Delle tante tragedie legate alla guerra in Iran, quella che riguarda gli europei – in particolare Francia, Germania e Regno Unito (gli E3) – è tinta di amara ironia, poiché indirettamente hanno contribuito alla catena di eventi sfociata nel conflitto.
Non-proliferazione e stabilità regionale
Per anni l’Europa ha impostato la propria politica verso l’Iran sul duplice obiettivo di evitare la proliferazione nucleare nel Golfo e prevenire un conflitto regionale. Quando, durante il suo primo mandato, Donald Trump è uscito dall’accordo nucleare del 2015 – che, dal punto di vista degli E3, aveva centrato gli obiettivi – gli europei si sono trovati in una situazione progressivamente insostenibile. La politica di massima pressione americana (mai del tutto abbandonata da Joe Biden e poi ripresa da Trump II) ha screditato la fazione più pragmatica nella leadership iraniana, favorendo la definitiva ascesa dell’ala più oltranzista. Il programma nucleare è tornato a espandersi e l’Iran si è fatto più aggressivo nel Golfo e più repressivo sul piano interno.
Relazioni transatlantiche e sicurezza europea
Per gli europei, difendere l’opzione diplomatica è diventato secondario rispetto ad altre priorità. Soprattutto sotto Trump II, il timore è stato che un disallineamento da Washington si ripercuotesse negativamente su dossier più urgenti, dalle tariffe alla tenuta della Nato fino al sostegno all’Ucraina. Alla luce anche del supporto militare iraniano alla guerra russa in Ucraina e delle repressioni interne, l’Europa si è progressivamente allineata alle posizioni di Stati Uniti e Israele, pur senza condividerne la belligeranza.
Per esempio, nella primavera 2025 sono stati gli E3 a richiedere all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) un rapporto sullo stato del programma nucleare iraniano, che prevedibilmente avrebbe messo in luce, fra le altre cose, livelli di arricchimento dell’uranio incompatibili con funzioni civili. L’intento era quello di rafforzare la mano di Washington, allora impegnata in negoziati diretti con Teheran. Ma l’effetto è stato l’opposto: il rapporto dell’Aiea è stato invocato dal premier israeliano Binyamin Netanyahu e dall’Amministrazione Trump per giustificare la campagna di bombardamenti di giugno 2025.
Nuovi assunti
La guerra dei dodici giorni ha rimodulato gli assunti alla base della preferenza europea per il compromesso e la diplomazia: la prospettiva di una bomba atomica iraniana è diventata più lontana infatti senza che la regione fosse trascinata nel conflitto. Gli europei hanno tratto la conclusione che l’Iran fosse entrato in una fase di debolezza strutturale e che un’apertura diplomatica dovesse quindi essere subordinata a richieste molto stringenti. Minacciando il ripristino delle sanzioni Onu utilizzando uno speciale meccanismo dell’accordo nucleare del 2015, gli E3 hanno preteso che l’Iran desse conto di tutto l’uranio arricchito sul territorio, riaprisse il programma nucleare alle ispezioni dell’Aiea e riprendesse i negoziati con gli Stati Uniti. In sostanza, gli E3 hanno trasformato in precondizioni concessioni che l’Iran, appena uscito da un’aggressione e minacciato di punizione per mezzo di un accordo violato in primo luogo dagli Stati Uniti, avrebbe potuto realisticamente fare durante e non prima di un negoziato.
Invece di cercare un’intesa con gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza per estendere i tempi di ripristino delle sanzioni e creare uno spazio negoziale, gli E3 hanno optato per la sola pressione. Ciò ha anche evitato loro il costo politico di interagire con un regime sempre più screditato in Europa. Dopo il bagno di sangue in cui il governo ha represso le proteste di gennaio 2026, l’Ue ha designato come organizzazione terroristica i Guardiani della Rivoluzione Islamica, il corpo paramilitare che controlla la politica di sicurezza iraniana.
Questo quadro di condanna normativa, pressione economica e allineamento con Stati Uniti e Israele è entrato in crisi quando l’Iran è stato nuovamente attaccato mentre erano in corso negoziati con Washington a fine febbraio 2026.
