5 Dicembre 2022

Il circolo vizioso di instabilità e violenza etiope

Da oltre 18 mesi l’Etiopia è teatro del conflitto armato che contrappone il governo federale del primo ministro Abiy Ahmed al Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Fplt). Ad oggi, si stima che il conflitto abbia provocato oltre mezzo milione di vittime, in buona parte provocati dall’offensiva congiunta delle forze armate etiopi ed eritree per contrastare i ribelli nel nord del Paese, oltre che dalla mancanza di approvvigionamenti alimentari e di cure mediche.

Prospettive di pace o allargamento della crisi?

Lo scontro è iniziato nel novembre 2020, dopo mesi di tensioni inaspritesi sulla questione delle elezioni in Tigray, tenutesi nonostante il rinvio disposto dal governo centrale a causa delle restrizioni di contrasto alla pandemia. Il casus belli era stato l’attacco del Fplt al comando dell’esercito nazionale in Tigray, il quale ha poi ricevuto l’ordine di occupare la regione e reprimere l’insurrezione.

Il Fplt ha dimostrato una resistenza tenace, rilanciando l’offensiva e assestandosi sul finire del 2021 a circa 300 km dalla capitale Addis Abeba, nei pressi di Kemise. Negli ultimi mesi, le truppe governative hanno riguadagnato terreno e costretto il Fplt ad arretrare grossomodo sulle posizioni di partenza.

Nonostante il conflitto sia tutt’ora in corso, dal mese di marzo il governo ha dichiarato una tregua, e i convogli umanitari hanno ripreso ad affluire in Tigray, come contropartita per il ritiro da parte delle forze del Fplt dai territori occupati nelle regioni Afar e Amhara. Voci non confermate parlano di trattative informali già avviate, anche se i negoziati ufficiali sembrano fermi ad alcune nomine governative per la composizione di un comitato negoziale per un possibile processo di pace.

A dispetto della risonanza mediatica, il Tigray non è mai stata una crisi isolata. A preoccupare nelle ultime settimane è la situazione nella regione dell’Oromia, dove si è intensificato il conflitto etnico fra i due gruppi maggioritari, l’etnia oromo e quella amhara, culminato il 18 giugno con il massacro di più di 200 civili di origine amhara nell’ovest dell’Oromia, nei pressi di Gimbi, a circa 400 km dalla capitale. Gli artefici della carneficina, tra le più sanguinarie degli ultimi anni, fanno capo probabilmente all’Esercito di Liberazione Oromo, gruppo armato ribelle attivo fin dagli anni ‘70 e protagonista della nuova spirale di violenza etnica scoppiato nel 2018 con il ritorno degli oromo al potere. Sono ancora poco chiare le circostanze del massacro, così come l’identità delle forze coinvolte e il numero delle vittime. A compromettere l’imparzialità di alcune ricostruzioni è la mancanza di un’inchiesta indipendente, nonché il difficile accesso ai territori interessati dal conflitto per operatori umanitari, ricercatori, media nazionali e internazionali.

Una crisi interna

La crisi politica etiope, indipendentemente dal focolaio etnico in questione, è una crisi interna e, come tale, interna dovrebbe esserne la soluzione. Interferenze esterne rischiano di creare ulteriori grattacapi al governo e allontanare possibili prospettive di pace. Il governo di Abiy ha sempre guardato con scetticismo qualsiasi tentativo di internazionalizzare la crisi da parte di partner regionali (Egitto, Sudan, Kenya) e internazionali, inclusa l’Unione Africana che ha la sua sede nella capitale etiope.

Addis Abeba ha spesso agito nell’ombra di altri eventi internazionali di più ampia portata (l’ordine per l’offensiva in Tigray è partito il giorno delle elezioni americane, il 3 novembre 2020). Incalzato dai media e dai suoi omologhi internazionali, Abiy ha presentato la guerra in Tigray come un ripristino dell’ordine e della legalità interna. Questa linea non è stata impopolare e ha riscosso consenso nell’opinione pubblica, con manifestazioni di solidarietà e relativa condanna di qualsiasi tentativo di intrusione negli affari interni, in particolare degli Stati Uniti. Un mantra ricorrente fra le manifestazioni pacifiche per le strade della capitale, che ha poi dato vita a una vera e propria campagna, è stato “hands off Ethiopia, hands off Africa!” (giù le mani dall’Etiopia, giù le mani dall’Africa).

L’obsolescenza del federalismo etnico

Il contrasto tra la politica accentratrice pan-etiope e le aspirazioni più o meno radicali dei gruppi anti-governativi fanno parte delle tensioni politiche in superficie, ma non spiegano l’origine della crisi. Le diverse visioni circa il grado di (de)centralizzazione dell’assetto federale sono solo la punta dell’iceberg di un conflitto atavico ed esistenziale legato alla distribuzione del potere e delle risorse socio-economiche (investimenti, servizi, terreni agricoli) in un sistema caratterizzato da reti clientelari diffuse che fanno capo ad élite etnico-regionali. Non sono le tensioni intrinseche all’assetto federale la polveriera che rischia di far esplodere il Paese, quanto la sua anacronistica matrice etnica.

