Dossier Iran: il futuro del programma nucleare

A diverse settimane dall’avvio degli attacchi coordinati da Stati Uniti e Israele contro obiettivi in territorio iraniano, restano forti dubbi sulla logica strategica di quello che, a tutti gli effetti, si configura ormai come un conflitto regionale su vasta scala. Le operazioni – denominate Operation Epic Fury da Washington e Operation Roaring Lion da Israele – hanno infatti rappresentato una significativa escalation nel confronto con Tehran, ma soprattutto hanno riaperto interrogativi più profondi sul futuro del programma nucleare iraniano e sulla sua natura politica. Operation Midnight Hammer, condotta congiuntamente da Stati Uniti e Israele nel giugno 2025, aveva già colpito in modo rilevante le infrastrutture nucleari centrali dell’Iran, danneggiando – secondo le fonti disponibili – gli impianti di arricchimento di Fordow e Natanz e distruggendo installazioni metallurgiche fondamentali presso il complesso nucleare di Isfahan. Tuttavia, mentre quella fase era rimasta circoscritta alle capacità di arricchimento, le operazioni più recenti hanno ampliato significativamente il raggio d’azione, prendendo di mira anche elementi istituzionali, militari e scientifici legati all’intero ecosistema politico-militare iraniano.

Obiettivi strategici degli Stati Uniti

Gli obiettivi degli Stati Uniti appaiono tuttora sfumati e oltremodo incoerenti. In un messaggio diffuso tramite Truth Social poco dopo l’inizio dell’operazione, il Presidente Trump ha indicato quattro obiettivi espliciti: (1) impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare; (2) distruggere il suo arsenale missilistico e i relativi siti produttivi; (3) indebolire le reti regionali a esso collegate; e (4) neutralizzare le capacità navali iraniane. A questi obiettivi operativi si è affiancata un’ambizione politica dichiarata: un cambio di regimedall’interno”. Tuttavia, nelle settimane successive, la narrativa giustificatoria ha mostrato evidenti oscillazioni, riflettendo posizione non sempre allineate all’interno dell’amministrazione americana sulle finalità dell’intervento.

Di fatto, gli attacchi sono stati presentati come misura preventiva di controproliferazione e come conseguenza diretta del rifiuto iraniano di rinunciare alle proprie ambizioni nucleari dopo tre cicli negoziali. Tuttavia, la stessa dimensione “preventiva” è stata successivamente ridimensionata tanto dal Direttore Generale dell’AIEA quanto dal Pentagono stesso, introducendo ambiguità circa la ratio strategica effettiva dell’operazione.

Queste due logichecontroproliferazione preventiva e prospettiva di trasformazione politica – rispondono però a presupposti diversi. La controproliferazione preventiva, formalizzata nel periodo successivo alla Guerra fredda dal Dipartimento della Difesa statunitense e successivamente ampliata, dopo l’11 settembre, si fonda sulla logica della negazione delle capacità: presuppone che l’uso tempestivo della forza possa ritardare o bloccare il percorso di uno Stato verso l’arma nucleare. L’ipotesi del cambio di regime si basa invece su un’altra premessa: che la traiettoria nucleare sia strettamente legata alla natura ideologica dell’ordine politico vigente e che una sua trasformazione possa modificare o dissolvere tale orientamento.

Natura del programma nucleare iraniano

La loro sovrapposizione riapre un interrogativo cruciale: quale rapporto intercorre, nel caso iraniano, tra tipo di regime e ambizione nucleare? Il programma nucleare iraniano deve essere considerato un prodotto specifico della Repubblica Islamica, tale che una sua eventuale sostituzione comporterebbe una revisione sostanziale della postura nucleare del Paese? Oppure esso esprime concezioni più profonde e durature di sovranità, status e modernità tecnologica, destinate a sopravvivere a una transizione politica?

Gran parte del dibattito contemporaneo tende a considerare il “problema nucleare iraniano” come inseparabile dalla Repubblica Islamica. Eppure il programma nucleare iraniano precede la Repubblica Islamica ed è stato storicamente reinscritto in progetti statali tra loro ideologicamente eterogenei.

Uno dei conflitti centrali che hanno attraversato il discorso politico iraniano nel Novecento è stato di natura ideologica; diverse correnti hanno rivendicato il diritto di definire la storia e l’identità nazionale. Il progetto nucleare va collocato all’interno di questa più ampia contesa semantica.

