosovo, nonché i rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa. 

L’azione di mediazione dell’Italia ha integrato la più ampia iniziativa guidata dall’Ue. L’insolita visita diplomatica congiunta italiana è un chiaro segnale dell’attenzione del nuovo governo italiano verso i suoi vicini adriatici. Il nuovo governo guidato da Giorgia Meloni si è dimostrato particolarmente attivo nel lavorare per disinnescare le tensioni nei Balcani.

All’inizio di questo mese, quando la questione delle targhe automobilistiche stava iniziando ad aggravarsi, Tajani si era già impegnato con le leadership serba e kosovara per trovare una soluzione. La visita congiunta di Tajani e Crosetto ha voluto inviare il segnale che quella dell’Italia sia un’azione di sistema volta a preservare la stabilità nei Balcani e ad aiutare gli attori locali a risolvere le loro divergenze. Sono diverse le motivazioni che spiegano perché l’Italia si sia mossa con tanta rapidità e determinazione per sostenere lo sforzo di mediazione dell’Ue. Alcune sono strutturali, altre più contingenti.

I Balcani regione chiave per Roma

Per immediate ragioni geopolitiche, la stabilità dei Balcani è sempre stata un obiettivo prioritario per qualsiasi governo italiano, senza distinzione di colore politico. Per l’Italia, i Balcani rappresentano uno spazio chiave, senza se e senza ma. Per questo motivo, Roma è anche una delle più entusiaste sostenitrici dell’allargamento dell’Ue all’intera area dei Balcani occidentali, sebbene tale prospettiva si sia fatta lievemente più complessa negli ultimi anni.

Data la rilevanza di quest’area per la sua sicurezza, l’Italia ha sempre svolto un ruolo cruciale nelle missioni regionali, come dimostra la sua centralità nella Forza Kosovo della Nato (KFOR). Con oltre 3.700 militari impiegati, la KFOR è la più grande missione della Nato e l’Italia è il suo contribuente più significativo. Il contingente italiano, dislocato in varie aree del Paese, è il più numeroso della missione internazionale con le sue 750 unità.

Attualmente la missione è comandata dal generale Angelo Michele Ristuccia, 13° comandante italiano alla guida della missione ed è succeduto al parigrado ungherese Ferenc Kajari. Prima di Kajari, l’Italia aveva mantenuto il controllo della missione per otto anni consecutivi.

Contare con l’Europa. Contare in Europa. 

L’Italia si trova anche nella posizione ideale di essere un grande Paese dell’Ue con buone relazioni sia con la Serbia che con il Kosovo (e l’Albania), un equilibrio che altri grandi attori dell’Ue non sempre hanno. Nel contesto attuale, questa situazione ha favorito l’azione l’italiana.

Ad esempio, la Francia è percepita come relativamente filo-serba, mentre la Germania – dopo anni in cui Angela Merkel era considerata il grande sostenitore europeo di Aleksander Vučić – ha mostrato un atteggiamento sempre più a favore del Kosovo. Inoltre, la Germania si è sempre più espressa contro gli stretti legami della Serbia con la Russia, avvertendo Belgrado – sulla scia della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina – che legami più profondi con Mosca andranno a scapito del futuro rapporto di Belgrado con l’Ue. Su queste considerazioni generali, inoltre, si sono innestate le critiche che sia i serbi che i kosovari hanno espresso a vari punti del piano franco-tedesco per il Kosovo, le cui bozze sono iniziate a circolare tra ottobre e novembre nel contesto comunitario. 

L’Italia, invece, nel corso degli ultimi anni, è riuscita a conservare un’immagine di relativa equidistanza. Roma ha già mediato tra Serbia e Kosovo per gestire le ricadute della pandemia COVID-19 e ha promosso per anni la cosiddetta Trilaterale, insieme a Serbia e Albania, principale sponsor geopolitico del Kosovo. Come tale, Roma mantiene un certo capitale politico da spendere con entrambi i Paesi. In questo senso, l’azione dell’Italia è volta a sfruttare queste contingenze per rafforzare un ruolo da mediatore e facilitatore, ruolo che non deve esser visto in contrapposizione con quello francese, tedesco o comunitario, ma sempre come azione di complementarietà e di collante, sia in ottica europea che transatlantica (dove l’Italia opera nel Quint).   

Balcani ‘globali’ e influenze russe

In questo contesto, c’è anche una dimensione internazionale più ampia da tenere in considerazione. I Balcani sono notoriamente una delle aree dove molti attori più o meno emergenti, sono attivi. Si pensi, ad esempio, al ruolo sempre più importante giocato dalla Cina. In questi giorni, però, una crisi nei Balcani avrebbe potuto rappresentare un’occasione d’oro per la Russia per sfruttare questa crisi.

Sostenere che ci sia una longa manus diretta russa nelle dinamiche che stavano per far riaccendere la violenza tra Serbia e Kosovo sarebbe una forzatura, sia politica che analitica. Nel caso specifico, questa crisi aveva motivazioni principalmente domestiche, e la rigidità di entrambi i leader nell’abbandonare le proprie posizioni era dovuta alla paura di contraccolpi interni rispetto alla stabilità e alla forza delle proprie leadership.

Ciò detto, nell’oramai gioco a somma zero che contrappone blocco atlantico da un lato e Mosca dall’altro, ogni sommovimento nelle zone in cui la Mosca mantiene capacità di influenza e di azione – e i Balcani lo sono – rappresenta un pericolo quasi in automatico. Come dimostrato anche dalle polemiche estive per i rumor su un intervento miliare serbo, che secondo alcuni osservatori locali era stato fomentato dai network della disinformazione russa. 

Washington e la diplomazia europea

L’Italia, nonostante il suo convinto impegno nei confronti dell’Ucraina, ribadito anche dall’attuale governo, continua a fare i conti con un’opinione pubblica che rimane in parte simpatetica alla Russia e quindi filo-russa.

Ciò vale anche per parte dello spettro politico nazionale, con attori politici – anche di questa nuova maggioranza – che restano sensibili alle visioni di Mosca rispetto alla sua guerra di aggressione in Ucraina. Da questo punto di vista, il timore è che fornire opportunità alla Russia di intromettersi nelle immediate vicinanze dell’Italia possa aumentare ulteriormente le opzioni in mano per aumentare la pressione di parte dell’opinione pubblica sul governo o rinvigorire l’opposizione che alcuni politici – sia appartenenti all’attuale maggioranza che all’opposizione – hanno spesso espresso riguardo all’invio di armi all’Ucraina e al mantenimento dell’impegno transatlantico per aiutare Kyiv. 

Inoltre, per l’Italia, questo attivismo diplomatico è stato inteso anche come un messaggio agli Stati Uniti. Mostrare a Washington che l’Ue e i Paesi europei possono agire – tempestivamente ed efficacemente – e avere successo in una situazione come questa ha un duplice scopo: in primo luogo, dimostra che l’attuale governo, nonostante la presenza di alcuni membri noti per il loro scarso entusiasmo europeo e transatlantico – rimane impegnato ad agire coerentemente con ciò che Washington e Bruxelles vogliono. In secondo luogo, dimostra che Washington può effettivamente contare – anche in futuro – su Roma e devolvere maggiori responsabilità politiche e diplomatiche ai suoi alleati europei nell’affrontare i problemi del vicinato dell’Ue. 

Foto di copertina ANSA/MASSIMO PERCOSSI