5 Dicembre 2022

L’escalation di Putin in nome del regime

Non sappiamo chi ha organizzato l’attacco al ponte – voluto da Vladimir Putin e costruito a tempo di record – che unisce la Crimea alla Russia. Gran parte del successo dell’attentato è dipeso dal fatto che esso ha avuto luogo mentre accanto al camion-bomba passava un convoglio carico di materiale esplosivo: coincidenza o pianificazione?

Quali che siano le risposte, Putin è deciso ad accusare l’Ucraina, sostenendo questa come prova ulteriore della perfidia del governo di Kyiv, che non si attiene ai limiti impliciti nel fatto che le forze russe starebbero conducendo solo una “operazione militare speciale” e non una guerra. Anzi, questi comportamenti degli ucraini giustificherebbero, a suo avviso, il passaggio dalla “operazione speciale” alla guerra vera e propria. In altri termini: una escalation.

La Russia tenta di riguadagnare terreno politico-strategico

Si tratta ovviamente di argomentazioni del tutto capziose. Il tentativo russo di annettere importanti e vasti territori dell’Ucraina, usando la forza militare (senza alcuna restrizione per quel che riguarda gli effetti sulla popolazione civile) può essere solo definito come guerra, più precisamente guerra di aggressione. Putin sembra comunque deciso ad usare simili sofismi per giustificare una non meglio precisata escalation. Secondo alcuni potrebbe addirittura preludere all’uso di armi nucleari. Ma è credibile tutto questo? E comunque, quali effetti reali potrebbe avere?

Attualmente le forze russe stanno subendo la controffensiva ucraina, che ha portato alla liberazione di importanti territori, inclusa parte di quelli che la Russia ha affermato di aver annesso. Ciò ha costretto il Cremlino a indire un primo importante round di coscrizione obbligatoria che dovrebbe entro poco tempo portare al fronte circa 300mila soldati in più. In tal modo Putin spera di poter rovesciare a suo vantaggio l’equilibrio delle forze in campo, riprendendosi i territori perduti e conquistando perlomeno Odessa e forse la stessa Kyiv. A questo punto la finzione della operazione militare speciale sarebbe comunque superata e ci troveremmo di fronte al dilemma se perdere l’intera Ucraina o bloccare la guerra con una soluzione “alla coreana” ricavando una Ucraina occidentale – presumibilmente garantita dalla Nato – e una orientale annessa alla Russia.

Non che questo risultato (tutt’altro che certo sul piano militare) possa in alcun modo soddisfare i sogni di Putin. Esso avrebbe come conseguenza che la Nato sarebbe presente in Ucraina e presumibilmente in Georgia, e potrebbe anche mettere in dubbio il controllo di Mosca sulla Bielorussia. Un risultato drammatico per l’Ucraina, ma difficilmente presentabile come una grande vittoria russa, anche perché le sanzioni continuerebbero a mordere e i clienti europei del gas e del petrolio russo sarebbero anch’essi definitivamente perduti.

La minaccia nucleare 

Di qui i minacciosi accenni all’uso della forza nucleare, smentiti poi dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Tuttavia, l’uso dell’arma nucleare non è né semplice né evidente. Un uso meramente dimostrativo, analogo ai test nucleari condotti dalla Corea del Nord, non avrebbe conseguenza operative e si limiterebbe a confermare quello che tutti sappiamo benissimo, e cioè che la Russia dispone di armamenti nucleari.

Certo, Putin potrebbe sperare di intimidire e dividere il fronte degli alleati occidentali di Kyiv – in particolare in Europa – ma non certamente gli Stati Uniti, la Nato o l’Unione Europea: i legami multilaterali agiscono da scudo contro comportamenti erratici e comunque compensano eventuali defezioni. L’uso sul campo di battaglia delle armi atomiche “tattiche” (di cui la Russia ha larghissima disponibilità) è anch’esso improbabile, se non altro perché le forze ucraine e quelle russe sono a stretto contatto e la distruzione nucleare colpirebbe ambedue, oltre a contaminare territori che la Russia considera suoi.

In effetti, l’uso realmente possibile delle armi nucleari contro l’Ucraina porterebbe ad una distruzione massiccia, volta ad attaccare la catena di comando politica e militare, i centri e gli snodi logistici, le grandi infrastrutture che tengono in vita la resistenza ucraina, e questo ben difficilmente potrebbe risparmiare importanti centri urbani. In altri termini, un massacro nucleare. Una ipotesi intermedia potrebbe prevedere la distruzione nucleare di un paio di città ucraine (sul modello degli attacchi nucleari americani al Giappone), per ottenere la capitolazione di Kyiv.

Le conseguenze per la Russia

Simili scelte, però, non farebbero semplicemente della Russia un paria internazionale (anzi forse il paria internazionale per eccellenza, con cui nessuno vuole avere a che fare), ma ben difficilmente potrebbero essere accettate senza colpo ferire dagli alleati dell’Ucraina. Si tratta di scelte troppo aggressive e minacciose per ritenere che esse riguardino la sola Ucraina. E le reazioni, convenzionali dapprima, ma forse anche nucleari in caso di ulteriore escalation, sarebbero devastanti per la Russia stessa.

L’escalation che Putin sembra ricercare è dunque possibile, ma le sue conseguenze probabilmente sarebbero molto negative anche per la Russia, non solo per l’Ucraina. In questa situazione, in realtà, il Cremlino avrebbe tutto l’interesse a ricercare una cessazione delle ostilità e non un loro aggravamento, mettendo in difficoltà l’Ucraina proprio mentre sta vincendo. Il fatto che Mosca non sembri affatto interessata ad una simile iniziativa potrebbe avere più a che fare con la tenuta del regime di Putin che con l’andamento della guerra.

Foto di copertina EPA/STRINGER / POOL

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