Dopo il botta e risposta fra Israele e Iran in cui i maggiori giacimenti di gas del Golfo sono finiti sotto fuoco incrociato, gettando nel panico i mercati energetici internazionali, il presidente Usa Donald Trump ha cercato di calmare le acque. In un lungo post su Truth Social, ha inverosimilmente negato che gli Stati Uniti sapessero dell’attacco israeliano e invocato una moratoria sui bombardamenti ai giacimenti di gas (che Iran e Qatar condividono). Allo stesso tempo, ha ammonito che gli Stati Uniti non avranno freni se l’Iran non dovesse rispettarla.
Il post è un’esemplificazione del dilemma strategico nel quale Trump ha intrappolato se stesso, gli Stati Uniti e l’economia mondiale innescando una guerra elettiva non solo senza fondata giustificazione ma senza adeguata preparazione. Da una parte, il presidente Usa cerca di limitare i danni in modo da aprire la strada a una risoluzione della guerra. Dall’altra continua ad alimentare le condizioni per un’ulteriore escalation.
Impatto economico e militare
La chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche dei paesi arabi del Golfo da parte dell’Iran stanno infliggendo all’economia mondiale costi in prospettiva astronomici. Anche se in teoria autosufficienti sul fronte degli approvvigionamenti, gli Stati Uniti risentono come tutti dell’aumento del prezzo del petrolio – col Brent salito da 65-70 dollari a 110. La curva dell’inflazione Usa, già protesa verso l’alto a causa delle tariffe, si è fatta più ripida.
Sul piano militare, l’avanzata distruzione della capacità missilistica e della relativa produzione industriale iraniana non può nascondere le vulnerabilità palesate dalla macchina militare americana. L’offensiva balistica e con i droni iraniana non si è arrestata mai del tutto. Anzi, negli ultimi giorni è tornata a intensificarsi e la percentuale di bersagli colpiti è aumentata. Gli Stati Uniti, Israele e i paesi arabi del Golfo stanno bruciando a ritmo sostenuto miliardi di dollari in difese anti-missile e anti-drone. Le basi Usa nella regione sono in larga parte inutilizzabili e gli iraniani hanno distrutto o danneggiato preziosi sistemi radar e altre dotazioni militari.
Quello che più conta, gli americani non hanno una soluzione militare immediata al problema della chiusura dello Stretto di Hormuz. Le opzioni sul tavolo – da scorte navali all’occupazione di tre isole il cui controllo assicurerebbe maggiore (ma non totale) libertà di passaggio – presentano rischi significativi, e tutte puntano in direzione dell’escalation. Né si possono sottovalutare i vantaggi indiretti che Russia e Cina ottengono dal consumo massiccio di risorse militari americane nell’area, dallo studio delle capacità militari Usa e delle loro debolezze e – per la Russia almeno – dall’allentamento parziale delle sanzioni.
Costi politici e obiettivi israeliani
Ci sono poi i costi politici di una campagna militare prolungata. Anche se la base resta fedele a Trump, la guerra sta logorando il residuo supporto fra gli indipendenti e mobilitando l’elettorato di sinistra. Con le mid-term quasi alle porte, la guerra potrebbe portare in dote ai Democratici la Camera e forse – sebbene sia più improbabile – il Senato.
Chiudere il conflitto in fretta è pertanto nell’interesse del presidente, anche se solo in termini di limitazione del danno. Ma l’incertezza sugli obiettivi ha generato una condotta di guerra da parte degli Stati Uniti che ha contribuito ad aumentare, più che a ridurre, gli incentivi delle altre parti in causa a continuare lo sforzo bellico.
Il premier Benjamin Netanyahu e molti altri nell’establishment politico-militare israeliano ritengono che la sicurezza esterna di Israele e il perseguimento dell’espansione nei territori palestinesi dipendano, in ultima analisi, dal prevenire l’emersione di una sfida di lungo periodo alla superiorità tecnologico-militare di Israele nella regione. La radicale ostilità ideologica al sionismo della Repubblica islamica aggiunge una dimensione di maggiore urgenza al bisogno di rimuovere la sfida iraniana.
