8 Agosto 2022

La Russia nel Mediterraneo: una minaccia?

A giugno c’è stato un certo allarmismo in Italia riguardo le manovre condotte dalla Marina russa (Voyenno-morskoi flot, VMF) nel bacino del Mediterraneo. Alcune navi sono state individuate al largo della penisola italiana, mentre altre sembrerebbero impegnate in esercitazioni e nel tallonamento delle task force navali Nato di passaggio nel bacino marittimo.

Chiaramente, la riattivazione nel 2013 del quinto squadrone operativo nel porto siriano di Tartus ha provocato qualche preoccupazione all’Italia e al resto dell’Alleanza atlantica. L’invasione dell’Ucraina ha aumentato ulteriormente la tensione, e la presenza russa nel Mediterraneo è addirittura cresciuta parallelamente al dispiegamento di navi di Mosca nel Mar Nero (oggi bloccato a causa della chiusura degli Stretti dei Dardanelli a navi militari esterne con basi in altri porti). Al quinto squadrone sono stati aggiunti due incrociatori di classe slava (la Varyag proveniente dal Pacifico e la Maresciallo Ustinov dal mare del Nord).

A conti fatti, Mosca dispiega più di nove assetti navali nella regione: due sottomarini di classe Kilo, due cacciatorpediniere di classe Udaloy, due fregate di tipo Gorshkov e Grigorovich e alcune navi ausiliarie.

La strategia russa nel Mediterraneo

Già a maggio del 2021, l’allora Capo di stato maggiore della Marina Giuseppe Cavo Dragone, oggi Capo di stato maggiore della Difesa, parlava della necessità di aumentare la capacità italiana di proiettare forze nel Mediterraneo, e in particolare della possibilità, se necessario, di poter penetrare le difese di possibili nuove basi russe in Libia e in Siria. La paura è che i russi possano imporre delle cosiddette “bolle” anti access / aree denial (A2/AD), ovvero zone pesantemente difese da sistemi antiaerei e antinave in grado di interdire ampie aree adiacenti – o per lo meno di infliggere gravissime perdite – e rendere così difficoltosa la navigazione alleata nel Mediterraneo.

Questo rischio è forse presente, ma non è il solo. Da parte russa vi è anche il desiderio di mantenere una propria presenza militare in una regione cruciale per il commercio marittimo internazionale, per ragioni di puro prestigio politico.

Soprattutto, nel pensiero strategico russo, il maggior pericolo proveniente da Stati Uniti e Nato è la capacità di sferrare attacchi fulminei, sia nucleari che convenzionali. Ciò ha spinto Mosca a studiare modi per garantire la sopravvivenza dei propri mezzi navali e a mantenere opzioni di attacco con cui, se necessario, danneggiare le infrastrutture strategiche della Nato a distanza, soprattutto con mezzi non-nucleari. In più, gli strateghi militari russi hanno spesso sottolineato con preoccupazione come lo sviluppo di nuove tecnologie, specialmente nel campo missilistico, renderà sempre più facile colpire con precisione da parte occidentale obiettivi nel profondo del territorio russo. Da qui nasce una doppia necessità: aver la capacità di impegnare le flotte della Nato il più lontano possibile dal bacino del Mar Nero e mantenere una capacità missilistica capace di colpire il fianco sud della Nato.

Una flotta modernizzata

Osservando la composizione del quinto squadrone, è intuibile che la presenza russa nel Mediterraneo è soprattutto utile per svolgere una missione di deterrenza, più che seriamente contestare la supremazia navale occidentale. Ciò è anche dovuto alle grosse difficoltà che la Russia ha nel varare nuovi vascelli, a causa di un’industria strangolata dalle sanzioni internazionali e dell’obsolescenza dei cantieri navali. La dottrina militare si è adattata di conseguenza, prevedendo un massiccio utilizzo delle capacità missilistiche navali e cercando di massimizzare la potenza di fuoco dei sistemi già esistenti.

Anche qui, è necessario scendere al livello tecnico per provare a interpretare la strategia russa. L’adozione del missile da crociera Kalibr, in particolare, rende la flotta mediterranea un potenziale pericolo per le infrastrutture civili e militari sul fianco sud della Nato. Con una gittata fra i 1.500 e i 2.500 chilometri, queste armi rappresentano il principale strumento con cui la VMF è riuscita ad aumentare la potenza di fuoco delle proprie navi. Non tutte le navi del quinto squadrone hanno completato l’installazione dei lanciatori necessari, ma nel complesso la formazione sembrerebbe fra le più modernizzate della marina russa.

Un dettaglio: i due incrociatori di classe slava avrebbero ricevuto gli aggiornamenti che tempo prima erano stati negati alla loro gemella Moskva, affondata ad aprile in maniera spettacolare nel Mar Nero. Ciò potrebbe indicare che i comandi russi prendono sul serio l’eventualità che il quinto squadrone possa dover affrontare missioni di combattimento navale.

Infine, va anche ricordato che gli investimenti nelle capacità missilistiche includono lo sviluppo di missili ipersonici, complicando ulteriormente il quadro di minacce a cui deve rispondere la difesa missilistica Nato. Anche qui, il valore più profondo di questi sistemi risiede nel loro valore di deterrenza, sia contro obiettivi di terra che per rendere difficoltoso la navigazione di task forces occidentali verso il Mar Nero.

Niente panico

In ultima analisi, la presenza navale russa nel Mediterraneo non va sottovalutata, anche se si tratta soprattutto di uno strumento di deterrenza. Nel remoto caso di un conflitto tra Mosca e la Nato, la VMF probabilmente cercherebbe soprattutto di colpire le infrastrutture alleate nella regione e disturbare le manovre occidentali nel bacino utilizzando le proprie capacità missilistiche. Detto questo, le debolezze strutturali russe rendono difficile per Mosca contestare la supremazia navale occidentale.

Foto di copertina EPA/RUSSIAN DEFENCE MINISTRY PRESS SERVICE HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES