27 Gennaio 2023

Quanta Cina c’è nell’economia europea

Il 7 dicembre 2022 la Commissione Europea ha confermato di voler proseguire la controversia aperta nei confronti della Repubblica popolare cinese (Rpc) presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc). Una denuncia, quella avviata a inizio anno, che punta a chiarire due casi: l’ostruzionismo commerciale di Pechino nei confronti della Lituania e l’obbligo di risolvere le controversie sui brevetti del settore telecomunicazioni presso i tribunali cinesi qualora esse riguardino imprese europee in Cina.

Mentre i dati parlano di una tiepida, ma costante, ripresa della presenza cinese su suolo europeo, il clima politico appare sempre più imprevedibile.

Gli investimenti cinesi in Europa nel 2021

Le imprese cinesi non hanno mai smesso di guardare al Vecchio continente, ma il congelamento del Comprehensive Agreement on Investment (CAI) nel 2021 ha segnato una traiettoria discendente nelle relazioni tra il blocco europeo e la Cina. Una parabola, questa, che presenta un nuovo scenario di adattamento per le società cinesi con importanti interessi economici nell’area. Secondo l’ultimo report pubblicato dal Mercator Institute for China Studies (Merics) e Rhodium group viene confermata la ripresa degli investimenti diretti esteri (Ide) cinesi in Europa dopo lo stop obbligato della pandemia, ma cambiano parzialmente modalità e natura dei nuovi progetti.

Nel 2021 si è registrato un aumento degli investimenti diretti esteri del 3% rispetto all’anno precedente, raggiungendo un valore di 96 miliardi di euro. Ciononostante, sottolineano gli autori del report, il secondo dato più basso dal 2013. Tra i principali beneficiari troviamo innanzitutto la Germania, seguita da Francia e Regno Unito. Anche i Paesi Bassi registrano una crescita importante degli investimenti cinesi, rappresentata in gran parte dall’’acquisizione da parte di Hillhouse Capital della branca di Philips dedicata agli elettrodomestici. Una vendita che, è importante sottolineare, rientra però nella strategia dell’azienda olandese, che sta spostando il proprio core business dagli elettrodomestici di consumo alla sanità.

Dalla sanità ai porti: come investe la Cina

Escludendo il caso di Hillhouse Capital, lo scenario degli investimenti cinesi nel 2021 in termini di fusioni e acquisizioni – un tempo la principale strategia adottata dai grandi gruppi cinesi – ha toccato il punto più basso degli ultimi 14 anni. Le cifre analizzate da Rhodium Group parlano di un calo del 22% rispetto a un 2020 già debole, per un valore complessivo di 20 miliardi di euro. I dati sulle attività M&A fanno da contraltare a una nuova tendenza verso la quale convergono oggi i capitali cinesi in Europa: gli investimenti greenfield – un tipo di investimento diretto con il quale si apre una filiale di un’impresa in un paese estero ma creando una

Ciò non ha impedito, però, che Pechino incassasse il maggior numero di acquisizioni del 2020 proprio in Europa, dove si è registrata una prevalenza di accordi nel settore industriale, seguito dal comparto sanitario. Per quanto riguarda gli investimenti in nuove attività, invece, cambia la natura dell’investimento: la percentuale maggiore appartiene al settore automotive, seguito – con un ampio distacco – dall’Information and Communications Technology (Ict).

Più investimenti privati

Nell’attuale panorama degli Ide cinesi in Europa, cambia anche la proporzione tra attori privati e statali. Trend già evidente prima della pandemia, che vede ora le State-owned Companies (SOEs) cinesi registrare un calo del 10% e occupare solo il 12% degli investimenti europei totali – il dato più basso dal 2001. Non cambia la natura di tali investimenti, che continuano a vedere le SOEs cinesi impegnate in settori come energia e infrastrutture, soprattutto nell’Europa meridionale (per esempio, i nuovi accordi con il Portogallo).

L’iniziale fuoriuscita dei capitali cinesi fuori dal suolo della Rpc favoriva le imprese statali e rispondeva all’eccessiva quantità di valuta estera accumulata in vent’anni di crescita in un mercato strettamente controllato da Pechino. A partire dalla seconda metà degli anni Duemila è iniziata la parentesi favorevole al settore privato più volte sostenuta dai decisori, nonostante quella che appare come una crescente stretta governativa su alcune dinamiche di mercato (per esempio, la regolamentazione in materia di big data o sulle quotazioni all’estero).

E l’Italia?

Roma ha aperto agli investimenti cinesi con la firma del Memorandum of Understanding (MoU) nel quadro della Belt and Road Initiative (Bri) a marzo 2019. Il governo italiano aveva siglato un accordo di cooperazione per almeno 20 miliardi in termini di scambio commerciale, mentre si prometteva – in più punti del documento – di incentivare gli investimenti. Presenti anche le precondizioni di reciprocità e “mutuo vantaggio”, come viene sottolineato spesso negli accordi stipulati da Pechino.

L’alternarsi di governi differenti, con altrettanto differenti posizioni sulla Cina, ha rallentato il raggiungimento degli obiettivi promossi dallo MoU. Ciononostante, la proporzione degli investimenti cinesi in Italia negli ultimi due anni è stata coerente con quanto osservato nei principali partner della Rpc: in crescita, sebbene con una flessione del 50% rispetto al 2020, e nettamente inferiore agli IDE provenienti da Usa (28% del totale), Germania (17%) e Francia (12%).

Dopo il Memorandum sulla ‘Via della Seta’

L’arrivo di Draghi a palazzo Chigi aveva segnato uno stop nel processo di acquisizione di diverse realtà italiane attraverso l’utilizzo del cosiddetto Golden Power, tra cui la cessione di Iveco al gruppo Faw Jiefang. Questo non ha impedito una partecipazione importante dei gruppi cinesi in alcuni settori strategici per il paese. Negli anni passati compagnie quali COSCO Shipping Ports and Qingdao Port International hanno ottenuto una percentuale significativa di asset nel porto di Vado Ligure (rispettivamente del 40% e del 9,9%) o avviato progetti di connettività transnazionali (Trieste).

Oggi, segnala il Sole 24 Ore, a entrare nel portfolio della State Grid Corporation (SGC) è invece Cdp Reti, società che racchiude le quote di controllo di Snam, Italgas e Terna e investe in infrastrutture strategiche nei settori del gas e dell’energia elettrica. Dopo il colloquio tra la premier Giorgia Meloni e il presidente cinese Xi Jinping al G20 di Bali si è tornati a parlare di cooperazione economica, ma ciò non cancella la possibilità di una maggioranza schierata su posizioni più apertamente anticinesi, con un possibile impatto sull’obiettivo dichiarato di rafforzare i legami commerciali.

Foto di copertina EPA/MARK R. CRISTINO