La crisi politica parallela in Francia e in Gran Bretagna

Chi osserva l’evoluzione dell’Europa non può non guardare con preoccupazione alle nubi politiche che si addensano su due dei suoi principali paesi, la Francia e Gran Bretagna. Non sono le due principali potenze economiche, ma lo sono dal punto di vista politico e militare; entrambe dotate dell’arma nucleare, entrambe membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Due paesi con una storia e caratteristiche molto diverse, la cui politica europea si è invece molto avvicinata negli ultimi tempi fino a porli di fatto alla guida della risposta europea alla guerra in Ucraina e in Iran. Entrambe attraversano però crisi politiche per molti aspetti simili.

Cominciamo con la Francia. siamo a meno di un anno dal primo turno delle elezioni presidenziali che nell’evoluzione che alcuni giudicano perversa delle istituzioni della V Repubblica è diventato lo scrutinio che condiziona tutti gli altri. È un periodo lungo per fare previsioni attendibili e bisogna immedesimarsi nella logica dello scrutinio a due turni, ma alcuni parametri sembrano consolidarsi. Il primo è che a chiunque fra Marine Le Pen e Jordan Bardella si trovi a guidare il partito di estrema destra RN, i sondaggi attribuiscono circa il 30% dei voti al primo turno. All’altro estremo, avremo sicuramente la candidatura di Mélenchon per la sinistra populista e radicale di LFI, accreditata di almeno il 10% dei suffragi. Ci troviamo quindi di fronte alla prospettiva di più del 40% di voti a sostegno di due ipotesi considerate altrettanto nefaste da chi crede nell’importanza dell’integrazione europea e dei valori della democrazia liberale. La domanda che si pone quindi è come far valere il circa 55% dei voti destinati a sostenere le prospettive più moderate di centrodestra o di centrosinistra. L’unica previsione certa è che questo ampio schieramento si presenterà frammentato. La domanda è se da esso possa comunque emergere una candidatura capace di evitare un confronto fra Mélenchon e il candidato di RN, ma soprattutto di battere quest’ultimo al secondo turno. È abbastanza certo che gli ex gollisti, ora “Repubblicani” (LR) avranno un loro candidato, che però avrà scarse possibilità di figurare al secondo turno. Malgrado la forte tradizione gollista di rifiuto dell’estrema destra, alcuni di loro sono tentati di collaborare con il vincitore, in caso di vittoria del candidato di RN al secondo turno; con l’intento, come si dice in Francia, di “melonizzarlo”. Cosa dire invece delle altre forze in campo?

Fra gli analisti, colgo due tesi. Secondo la prima, il principale problema della società francese è la frattura sociale. Raccogliere una maggioranza contro il candidato di RN dovrebbe essere quindi possibile per un candidato di centrosinistra; un candidato che dovrebbe però essere capace di captare al secondo turno anche voti moderati di centro e di centro-destra. I nomi che circolano sono soprattutto quelli di Raphael Glucksman e dell’ex Presidente François Hollande. Il loro problema è che la sinistra francese, anche a prescindere dall’esistenza degli estremisti di LFI, non ha mai fatto i conti con la frattura fra “socialisti” e “socialdemocratici” che è invece largamente superata nel nord dell’Europa. Il partito socialista francese non solo è ancora fortemente “socialista”, ma ha anche appena approvato un programma estremamente radicale sul piano economico, fiscale e sull’immigrazione; un programma giudicato tossico dalla maggioranza degli elettori moderati e che sarebbe appeso al collo come un macigno anche di candidati “socialdemocratici” come Hollande. Ci si domanda quindi quali sono invece le prospettive di candidature del vasto spazio “macronista”; quel centro che lo ha eletto, ma che Macron non è mai riuscito o non ha mai voluto trasformare in soggetto politico e che ha masochisticamente indebolito con la prematura e sconsiderata dissoluzione dell’Assemblea due anni fa. Qui il problema è speculare. Il candidato deve essere capace di arrivare al secondo turno, ma anche di attrarre voti a sinistra. I nomi possibili sono molteplici ed è inutile a questo punto speculare sulle probabilità di ciascuno. L’unico nome che sembra emergere con una certa continuità è quello di Edouard Philippe, ex primo Ministro di Macron e recentemente rieletto trionfalmente sindaco della sua città. È tuttavia troppo presto per esprimere un parere sulle sue effettive possibilità. L’unica conclusione che si può trarre a questo stadio è che prevedere una vittoria elettorale del candidato di RN è forse prematuro, ma l’ipotesi è sicuramente plausibile.