Nel 1995, la nuova costituzione federale aveva sancito un equilibrio funzionale ma temporaneo, destinato a incrinarsi sotto la spinta demografica e l’evoluzione di un tessuto sociale che nei fatti è diventato multietnico. In un primo momento, il federalismo su base etnico-regionale, per quanto ricalcato su confini interni spesso arbitrari, è stato congeniale alla minoranza tigrina al governo come strategia divide et impera rispetto alle altre etnie (una decina quelle principali ma vicino al centinaio in totale). Questa strategia di frammentazione e contenimento etnico era stata però ideata in un Paese che allora aveva meno della metà della popolazione attuale (55 mln nel 1995 contro i 115 mln attuali), con infrastrutture inter-regionali in parte risalenti all’occupazione italiana, se non del tutto inesistenti, e relazioni inter-etniche sporadiche, motivate perlopiù da transazioni commerciali e concentrate lungo i territori di confine.

La realtà odierna, a distanza di quasi trent’anni, è ben diversa. I confini stabiliti nel lontano 1995 sono rimasti marcati solo sulla carta politica e amministrativa, abbondantemente superati o traslati dalla rivoluzione demografica e infrastrutturale (strade, telecomunicazioni, servizi su scala nazionale) che ha portato alla nascita di una società multietnica, incarnata in modo emblematico dal nuovo primo ministro Abiy, di padre oromo, musulmano, e madre amhara, cristiana. Una società variegata e dinamica alla ricerca di un contratto sociale comune che sia in grado di offrire al contempo ampie garanzie costituzionali per l’autodeterminazione delle tante realtà regionali e subregionali, specie delle minoranze. Sospeso su questo equilibrio precario, il mosaico etiope rischia di frantumarsi, perché pressato in una gabbia politico-amministrativa obsoleta che fomenta le tensioni interetniche.

Instabilità all’orizzonte

Gli avvicendamenti al vertice nella storia etiope degli ultimi cinquant’anni non hanno comportato spargimenti di sangue al momento dell’insediamento di un nuovo governo. Tuttavia, hanno generato un terremoto politico che ha prodotto delle scosse di assestamento foriere di instabilità e violenza, alimentata dal rancore covato dal gruppo uscente e dal desiderio di rivalsa del gruppo etnico entrante.

Nel 1991, l’ascesa nazionale del Fplt guidato da Meles Zenawi consegnò ai tigrini le chiavi del Paese per un periodo che si sarebbe esteso a tre decadi, spezzando a sua volta il lungo dominio dell’élite amhara, risalente al regno dell’imperatore Haile Salassie e immutato, nonostante il cambio di regime, durante il Derg comunista del Colonnello Haile Mariam Desalegn. La fase di consolidamento del potere tigrino, durata almeno fino al varo della costituzione federale del 1995, non risparmiò violenze, ritorsioni, arresti e processi sommari. Menghistu trovò l’esilio in Zimbawe e alcuni suoi ex gerarchi chiesero asilo presso alcune rappresentanze internazionali di Addis Abeba, Italia in primis.

Gli oromo simbolo di discontinuità

Nel 2018, al termine della transizione a guida tigrina innescata dalla morte del primo ministro Zenawi nel 2012, il rimpasto governativo dettato dalla nuova maggioranza parlamentare ha dato ragione agli oromo, l’etnia dominante in Etiopia per popolazione ed estensione territoriale, sostenuta dalla maggioranza del gruppo amhara. Guidati dal giovane Abiy Ahmed, che ha da subito promosso una politica unificatrice pan-etiope, coerente con il suo credo politico e le sue origini, gli oromo rappresentano un elemento di forte discontinuità nella storia nazionale, caratterizzato da frange più intransigenti in cerca di rivalsa in un’arena politica che li ha spesso visti ai margini della lotta per la distribuzione di potere e risorse.

Questa volontà di riscatto siocio-politico ha migliorato le condizioni di vita di una parte della popolazione a discapito di altri gruppi etnici, arginati o repressi con la forza dai gruppi più radicali come l’Esercito di Liberazione Oromo. Questa discriminazione violenta, sbandierata dai media in regioni remote o rurali del Tigray e dell’Oromia, sta prendendo piede anche nella capitale, dove non è raro che l’accesso ai servizi primari venga negato su base etnica, appartenenza chiaramente specificata nei documenti d’identità etiopi.

In questo contesto, l’uscita di scena dell’élite tigrina si interseca con l’ascesa oromo facendole da contraltare, e alimentando in un circolo vizioso i dissapori etnici di chi è stato da sempre estromesso dai vertici del Paese (gli oromo) con quelli di chi ha governato da minoranza per decenni e adesso si trova alla porta (i tigrini).

I precedenti storici etiopi citati suggeriscono che gli strascichi di instabilità e di violenza sono destinati a ripetersi, almeno per qualche tempo e con cadenza ciclica, ogni qualvolta le geometrie etniche al vertice subiranno modifiche. Almeno finché questo circolo vizioso non verrà spezzato da un’identità (e un’amministrazione) nazionale pan-etiope e transetnica, che vada al di là di un manifesto elettorale o della propaganda politica di sedicenti leader democratici per permeare nell’azione di governo e nella cittadinanza.

Foto di copertina EPA/KIM LUDBROOK

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