3 Dicembre 2022

Agenda europea 2022: le riforme per rinnovare l’Ue

L’agenda 2022 dell’Unione europea è particolarmente densa di impegni e proposte. Per limitarci al campo economico basti ricordare al recente progetto della Commissione sul salario minimo, le tasse sulle multinazionali, i nuovi regolamenti finanziari e, soprattutto, la revisione del patto di crescita e stabilità. Per non parlare poi dei macrotemi come la digitalizzazione, le fonti energetiche rinnovabili, l’intelligenza artificiale, l’Europa verde. Il tutto sullo sfondo del Next Generation EU, che entrerà nel vivo proprio nel 2022, quando si avvieranno concretamente le centinaia di progetti approvati nei vari stati membri e dalla Commissione di Bruxelles.

Crescita e “freno di emergenza”

È bene ricordare che già in questa prima fase di operatività dei fondi comunitari potrà entrare in azione il cosiddetto “freno di emergenza”, meccanismo che può essere invocato da un singolo stato membro nei confronti di un altro, sospettato di non spendere correttamente i finanziamenti Ue. La conseguenza sarebbe quella di bloccare per un periodo di tre mesi le tranche erogate dalla Commissione, fino alla conclusione dell’indagine e la decisione da parte del Consiglio europeo di continuare o meno il finanziamento comunitario.

Un avvertimento per paesi come il nostro, notoriamente incapaci di utilizzare efficacemente i fondi Ue. Campanello d’allarme che dovrebbe essere tenuto nella giusta considerazione dai partiti politici italiani in questo inizio d’anno, denso di dissidi e lotte in vista dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica.

Al di là dei numerosissimi punti sull’agenda di Bruxelles, due sono particolarmente rilevanti. Il primo, come sopra ricordato, sarà la modifica del patto di crescita e stabilità che è stato sospeso nel periodo della pandemia, ma che ci si è impegnati a ripristinare all’inizio del 2023. Tuttavia la proposta di revisione dovrà essere depositata dalla Commissione nella primavera di quest’anno per dare tempo al Consiglio europeo di giugno di deliberare in merito alle prospettive finanziarie del prossimo anno.

Il delicato asse Roma-Parigi-Berlino

Qui la novità, come noto, viene dalla lettera congiunta di Emmanuel Macron e Mario Draghi del 23 dicembre, in cui si sottolinea la necessità di puntare principalmente sulla crescita economica, come strumento per tenere sotto controllo e fare diminuire il debito pubblico dei singoli stati. La novità non sta tanto nei contenuti, che sono già parte del dibattito europeo da molti anni, almeno da quando Carlo Azeglio Ciampi dopo il varo dell’Euro invocava la necessità di un “governo” dell’economia europea o quando Romano Prodi, presidente della Commissione, definiva come “stupidi” gli inflessibili criteri di convergenza di Maastricht.

Il fatto nuovo è invece l’iniziativa ufficiale, bilaterale di Francia e Italia tesa ad orientare il pensiero della Commissione europea e degli Stati membri in vista delle prossime proposte. Ma tutti sappiamo che, per quanto coraggiosa e di alto livello, tale mossa non potrà avere una possibilità di successo, se prima non si otterrà il sostegno tedesco. Fino ad oggi la posizione di Olaf Scholz e del suo ministro delle finanze, Christian Lindner, non è stata chiarita: per di più la coalizione semaforo di Berlino ha già cominciato a litigare sulle proposte di politica energetica (gas e nucleare) della Commissione. Portare la Germania e la sua complicata coalizione di governo sulle posizioni franco-italiane non sarà davvero semplice, ma è ovvio che ciò rappresenta una condizione necessaria per fare avanzare la riforma dei criteri di convergenza.

Le leve del cambiamento

Il secondo punto chiave per il 2022 è rappresentato dal cammino della Conferenza sul futuro dell’Europa, non tanto sul piano della partecipazione dei cittadini, ma sui (pochi) contenuti che ne potranno scaturire. In effetti, per quanto riguarda la partecipazione democratica, tanto vantata all’inizio, vi è poco da sperare. Stiamo assistendo ad un clamoroso quasi-fallimento. Nella Conferenza plenaria di novembre la composizione “democratica” è consistita in 165 rappresentanti delle istituzioni Ue, 108 dei parlamenti nazionali, 80 esperti in rappresentanza dei Panel dei Cittadini e 27 “cittadini”, uno per ogni stato membro.

L’unico modo per salvare la Conferenza sarà quindi quello di legare i suoi contenuti principali alle politiche e alle procedure già presenti nel Next Generation EU. L’abbozzo di politiche fiscali in esso avviate, la possibilità di ricorrere ai mercati finanziari internazionali per i bond europei, la prospettiva di qualche tipo di tassazione comune dovrebbero diventare politiche e meccanismi permanenti anche dopo il 2026. È in questa fusione fra Conferenza e Next Generation Eu che si potrà salvare quel poco di positivo che potrà scaturire dal solenne impegno, preso oltre due anni fa, di rimettere mano al futuro dell’Unione con la collaborazione dei cittadini.

Tenendo anche presente che nell’attuale desolante quadro di divisioni e conflitti latenti fra paesi membri dell’Unione, nessuna politica potrà avere successo, se non si metterà anche mano alla architettura complessiva dell’Ue. Non basterà procedere per cooperazioni rafforzate o a più velocità, come previsto anche dagli attuali trattati, ma si dovrà soprattutto decidere di abbandonare la paralizzante pratica dell’unanimità a favore di voti a maggioranza qualificata. In tutte le istituzioni, a cominciare dal Consiglio europeo, e per tutte le politiche, non solo economiche, ma anche per quella estera e in prospettiva della difesa. È questa la vera sfida per l’Ue a cominciare da subito, nel 2022.

Foto di copertina EPA/OLIVIER HOSLET

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