2 Dicembre 2022

Un Partito Repubblicano sempre più trumpiano

Con le elezioni di metà mandato dell’8 novembre negli Stati Uniti, il Partito Repubblicano si avvia plausibilmente a prendere il controllo della Camera dei Rappresentanti, con la possibilità di ottenere la maggioranza anche al Senato.

Cela al suo interno un conflitto intestino iniziato con la scalata trumpiana del partito, che si è intensificata dopo l’assalto a Capitol Hill di gennaio 2021: i sostenitori del quarantacinquesimo Presidente mal sopportano le frange moderate del partito, ancora aperte al dialogo bipartisan con i dem e interessate a proteggere le istituzioni federali da quelle che considerano bordate nocive alla salute della democrazia americana. 

Un’ardua battaglia è stata combattuta da questi due fronti nelle primarie del Partito Repubblicano, portando all’eliminazione di diversi esponenti moderati in favore di fedeli del MAGA Movement, che quasi sempre appoggiano le teorie cospirazioniste dell’ex Presidente sui supposti brogli delle elezioni presidenziali del 2020.

L’opposizione interna di Liz Cheney

Spicca tra i moderati “esiliati” Liz Cheney, unica rappresentante del Wyoming e figlia dell’ex vicepresidente Dick. Sin dai fatti del 6 gennaio 2021, Cheney si era distinta per la sua posizione di critica netta al comportamento del Presidente Trump, votando a favore del secondo tentativo d’impeachment. Una manovra che ha provocato una mozione di censura da parte del partito nei suoi confronti e l’inizio di una serie di accesi confronti con la leadership repubblicana personificata dal leader alla Camera, Kevin McCarthy.

La scelta di entrare a far parte della Commissione d’inchiesta, voluta dalla Speaker Nancy Pelosi, per indagare sulle responsabilità di Trump per i fatti del 6 gennaio ha ulteriormente incrinato i rapporti tra Cheney e la base più estremista del partito, culminando nella sonora sconfitta alle primarie repubblicane contro Harriet Hageman, ex-moderata riscopertasi trumpiana per evidenti ragioni di opportunità politica. 

Il Wyoming è uno “stato sicuro” per i repubblicani ed è proprio in queste roccaforti che i candidati estremisti abbondano, spinti alla vittoria nelle primarie da un elettorato fortemente ideologizzato e libero dal dover compiere considerazioni sulle chance elettorali del candidato preferito.

FiveThirtyEight, il sito di approfondimento politico di Nate Silver, stima che circa 124 repubblicani candidati in seggi sicuri nega o ha altresì espresso dubbi sulla legittimità delle elezioni presidenziali del 2020.

Si tratta prevalentemente di candidati alla Camera, mentre i repubblicani di posizionamento moderato tendono a vincere le primarie al Senato o in distretti elettorali ritenuti più difficili da mantenere e dove la competizione dei dem si fa più forte. In contesti come questi, un candidato moderato repubblicano è in genere ritenuto più “eleggibile” e rassicurante verso gli elettori indipendenti. 

Sempre più estremisti e meno moderati nel GOP

Di questa dinamica è ben cosciente il Partito Democratico, che in alcune località contese ha adottato la discutibile tattica di interferire nelle primarie repubblicane, creando campagne pubblicitarie mirate che accentuano gli attributi ideologici dei candidati estremisti. L’idea è usare la psicologia inversa per indurre l’elettorato repubblicano a scegliere questi “impresentabili” e facilitare il gioco ai candidati dem, ma non senza critiche. Il rischio che gli estremisti siano eletti è sempre dietro l’angolo e questa strategia non fa altro che logorare le poche sacche moderate rimaste nel Partito Repubblicano, negandogli spazi per affermarsi. 

Liz Cheney, nel frattempo schieratasi con il democratico Tim Ryan in Ohio, è soltanto una delle tante e dei tanti repubblicani anti-Trump che hanno pagato caro il loro attaccamento alle istituzioni. Il rappresentante Adam Kinzinger, veterano dell’Air Force e anche lui tra i dieci repubblicani che avevano votato a favore dell’impeachment, ha scelto di non ricandidarsi per questa tornata, esempio seguito dai colleghi Gonzalez, Katko e Upton.

Altri come Tom Rice, ex trumpiano redento, hanno tentato di affrontare lo stesso lo scoglio delle primarie, uscendone sconfitti. Solo i rappresentanti Dan Newhouse (Washington) e David Valadao (California) sono ancora in lizza per mantenere il loro seggio alla Camera. 

Fallito il tentativo di riprendersi il partito dall’interno, le opportunità per i repubblicani moderati si restringono vistosamente. Una recente rilevazione dell’istituto sondaggistico Gallup rivela che molti elettori che si rivedono in tale corrente auspicano ormai una vera e propria scissione che porti alla formazione di un terzo partito d’idee conservatrici, ma inesorabilmente staccato dal movimento MAGA. 

Uno scenario sottilmente auspicato dalla stessa Cheney, che ritiene la possibilità di un ritorno di Trump come candidato alle presidenziali 2024 come un segno apocalittico della ventura fine del Partito Repubblicano moderno.

Foto di copertina EPA/MICHAEL REYNOLDS

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