La tecnologia nucleare – e le infrastrutture a essa connesse – ha rappresentato, in Iran come altrove, non soltanto una questione tecnica, ma un locus di produzione di significato, identità e potere. Attraverso ordini politici profondamente diversi, l’atomo ha svolto una funzione performativa di auto-definizione ideologica. I suoi significati sono stati progressivamente rielaborati per adattarsi alla visione che ciascun regime ha inteso proiettare dell’Iran come attore internazionale. Il programma nucleare iraniano mostra dunque una notevole capacità di adattamento. Non è mai stato appannaggio esclusivo di un singolo repertorio ideologico, ma si è consolidato come elemento strutturale delle identità plurali e spesso conflittuali dell’Iran moderno.

Evoluzione storica e simbolica

Sotto Mohammad Reza Shah, il progetto nucleare era inserito in un orizzonte sviluppista e nazionalista. Costituiva parte integrante del progetto di un Iran moderno e progressivo, capace di competere su un piano di parità con le grandi potenze. Non si trattava semplicemente di una scelta energetica, ma di un’affermazione simbolica sul posto dell’Iran nella storia. In un contesto in cui le grandi potenze erano anche potenze nucleari, la padronanza del ciclo del combustibile assumeva il valore di un segno tangibile di sovranità e competenza tecnologica.

La Repubblica Islamica non ha semplicemente ereditato quel programma né lo ha rigettato come retaggio di una dipendenza occidentalizzata. Lo ha invece rielaborato simbolicamente, inserendolo in una grammatica rivoluzionaria fondata su autonomia, resistenza e sovranità morale. La rottura non ha riguardato il vocabolarioautonomia e controllo sovrano erano già centrali nel periodo pahlaviano – bensì l’identità entro cui tali concetti venivano inscritti e resi politicamente significativi. L’atomo è stato così reinterpretato come risorsa islamica, indigena ed emancipatrice, piuttosto che come emblema di modernizzazione occidentale.

Questa dimensione simbolica è cruciale per comprendere il presente. Quando la sovranità viene associata alla dignità e l’autonomia viene concepita come rifiuto della subordinazione, la politica nucleare non è più soltanto uno strumento di sicurezza o sviluppo economico, ma diventa il luogo in cui si negoziano memoria storica, riconoscimento internazionale e autenticità politica.

È in questo quadro che vanno lette le critiche alla strategia di latenza nucleare adottata dall’Iran. Secondo molti analisti, la postura di ‘soglia’ (o cosiddetta latenza nucleare) avrebbe dimostrato la propria debolezza: ambiguità senza vera deterrenza. Gli attacchi recenti sarebbero la prova che restare al di sotto della soglia della militarizzazione espone alla coercizione, mentre il possesso effettivo dell’arma garantirebbe protezione.

Una simile lettura, pur coerente con una visione classica (e ostensibilmente occidentale) della deterrenza, assume implicitamente che il programma nucleare iraniano sia stato concepito primariamente come strumento militare. Ma questa riduzione trascura la sua stratificazione storica e simbolica. Il progetto nucleare iraniano non è mai stato soltanto – né principalmente – uno strumento di deterrenza. Valutarne il successo o il fallimento esclusivamente in base alla sua capacità di prevenire attacchi significa applicare un criterio parziale a un progetto che ha incorporato, accanto alla sicurezza, elementi di riconoscimento, autonomia e dignità nazionale.

Attribuire alla crisi attuale la lezione secondo cui solo un arsenale operativo garantirebbe immunità dalla coercizione rischierebbe inoltre di rafforzare la stessa dinamica ‘proliferativa’ che la stessa controproliferazione preventiva intende contrastare.

La questione più profonda, dunque, non riguarda semplicemente l’efficacia della latenza in termini deterrenti, ma il modo in cui il progetto nucleare verrà nuovamente rielaborato all’interno di un’identità politica eventualmente riconfigurata. Una fase di transizionegraduale o traumatica – si giocherà probabilmente meno sul numero di centrifughe che sulla ridefinizione del significato dell’atomo per l’identità iraniana e per la sua collocazione nel sistema internazionale.

Ricercatrice nel programma di ricerca IAI “Multilateralismo e governance globale”, dove collabora alle attività nell’ambito dell’EU Non-Proliferation and Disarmament Consortium (EUNPDC) e svolge attività di ricerca nel campo della non-proliferazione e del disarmo.

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