27 Gennaio 2023

Come la Russia minaccia i gasdotti nel Mediterraneo

Nel 2022, la destabilizzazione del continente europeo a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina non ha avuto solo importanti conseguenze politiche, ma ha rivelatoanche una fragilità delle infrastrutture che ne sostengono la sicurezza economica. In particolare, il sabotaggio da parte di ignoti del gasdotto Nord Stream ha messo in evidenza quanto la protezione dell’approvvigionamento energetico non sia necessariamente garantita nel caso di un confronto militare con la Russia, anche se esso si dovesse limitare ad azioni sotto alla soglia di una guerra aperta.

La vulnerabilità di tali infrastrutture ad azioni di sabotaggio è un tema che continuerà ad accompagnare l’Italia e i suoi alleati per tutta la durata del conflitto politico con la Russia. La posizione geografica della penisola la pone al centro di un complesso intreccio di gasdotti sottomarini, già in uso o in cantiere, dai quali dipende buona parte dell’attuale mix energetico italiano.

È tuttavia l’intero Mediterraneo a essere attraversato da linee fondamentali per l’attuale strategia di approvvigionamento europeo: il Transmed, il Green Stream e la Trans-Adriatic Pipeline (Tap) verso l’Italia, e Medgaz e la Maghreb-Europe Pipeline verso la Spagna sono importanti arterie che potrebbero, in alcune circostanze, diventare obiettivi delle forze navali russe operanti nella regione.

Le infrastrutture critiche nella strategia di Mosca

Questa possibilità è tanto più concreta dopo l’attacco a Nord Stream in quanto si tratta di un tipo di operazione ben radicata nel pensiero strategico russo. L’attacco a infrastrutture critiche non-militari è largamente considerata un’opzione fruibile, tanto nelle fasi iniziali di un conflitto aperto quanto come “risposta asimmetrica” ad azioni avversarie, con l’obiettivo di ristabilire una deterrenza credibile minimizzando il rischio di una reazione nucleare.

Nelle riflessioni russe, infliggere danni a infrastrutture di rilevanza economica è visto come un passo decisivo per erodere la volontà dell’avversario di impegnarsi in un conflitto aperto o prolungato con la Federazione Russa. Per questo, esso può avvenire anche al di fuori di operazioni militari tradizionali ed è normalmente accompagnato da una campagna informativa che amplifica ed esagera i danni inflitti alle infrastrutture critiche. Si tratta, insomma, di un’operazione con una importante valenza politico-strategica oltre che meramente tattico-militare.

Mezzi e intenzioni

Sono due gli elementi che rendono i gasdotti un obiettivo particolarmente appetibile. Prima di tutto c’è la longevità del danno inflitto. Tornando all’esempio baltico, le stime su una possibile riparazione di Nord Stream 2 pongono i costi a 500 milioni di dollari, ed è verosimile che i lavori durino ben oltre la spanna ideale da “alcuni mesi fino a cinque anni” indicata dagli autori russi come criterio per la scelta di obiettivi economici da danneggiare.

Inoltre, la Russia è dotata dei mezzi materiali necessari per effettuare questo tipo di operazioni. Il Direttorato principale della ricerca sottomarina (Gugi) è un’unità marittima speciale, alle dipendenze dirette del ministero della Difesa, che negli ultimi anni si è guadagnata una particolare reputazione per i sospetti atti di sabotaggio contro i cavi sottomarini europei e atlantici. Il Gugi è dotato di imbarcazioni in grado di rilasciare sommergibili specializzati, capaci di manipolare i fondali, tranciare cavi di comunicazione e piazzare cariche esplosive. Le forze russe possono anche contare su palombari specializzati e sottomarini per la sorveglianza dei fondali, anche se i danni sofferti dal sottomarino speciale Losharik in un incendio nel 2019 le hanno private di un’importante risorsa.

La complessità del fondale mediterraneo e la vastità della regione rende difficile sorvegliare ogni metro del bacino. Detto questo, le azioni russe nel Mediterraneo sono limitate dalle riduzioni forzate inflitte alla propria flotta nella regione negli ultimi mesi. Dopo un’iniziale rafforzamento della Flotta del Mediterraneo prima e dopo il 24 febbraio, la lontananza dalle principali basi manutentive ha costretto Mosca al ritiro di alcune navi.

La risposta italiana

Le autorità italiane sono ovviamente consapevoli di questo pericolo. Al netto della “progressiva transizione verso fonti rinnovabili”, la sicurezza delle linee di transito fossili è menzionata come una delle questioni principali dalla Strategia di Sicurezza e Difesa per il Mediterraneo adottata nel 2022. La Marina militare ha avviato una serie di iniziative incentrate sulla protezione di queste infrastrutture. Da un punto di vista più operativo, dopo il sabotaggio del Nord Stream è stata lanciata una missione a protezione degli assetti energetici sottomarini composta da due navi di superfice, dotate di sottomarini e droni subacquei ausiliari, e un nucleo di palombari. Questa squadra accompagna l’operazione Mediterraneo Sicuro, schierata a presidio delle linee di comunicazione marittime e per l’identificazione di eventuali minacce.

A ciò si accompagna un investimento più a lungo termine sull’esplorazione e lo sviluppo di tecnologie utili a operazioni nell’ambiente subacqueo. A tal fine, il Polo nazionale della subacquea aperto a La Spezia avrà come obiettivo l’integrazione di esperienze provenienti da amministrazioni pubbliche e enti privati attivi nel campo. Dato il ruolo importante di nuove tecnologie autonome o a pilotaggio remoto, ma anche di attori commerciali come Eni e Snam, questo approccio è funzionale affinché l’Italia resti al passo con la minaccia proveniente dalla marina russa e altri attori avversari.

Foto di copertina EPA/VALENTIN YEGORSHIN