5 Dicembre 2022

Mahsa Amini e il regime svelato: tornano le proteste in Iran

La morte della ventiduenne Mahsa Amini, una donna iraniana di origini curde-sunnite, deceduta in condizioni ambigue e sospette il 16 settembre 2022, ha nuovamente messo a nudo la natura del regime degli Ayatollah: un umiliante disprezzo per i propri cittadini. Anche nel caso in cui la versione ufficiale si dimostrasse corretta – secondo la quale Amini sarebbe deceduta a causa di un infarto e dunque per cause naturali, tuttavia sotto custodia della polizia – ciò non esonererebbe le forze di sicurezza iraniane dalle loro responsabilità.

Repressione e misoginia del regime

Ciò detto, le proteste che ne sono scaturite non rappresentano, per ora, una vera minaccia per il regime. Piuttosto, le proteste civili in Iran devono essere comprese come parte di una serie di eventi molto simili tra loro che emergono e si susseguono regolarmente nella Repubblica islamica da quando il regime soppresse brutalmente le proteste studentesche del 1999. Fino ad ora, il regime è stato in grado di gestire situazioni simili ricorrendo ad una combinazione di forza bruta, manipolazione e intimidazioni. La situazione potrebbe continuare così per molto tempo ancora, anche a costo di perdere sempre più credibilità e legittimità politica nei confronti della popolazione.

La morte di Mahsa Amini rivela ancora una volta la natura misogina del regime poiché le forze di sicurezza hanno arrestato la giovane donna a causa del suo uso ‘improprio’ del velo; una violazione della legge piuttosto che dei costumi, in quanto la Repubblica islamica obbliga le donne a indossare abiti islamici ‘appropriati’ per motivi ideologici. Il velo da solo potrebbe non essere il principale problema delle donne iraniane dato che molte di loro seguono le leggi islamiche o tradizionali volontariamente; ciò che grava su di loro è la mancanza di scelta, e con essa, l’ideologizzazione e la securizzazione di ciò che le donne iraniane ritengono debba essere una decisione personale.

Chi sono i basij, la polizia morale

Il velo, dunque, rispecchia un ulteriore problema: la brutalità degli esecutori ‘morali’ del regime. Generalmente, la polizia rappresenta un problema minore rispetto ai volontari zelanti reclutati di solito dalle milizie basij, che si autodefiniscono hezbollahis, il ‘partito di Dio’, promuovendo il principio islamico di ‘ordinare il bene e proibire il male’ (amr be ma’ruf va nahy az monker). Hanno radici profonde nel movimento islamista iraniano essendo le loro politiche, i loro slogan e metodi una copia quasi identica dei Fedayan-e Eslam, una brutale organizzazione terroristica degli anni ’40 e ’50 che ha avuto un forte impatto sulla Repubblica islamica, in particolare sulle forze di sicurezza del regime.

È abbastanza naturale, quindi, che la polizia, a fronte delle pressioni degli hezbollah eccessivamente zelanti e politicamente ben collegati che animano le ‘pattuglie morali’, e dei diritti delle cittadine iraniane, prediliga i primi sulle seconde, nella speranza che nulla di troppo grave accada – finché non accade. Non c’è modo di porre fine alle pattuglie morali, in quanto il regime vede nella profondità della loro natura un modo di trasformare tutti gli iraniani in hezbollahis. Detto ciò, a seguito delle forti proteste avvenute in diverse località iraniane e nella speranza si calmino le acque, le autorità hanno disposto la sospensione del capo delle pattuglie morali, coinvolte nella detenzione e morte della giovane donna.

Il fattore etnico-confessionale

Questo ci porta al prossimo punto: il fattore etnico-confessionale. Mahsa Amini era una curda sunnita e il regime, a prescindere dalla sua retorica panislamica di fratellanza, discrimina come qualsiasi altro paese della regione, dove l’appartenenza ad una confessione è ampiamente considerata un rischio per la sicurezza. Ciò deriva anche dai difficili rapporti intra-regionali dell’Iran, unico paese della regione a guida sciita, e quindi dalle tensioni geo-settarie che si sono sviluppate con il mondo sunnita.

Perciò la Repubblica Islamica impedisce a quasi un terzo della popolazione, quella di confessione sunnita, l’accesso a posizioni di rilievo nel sistema di potere. Ciò spiega perché in seguito agli incidenti del 2009, sono stati condannati a morte più sunniti che sciiti. I sunniti iraniani sono dolorosamente consapevoli della presenza di questa discriminazione motivata dalla natura confessionale del regime, ma anche derivata dall’eredità storica della competizione e dei conflitti con i regimi sunniti della regione.

Il ruolo delle minoranze

L’Iran è una società multietnica tradizionale, che somiglia molto di più a un impero che a uno stato nazione moderno e monolingua. Uno dei punti forti della società iraniana e dello stato iraniano, infatti, è il suo orgoglio per le sfaccettature linguistiche ed etniche dell’Iran. Detto questo, nonostante il riconoscimento positivo della natura multietnica dell’Iran in Costituzione e l’interesse personale della Guida Suprema Ali Khamenei per questo tema, molte questioni sono rimaste irrisolte.

Un tentativo di affrontare la questione etnica nel quadro dei diritti dei cittadini è stato fatto durante la presidenza di Hassan Rouhani (2013-2022), ma si è risolto con un nulla di fatto. Le questioni relative all’insegnamento della lingua, alla devoluzione del potere alle province, alle relazioni delle ‘minoranze’ iraniane con i loro parenti al di là dei confini, hanno creato problemi sia al regime Pahlavi che a quello islamico.

Tuttavia ci sono delle differenze. Alcune minoranze non si identificano in quanto tali, altre hanno una forte consapevolezza di autogoverno e persino l’aspirazione a diventare uno Stato. È il caso dei curdi iraniani, ma non solo. I curdi di tutto il mondo sono infuriati a causa della morte della giovane donna e interpretano questo caso come l’ennesima prova di un potente stato nazione, l’Iran, che tratta i curdi come cittadini di seconda classe a cui capita di subire un elevato e sproporzionato numero di morti in “custodia” da parte della polizia.

La Repubblica islamica che non cambia

Tutto ciò potrebbe avere importanti conseguenze politiche sul piano strategico per l’Iran. Nel lungo periodo la Repubblica islamica sarà sempre più in difficoltà nel trovare collaboratori tra i leader politici curdi, almeno una volta che l’attuale leadership del Partito Democratico Curdo (KDP, la principale forza politica curda dell’Iran) e del Partito dei Lavoratori Curdi (PKK, movimento armato curdo della Turchia) sarà scomparsa o si sarà ritirata dalla politica (Walter Posch, “Back to the Mountains?”,Zenith, 2015) . Sono casi come quello di Mahsa Amini che politicizzano e plasmano il punto di vista delle giovani generazioni di curdi, che si preoccupano dei diritti civili e civici, e che distruggono la politica dei partiti curdi, che ha dato a Teheran e ad altri un così grande margine di manovra sui curdi.

Mahsa Amini è morta a causa della natura stessa della Repubblica islamica dell’Iran. La sua morte può anche essere bollata come episodio “infelice”, come dice la polizia, ma è comunque il logico risultato della natura misogina e discriminatoria del regime. Questo non impedirà agli hezbollahis, la stessa corrente politica da cui proviene il presidente Ibrahim Raisi, di perseguire comunque la loro agenda ideologica. Ci si aspettano quindi molti altri episodi “infelici” di repressione e discriminazione, ognuno dei quali andrà ad aumentare i disordini, le tensioni etniche e le pressioni dal basso nei confronti delle autorità.

Foto di copertina EPA/ABEDIN TAHERKENAREH