Veniamo ora alla Gran Bretagna e al terremoto che si è prodotto alle recenti elezioni. Si trattava di elezioni locali e la fine della legislatura è ancora lontana, ma il segnale è troppo forte per essere ignorato. Tentando di semplificare, se ne possono proporre tre letture. La prima, la più semplice, è quella della punizione per il percepito fallimento di Keir Starmer, il primo ministro laburista moderato e europeista eletto trionfalmente quasi due anni fa sull’onda del discredito degli ultimi governi conservatori. È sicuramente vero che Starmer ha dovuto affrontare una situazione estremamente difficile e aggravata da altre crisi interne e internazionali, come l’evoluzione della politica trumpiana o la polemica intorno alla sciagurata nomina di Peter Mandelson come Ambasciatore a Washington. È però altrettanto vero che lui e i suoi principali ministri non hanno dimostrato di essere all’altezza della sfida. Nessuno può completamente escludere che il governo laburista, addirittura ancora con Starmer o più probabilmente con un altro leader come il molto popolare sindaco di Birmingham Andy Burnham, possa riprendersi prima delle prossime elezioni che sono ancora abbastanza lontane. Qui interviene però la seconda lettura, più radicale. Le elezioni hanno infatti prodotto l’indebolimento anche del partito conservatore e la forte affermazione di due nuovi partiti populisti: Reform a destra e i verdi a sinistra che insieme sommano, con una percentuale quasi “francese”, circa il 40% dei voti, Saremmo quindi di fronte a un processo di ridefinizione del bipolarismo britannico simile a quella che un secolo fa condusse alla sostituzione dei liberali con i laburisti. Questa tesi è però poco credibile, a causa della parallela crisi dei conservatori e al fatto che i due partiti emergenti sono entrambi estremisti. Si presenta quindi la terza lettura, ancora più radicale. A causa della crisi del tessuto politico e sociale che si riscontra anche in tutto l’occidente, il tradizionale bipolarismo britannico sarebbe in realtà diventato insostenibile, aprendo la strada a una frammentazione ormai strutturale. Il paese si troverebbe quindi in una situazione non dissimile da quella diffusa nelle altre democrazie parlamentari del continente europeo, con un multipartitismo strutturale e la presenza consistente di alcune forze estremiste fondamentalmente estranee ai valori della democrazia liberale.

La frammentazione del sistema politico europeo e la crescita di partiti estremisti hanno cause variegate e profonde che esulano dalla portata di questa analisi. Tuttavia, la Francia e la Gran Bretagna non sono solo confrontate a problemi simili a quelli di altri paesi europei, ma devono ormai affrontare una seria crisi della struttura dei loro sistemi politici con probabili implicazioni anche costituzionali; implicazioni interessanti anche per il dibattito italiano. Per quanto riguarda la Gran Bretagna, nella misura in cui ciò che è successo è anche la conseguenza di Brexit, ne risulterebbe paradossalmente un paese più “europeo”. Insomma, la malattia del continente avrebbe contaminato anche la democrazia che meglio aveva retto ai terremoti del secolo scorso. Inoltre, la presenza di una forte presenza di populisti radicali, soprattutto di destra, ma anche di sinistra, è ormai un dato strutturale della politica europea. In queste condizioni, non si vede come possano funzionare senza conflitti sistemi costituzionali ed elettorali basati sul bipolarismo; una configurazione che presuppone l’esistenza di due grandi partiti capaci di assommare almeno due terzi del corpo elettorale, o di coalizioni all’interno delle quali prevalga un partito abbastanza forte da non lasciarsi troppo condizionare da eventuali alleati estremisti.  Infine, anche se la protezione fornita da un sistema proporzionale rende le prospettive meno critiche, nubi sembrano addensarsi anche sulla coalizione al governo in Germania. Se la situazione dovesse aggravarsi anche lì, ci troveremmo di fronte alla crisi grave e forse terminale dei tre leader centristi e riformatori in cui gli europeisti avevano riposto molte speranze. Macron, Starmer e Merz. Una prospettiva molto poco attraente.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore, fra l'altro, dei volumi 'L'Unione europea: una storia non ufficiale' e 'Stare in Europa: Sogno, incubo e realtà'

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