18 Agosto 2022

Vita e morte dell’emiro di al-Qaeda Ayman al-Zawahiri

Nel pomeriggio del 1° agosto Joe Biden ha tenuto un discorso della Casa Bianca in cui ha confermato l’uccisione dell’emiro di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri. “Ho autorizzato un attacco di precisione che lo avrebbe rimosso [Al-Zawahiri] dal campo di battaglia, una volta per tutte”, ha annunciato Biden, in quello che è senza dubbio un successo, sia operativo che d’immagine, per la sua amministrazione così sotto attacco, a vari livelli, in questi mesi.

Il drone americano a Kabul

Secondo altre fonti dell’amministrazione, al-Zawahiri è stato ucciso da “un preciso attacco aereo” effettuato attraverso due missili Hellfire, condotto intorno alle 6:30 ora locale a Kabul (21:48 della sera del 30 luglio, ora di Washington). Presumibilmente, il missile che ha ucciso al-Zawahiri era un missile R9X (nome completo AGM-114R9X). L’R9X è una versione modificata del missile AGM-114 Hellfire, un missile aria-terra (AGM) armato con sei lame lunghe progettate per ridurre al minimo i danni collaterali, e che servono a uccidere il bersaglio tramite energia cinetica.

Il giorno prima, la mattina del 31 luglio, le autorità afghane avevano segnalato un’esplosione dovuta a un attacco missilistico nel quartiere di Sherpur, nella capitale Kabul. Il dettaglio sull’area in cui è stato compiuto l’attacco è particolarmente significativo: il quartiere di Sherpur si trova in un’area estremamente protetta della capitale, la zona che negli anni della presenza americana era nota come “Zona Verde” e in cui molti leader talebani ora vivono. Secondo quanto riportato da molte fonti di stampa, al-Zawahiri è stato ucciso nella casa di proprietà di un collaboratore di Sirajuddin Haqqani, ministro dell’Interno ad interim e vice comandante supremo dei talebani.

I report su al-Qaeda in Afghanistan

Questo dettaglio rappresenta la conferma di molte voci emerse nelle settimane precedenti l’attacco: al-Qaeda era tornata ad operare in Afghanistan con l’esplicito sostegno della leadership talebana. Queste voci hanno preso ulteriore slancio a metà luglio, dopo la pubblicazione di un report delle Nazioni Unite in cui si sottolineava il maggiore comfort e capacità di comunicare registrata negli ultimi mesi per al-Zawahiri, coincisa con il ritorno dei talebani in Afghanistan. Due mesi prima, sempre le Nazioni Unite sottolineavano come al-Qaeda avesse trovato “rifugio sicuro sotto i talebani“, godendo di “maggiore libertà d’azione” e con la rete Haqqani vista come spina dorsale di questa alleanza.

“Il dottore”

Al-Zawahiri era uno degli uomini più ricercati al mondo, prima come numero 2 e poi come emiro di Al-Qaeda, dopo essere successo ad Osama bin Laden in seguito alla sua uccisione nel maggio 2011 dopo il raid delle operazioni speciali statunitensi ad Abbottabad, in Pakistan. Nato il 19 giugno 1951, Al-Zawahiri proveniva da una famiglia della borghesia benestante cairota, formata principalmente da medici, residente nel sobborgo di Maadi, dopo essersi trasferito da Heliopolis all’inizio degli anni ’60. Suo padre, Rabia al-Zawahiri, era un professore di farmacologia all’Università del Cairo, mentre lo zio di suo padre, Mohammed al-Ahmadi al-Zawahiri, fu nominato grande Imam di al-Azhar nel 1929. In linea con la tradizione di famiglia, al-Zawahiri divenne un chirurgo, e uno dei suoi pseudonimi era “Il dottore”. Tuttavia, durante gli anni dell’università, negli anni ’70, si radicalizzò, in particolare attraverso le opere di Sayyed Qutb, il leader della Fratellanza Musulmana egiziana giustiziato dal regime di Nasser nel 1966.

Gli attentati ai presidenti egiziani

Nel 1981 al-Zawahiri fu arrestato insieme a centinaia di altri militanti islamici in Egitto dopo l’uccisione del presidente egiziano Anwar Sadat da parte di militanti del jihad islamico. L’assassinio fu compiuto da un’altra cellula, ma Al-Zawahiri comunque scontò una pena detentiva di tre anni in Egitto per possesso illegale di armi, anni in cui sarebbe stato pesantemente torturato, fattore che per alcuni è stato essenziale nel radicalizzarlo ulteriormente.

Una volta rilasciato, andò in Pakistan per lavorare con la Mezzaluna Rossa, curando i guerriglieri mujaheddin islamici feriti che combattevano le forze sovietiche in Afghanistan. Questi sono gli anni in cui inizia il sodalizio con Bin Laden: il saudita, l’ideologo; l’egiziano, l’organizzatore e l’uomo macchina. Negli anni ’90, da leader del jihad islamico egiziano, al-Zawahiri lanciò una campagna per rovesciare il governo egiziano. Nel giugno 1995, il suo gruppo organizzò un attentato contro l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak ad Addis Abeba. Questo fallito attentato alla vita di Mubarak fece scattare la violenta repressione contro al-Zawahiri e gli altri militanti del suo gruppo. In risposta, sempre, nel 1995 organizzò l’attentato suicida all’ambasciata egiziana a Islamabad che uccise 16 persone. Nel 1996, dopo che il Sudan cacciò Bin Laden, al-Zawahiri ritornò in Afghanistan.

Al-Zawahiri guardiano dell’ideologia qaedista

In quegli anni al-Zawahiri iniziò a promuovere l’uso degli attentati suicidi, una strategia che divenne ben presto il segno distintivo di al-Qaeda. Secondo funzionari americani, al-Zawahiri è stato l’ideatore di quasi tutte le operazioni terroristiche condotte contro gli Stati Uniti dagli anni ’90 fino agli attentati dell’11 settembre: l’assalto ai soldati americani in Somalia nel 1993, i bombardamenti delle ambasciate americane in Africa orientale, Kenya e Tanzania, che nel 1998 uccisero più di 200 persone; l’assalto all’U.S.S. Cole nello Yemen nel 2000; gli attacchi al World Trade Center e al Pentagono nel 2001. Gli Stati Uniti in quegli misero sulla sua testa una taglia del valore di 25 milioni di dollari, taglia che è rimasta sulla testa di Al-Zawahiri fino al giorno della sua morte.

Negli anni, la presenza di al-Zawahiri come leader visibile di al-Qaeda è andata gradualmente riducendosi, dati i problemi logistici che la leadership qaedista ha dovuto affrontare. Già alla fine del 2020 si erano sparse voci, mai confermate, della morte di Al-Zawahiri. In questi anni al-Qaeda si è trasformata da organizzazione centralizzata e gerarchica a franchise in cui i gruppi locali mantengono un’elevata autonomia, sia tattica sia strategica. Al-Zawahiri, non avendo il carisma di Bin Laden, ha rappresentato una sorta di guardiano delle scelte generali e dell’ideologia del gruppo, sotto attacco da un lato dagli americani e, dall’altro, dalla crescita dello Stato Islamico come concorrente intra-jihadista. Al-Zawahiri però non ha dato alcun impulso particolarmente significativo in termini di innovazione, muovendosi più come il custode dell’esistente e di un brand jihadista che, negli anni, si è declinato in maniera molto diversa a seconda dei luoghi e delle circostanze in cui i gruppi qaedisti hanno operato.

Foto di copertina EPA/AL ARABIYA TELEVISION