L’aggressione israelo-americana ha innescato quel conflitto regionale che l’Europa voleva evitare. La chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche hanno destabilizzato i mercati, generando pressioni inflazionistiche e rischi di rallentamento economico, se non di recessione, in alcuni paesi europei. Il regime iraniano, ormai dominato dalle Guardie rivoluzionarie, si è dimostrato capace non solo di mantenere il controllo dello stato ma di perseguire una strategia di guerra asimmetrica ben pianificata, senza che ci siano avvisaglie di un prossimo collasso. L’attacco ha aumentato le probabilità che il governo iraniano, non più frenato dalla cautela dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei uccisa dagli israeliani, si lanci in un programma nucleare militare.
Infine il legittimo e ragionevole rifiuto di sostenere una guerra illegale e su cui non sono stati consultati dagli americani ha però confermato i pregiudizi di Trump sull’inaffidabilità degli europei. Gli strali sempre più frequenti e avvelenati del presidente hanno intossicato il discorso sul valore della relazione transatlantica in parte dell’establishment di politica estera americana.
Da qualunque angolo la si guardi – strategico e di sicurezza, energetico ed economico o normativo – la guerra contro l’Iran ha quindi fortemente danneggiato gli interessi europei. Al momento, le possibilità di ovviare alla situazione sono limitate. Israele a parte, l’amministrazione Trump è impervia a influenze esterne e non sembra orientata verso una de-escalation – piuttosto il contrario.
Realismo, diplomazia e inclusione
Ciò non implica però inattività. È nell’interesse europeo coordinarsi internamente e cercare un’intesa con paesi arabi del Golfo, Egitto, Turchia, Pakistan e altri per promuovere un cessate il fuoco. Allo stesso tempo, è essenziale fare di questo solo il primo passo di un processo diplomatico di lungo periodo.
Una prima opzione è continuare a puntare sull’esclusione permanente dell’Iran, che però comporta una postura militare dagli alti costi finanziari senza necessariamente mettere al riparo da rischi di nuovi conflitti. La seconda è la costruzione di un sistema regionale in cui gli interessi di sicurezza ed economici di tutti siano resi interdipendenti.
Gli elementi costitutivi di questo sistema, da perseguire in successione o simultaneamente su diversi tavoli, includono fra gli altri: un nuovo accordo nucleare; un patto di non aggressione tra Stati Uniti e Iran e fra Israele e Iran da estendersi anche al Libano; un sistema di pedaggio temporaneo e condiviso regionalmente sullo Stretto di Hormuz i cui proventi rifinanzierebbero le riparazioni delle infrastrutture energetiche; il rilancio di scambi accademici e culturali e la facilitazione dei viaggi in Europa per gli iraniani ordinari; e altro ancora.
Si tratta di un progetto che richiede il protagonismo dei paesi della regione, ma anche il contributo esterno europeo in termini diplomatici, finanziari e tecnici. Oggi appare poco realistico, ma può diventarlo man mano che le alternative continuano a dimostrarsi fallimentari e Trump sente di più la pressione di chiudere una guerra dagli alti costi economici e politici. Sostenendo questa via, gli europei darebbero una direzione alla loro politica verso l’area che sia in linea con i loro interessi di sicurezza e stabilità economica. E guadagnerebbero in visibilità, recuperando parte della credibilità internazionale che le loro continue oscillazioni ed esitazioni in politica estera hanno contribuito ad affossare.
Coordinatore delle ricerche e responsabile del programma Attori globali dell’Istituto Affari Internazionali. I suoi interessi di ricerca si concentrano sulle relazioni transatlantiche, in particolare sulle politiche di Stati Uniti ed Europa nel vicinato europeo. Di recente ha pubblicato un libro sul ruolo dell’Europa nella crisi nucleare iraniana,“Europe and Iran’s Nuclear Crisis. Lead Groups and EU Foreign Policy-Making” (Palgrave Macmillan, 2018).






