2 Dicembre 2022

L’approccio europeo dei paesi di Visegrád alla guerra russo-ucraina

Quando il nuovo capitolo della lunga crisi russo-ucraina ha preso la via delle armi era prevedibile che ad essere subito in prima linea, per ciò che riguarda la gestione degli arrivi dei rifugiati, sarebbero stati i paesi confinanti. Quindi, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Moldavia. Del resto, prima ancora che la situazione precipitasse, il ministro della Difesa di Budapest, Tibor Benkő annunciava la decisione del governo di dispiegare truppe al confine ucraino. Una decisione che veniva motivata dalla menzionata necessità di svolgere compiti umanitari e di rafforzare la linea di confine così da prevenire eventuali incursioni armate nel territorio nazionale.

La Polonia dell’accoglienza

Il giorno dell’inizio delle ostilità armate la Polonia aveva invece annunciato il suo impegno ad allestire diversi centri di accoglienza e organizzare ospedali per l’arrivo delle persone in fuga dall’Ucraina. I centri risultano essere otto e sono stati creati nei pressi della linea di frontiera che si sviluppa lungo 500 chilometri fra i due paesi.

A oggi sarebbero circa 2 milioni i rifugiati ucraini arrivati in Polonia che si è da subito contraddistinta come paese verso il quale si è diretta la maggior parte dei fuggitivi. Questi ultimi sono anche attratti dalla presenza in territorio polacco di 1,5 milioni di loro connazionali arrivati nel 2014, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia. Varsavia propende per una missione di pace della Nato per garantire l’arrivo degli aiuti umanitari in Ucraina, questo ha proposto nel corso della missione effettuata di recente dai primi ministri polacco, ceco e sloveno a Kiev per incontrare il presidente ucraino Zelens’kyj.

Il gruppo Visegrád a Kiev

A Kiev il premier polacco Morawiecki ha evidenziato il fatto che l’Ue deve concedere “rapidamente lo status di candidato all’Ucraina” e “l’Europa deve capire che se perde l’Ucraina non sarà più la stessa”. La sua dichiarazione si è evidentemente ricollegata alla posizione espressa da Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Slovenia, in un documento congiunto diffuso all’inizio delle ostilità a sostegno della richiesta ufficiale di ammissione dell’Ucraina nell’Ue, firmata da Zelens’kyj.

Dal canto suo, il primo ministro ceco Petr Fiala ha affermato che l’obiettivo principale della visita dei tre capi di governo a Kiev è di dimostrare agli ucraini che non sono soli in questo frangente e che la Repubblica Ceca è impegnata nell’ospitalità dei profughi.

Ungheria: inversione sui rifugiati

La settimana scorsa l’Ungheria eleggeva il primo capo di stato donna della sua storia. Si tratta di Katalin Novák, fedelissima di Viktor Orbán, già ministra delle Politiche Familiari e per alcuni anni vicepresidentessa del partito governativo Fidesz. Un’elezione praticamente scontata la sua, data la composizione del parlamento di Budapest. Nel discorso dal lei pronunciato in aula prima del voto la Novák aveva pronunciato i termini “inspiegabile e indifendibile” in riferimento alla guerra in atto nel paese confinante. Il suo avversario, Péter Rona, candidato dell’opposizione unita, aveva condannato duramente e univocamente la guerra in Ucraina sottolineando l’appartenenza dell’Ungheria al mondo occidentale, all’Ue e alla Nato.

Alla vigilia del voto erano circa 140 mila profughi arrivati dall’inizio della guerra, secondo stime approssimative delle autorità ungheresi. Si trattava per la maggior parte di donne, bambini e anziani appartenenti alla minoranza ungherese d’Ucraina che conta circa 200 mila persone, ma erano arrivati anche diversi altri profughi provenienti dall’Ucraina orientale. Va detto che la loro sistemazione sta incontrando difficoltà enormi dal momento che negli ultimi anni il governo si era impegnato a smantellare sistematicamente le infrastrutture destinate all’accoglienza, per via del suo rifiuto di ospitare migranti. Di recente, però, il premier Orbán ha dichiarato che “tutti coloro che fuggono dall’Ucraina troveranno un amico nello stato ungherese. La regola è aiutare tutti i profughi del paese vicino”.

Insomma, è scattata la solidarietà dei paesi dell’Europa centro-orientale verso l’Ucraina e i timori di questi ultimi, per ulteriori escalation di violenza e problemi di destabilizzazione regionale sono forti e condivisi. Date le loro dichiarazioni ufficiali, però, viene da chiedersi fino a che punto le leadership di tali paesi vogliano realmente cogliere la complessità della crisi e le sue cause che hanno radici profonde e che sono da tempo il segno di un braccio di ferro strategico tra Oriente e Occidente. Al momento, in fondo per convenienza, la lettura ufficiale che danno di questa crisi non sembra esattamente tenere conto di questo aspetto o delle responsabilità dei diversi attori in scena.

Foto di copertina EPA/PRESIDENTIAL PRESS SERVICE

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