Per Israele l’obiettivo non è più soltanto mettere fuori gioco il programma nucleare iraniano, ma eliminare la rete di alleanze di Teheran con milizie non statali, specialmente in Palestina e Libano (dove è cominciata una nuova guerra con Hezbollah), distruggere la macchina militare iraniana e infine abbattere, direttamente o indirettamente, la Repubblica islamica. Israele, la cui capacità di sopportazione è superiore a quella degli Stati Uniti, non vuole una fine della guerra prima che si esaurisca ogni possibilità di comprimere il regime fino a farlo collassare. L’alternativa è procedere con la distruzione dei quadri politici, militari e di sicurezza dell’Iran, anche al costo di provocare un collasso dello stato e la destabilizzazione della nazione.
Strategie iraniane e prospettive
Gli stati arabi del Golfo – in particolare Arabia Saudita ed Emirati – inizialmente contrari alla guerra perché timorosi di finire in prima linea, stanno riconsiderando le loro priorità. Di fronte a un regime iraniano più radicalizzato che mai, che non ha esitato ad attaccare non solo le basi americane sul loro territorio, ma anche le infrastrutture energetiche, sono tentati di spingere gli Stati Uniti a continuare a bombardare l’Iran fino a esaurirne le capacità di rappresaglia. Si tratta di una scelta ad alti costi e rischi, perché la guerra potrebbe non solo prolungarsi oltre la loro soglia di sopportazione, ma risolversi senza aver abbattuto la Repubblica islamica.
La guerra asimmetrica portata avanti dai Guardiani della Rivoluzione islamica, il corpo paramilitare oggi in controllo di fatto del governo, non è solamente tattica. Riflette invece una strategia multiforme. In primo luogo, cerca di ristabilire una nuova deterrenza: regionalizzando la guerra e chiudendo lo Stretto di Hormuz, l’Iran vuole creare disincentivi ad altri attacchi in futuro. In secondo luogo, punta a una revisione degli equilibri regionali: attaccando i paesi del Golfo partner degli Stati Uniti, punta a smascherare i limiti delle garanzie di sicurezza americane e dimostrare che il loro modello di sviluppo è insostenibile in assenza di un’inclusione dell’Iran stesso. In terzo luogo, punta a costruire una doppia narrazione di autolegittimazione: una di resistenza nazionale anti-imperiale per mobilitare la popolazione a difesa della patria (e magari guadagnare consenso nel Sud Globale scettico degli Usa); e una di martirio sciita per rafforzare l’adesione ideologica al regime di quel che resta della base di consenso della Repubblica islamica. Questa strategia è compatibile con una pace che rifletta questi obiettivi, non con una semplice tregua, e il regime al momento ritiene di doverla perseguire fino alla fine.
In conclusione, la situazione della guerra riflette una tensione tra fattori strutturali e politici. I primi – i costi economici e le risorse militari – tendono a frenare il conflitto. I secondi – l’opposta ma speculare determinazione di Iran e Israele a combattere, e le incertezze di Washington e dei paesi arabi del Golfo su se evitare un brutto risultato oggi al rischio di averne uno peggiore domani – la alimentano. Trump ha l’autorità politica di smarcarsi, ma è dubito che abbia la capacità di dettare i termini della pace agli altri belligeranti, perché non esiste al momento alcuno spazio in cui gli interessi contrapposti di Iran e Israele possano essere riconciliati. Non è escluso che i limiti finanziari e militari, combinati a un disimpegno americano, portino a un conflitto a più bassa intensità o anche infine a una tregua. Ma in assenza di un accordo post-conflitto di cui non si vedono le condizioni, si tratterebbe solo di un’altra pausa prima della prossima guerra.
Coordinatore delle ricerche e responsabile del programma Attori globali dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle relazioni transatlantiche, in particolare sulle politiche di Stati Uniti ed Europa nel vicinato europeo. Di recente ha pubblicato un libro sul ruolo dell’Europa nella crisi nucleare iraniana,“Europe and Iran’s Nuclear Crisis. Lead Groups and EU Foreign Policy-Making” (Palgrave Macmillan, 2018).






