Elezioni UK: torna il Labour

Il 4 luglio potrebbe essere paragonato al 1° maggio 1997, che segnò una straordinaria vittoria elettorale per il partito laburista? Attualmente, il Labour ha un vantaggio di 20 punti percentuali sul partito conservatore e questo potrebbe tradursi in un’altra vittoria schiacciante – nel 1997 i laburisti vinsero con il 43% dei voti. Tuttavia, Keir Starmer, il leader laburista, non possiede il carisma di Tony Blair né un ministro delle finanze del calibro di Gordon Brown. E non ha neppure un programma innovativo come fu quello del ‘new Labour’. La vittoria, che è data per scontata, sembra più legata al collasso dei Conservatori che alla forza intrinseca del Labour. 

La decisione del primo ministro Rishi Sunak di sciogliere il Parlamento e anticipare le elezioni a inizio luglio – invece che alla fine della legislatura a metà dicembre – prende atto delle insanabili tensioni all’interno del partito conservatore, indebolito dagli scandali e con la fronda ultra-conservatrice spostata su posizioni di estrema destra e in collisione con il governo. L’umiliante sconfitta alle elezioni amministrative di inizio di maggio ha ulteriormente eroso la tenuta della maggioranza, spingendo Sunak a porre fine a un governo ormai esautorato e a cercare di arginare una potenziale scissione del partito. Prolungare un governo impossibilitato a governare sarebbe politicamente irresponsabile e sicuramente un errore sul piano personale – sebbene non sia chiaro se Sunak continuerà l’attività politica.

Il bilancio di 14 anni di governo Tory

Cosa lasciano i Conservatori dopo quattordici anni al governo e quali saranno le priorità del prossimo esecutivo? Innanzitutto, la Brexit, scatenata da David Cameron nel 2016 con il referendum consultativo che, nelle intenzioni dell’allora primo ministro, avrebbe dovuto mettere a tacere, una volta per tutte, la fazione euroscettica all’interno del partito conservatore. Invece, il referendum, con il 52% dei voti a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Ue, ha contribuito a rafforzare gli euroscettici. Dopo più di tre anni fuori dall’Unione, è chiaro che la Brexit è stata un errore perché ha ridotto l’intensità degli scambi commerciali rispetto al prodotto interno lordo – ovvero, si sono ridotte le importazioni e le esportazioni. Rispetto agli altri paesi del G7, l’intensità dell’interscambio del Regno Unito è del 1,7% in meno rispetto al periodo precedente alla pandemia e all’uscita dall’Ue nel 2020. Secondo le stime dell’Office for Budget Responsibility, questo potrebbe portare, sul lungo periodo, a una riduzione del 15% delle esportazioni e importazioni. Nel frattempo, il numero di immigrati è aumentato, confutando uno dei punti chiave della campagna referendaria. I dati più recenti del National Statistics Office stimano in 672.000 il totale degli immigrati arrivati nel Regno Unito da giugno 2022 a giugno 2023, al netto delle uscite. Prima del 2020 il netto di immigrati era tra 300.000 e 400.000 persone all’anno.

Sanità e inflazione al centro delle priorità

Il prossimo governo dovrà anche affrontare la cosiddetta crisi del costo della vita, che non è solo ed esclusivamente legata all’inflazione, ma anche al mercato immobiliare e ai tagli all’assistenza. Il tasso di inflazione è attualmente intorno al 2,3%, dopo aver toccato il picco dell’11,1% nell’ottobre del 2022, con la conseguente stretta della politica monetaria. Per molte famiglie, soprattutto per quelle nelle fasce di reddito più basso, l’inflazione ha portato a una riduzione dei consumi e a un aumento degli interventi di organizzazioni caritatevoli come il Trussell Trust, che tra aprile 2023 e marzo 2024 ha distribuito 3,12 milioni di pacchi alimentari. Ci sono infatti quasi due milioni di famiglie che vivono in condizioni di indigenza e non sono in grado di acquistare beni di prima necessità. Un fondo di 500 milioni di sterline è stato stanziato per consentire alle amministrazioni locali di aiutare chi si trova in difficoltà. Ma questi sono aiuti mirati e diretti ai più bisognosi, che non risolvono il problema del caro-alloggi – soprattutto nelle grandi città come Londra. Nell’ultimo anno, gli affitti sono cresciuti in media di quasi il 9% – quasi 11% a Londra. Il senso di insicurezza è palese, soprattutto tra coloro che devono ricorre a prestiti per poter pagare l’affitto o le bollette. 

Il fatto che molti non riescano ad accedere alla sanità pubblica in tempi ragionevoli contribuisce all’insicurezza. Contemporaneamente, le diseguaglianze aumentano: c’è infatti una differenza di quasi 20 anni nella vita media di coloro che vivono nelle zone più ricche e quelli che vivono nelle zone più povere. Non a caso due dei dieci punti del programma laburista riguardano il sistema sanitario nazionale, con l’impegno di ridurre i tempi di attesa e rafforzare il numero dei medici di base. Allo stesso modo, il programma affronta la crisi del costo della vita con l’adeguamento del salario minimo al costo della vita e la creazione di una società pubblica per abbassare il costo dei servizi energetici. 

Tuttavia, nel suo insieme, il programma non affronta questioni strutturali come crescita economica e produttività, mantenendo un approccio prudente alla politica fiscale. Per quanto riguarda il rapporto con l’Ue, i laburisti propongono un riavvicinamento a Bruxelles, senza però riaprire la questione Brexit. I cambiamenti positivi che il nuovo governo sicuramente porterà non saranno trasformativi. È difficile, dunque, che la vittoria laburista possa rigenerare l’economia e produrre una nuova ‘cool Britannia’. 

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