Guerra all’Iran: scarse certezze, tanti dubbi

Sangue, distruzioni e sconvolgimenti nell’economia mondiale, ecco il bilancio di tre settimane di guerra contro l’Iran. Il conflitto scatenato da Israele e Stati Uniti ha prodotto molti dubbi e pochissime certezze. Tra queste c’è la determinazione di Benjamin Netanyahu nel ridurre al minimo le capacità militari iraniane, indipendentemente da scenari politici successivi. Per Israele è una guerra esistenziale contro un nemico storico. Il primo ministro ci pensa da decenni, ma era sempre stato frenato da Washington, da presidenti sia repubblicani sia democratici. Con Donald Trump le cose sono andate in un altro senso. Luce verde all’attacco frontale contro siti e missili di Teheran e all’eliminazione fisica dei vertici del sanguinario regime iraniano, anche senza una strategia precisa circa gli obiettivi finali del conflitto.

Motivazioni di Stati Uniti e Israele

Gli Stati Uniti sono in guerra per scelta e per convinzione, non perché trascinati da Israele. Lo dimostrano le linee di comando. Ad esempio, è impensabile che bombardamenti come quello contro il giacimento di gas iraniano di South Pars siano effettuati senza il supporto attivo degli americani. Trump può anche negare che le forze Usa abbiano acconsentito all’azione o ne fossero informate, ma l’evidenza è un’altra. Il coordinamento militare tra Gerusalemme e Washington resta strettiissimo, in particolare attraverso Centcom. Per Israele, la guerra deve eliminare ogni minaccia alla sua sicurezza; per gli Stati Uniti, è in gioco la chiusura della ferita ancora aperta del sequestro degli ostaggi all’ambasciata americana a Teheran (1979), come anche la competizione globale con la Cina nell’assunto che Pechino sarebbe pregiudicata da un eventuale collasso o indebolimento dell’alleato iraniano.

Le scarse certezze finiscono qui, il resto è oscurato da dubbi e interrogativi, a cominciare dalla durata del conflitto, che è una variabile molto rilevante. Il fattore tempo gioca a favore dell’Iran. Più a lungo si protrarranno le operazioni contro obiettivi iraniani e le risposte con missili e droni di Teheran, più il regime degli ayatollah, pur decimato nei suoi ranghi, dimostrerà la sua (imprevista) capacità di resistenza e di tenere testa anche a un attacco di portata straordinaria. I riflessi interni sono facilmente intuibili, la morsa repressiva della dittatura si stringe implacabile con i processi farsa a oppositori e presunti traditori e con le esecuzioni capitali sulla pubblica piazza. Per l’Iran degli odiati mullah è già una vittoria. Per Israele, più la guerra andrà avanti, maggiori potranno essere i danni inferti all’apparato militare iraniano. Nulla è definitivo, come dimostra anche la campagna “dei dodici giorni” dello scorso giugno, ma per Gerusalemme è chiaro il vantaggio di rimettere brutalmente indietro di qualche anno o decennio le lancette dell’orologio delle minacce iraniane.

Posizione dei Paesi del Golfo

Un velo di ambiguità e di incertezza avvolge anche i Paesi del Golfo. Assorbono senza reagire i micidiali missili iraniani. Assistono costernati alla distruzione di infrastrutture e impianti preziosi per i loro ambiziosi piani di sviluppo, che di tutto necessitano tranne che delle devastazioni di una guerra non provocata. Vedono crollare le speranze di circoscrivere il conflitto al di fuori delle loro frontiere. Oscillano tra il desiderio di uscire quanto prima possibile dall’emergenza delle bombe e l’inconfessato auspicio di una lezione severa, se non definitiva, da impartire al regime di Teheran e alla sua maligna destabilizzazione dell’intera regione. Naturalmente pesa il condizionamento dei vincoli con Washington, ma alla lunga la pazienza e la resilienza delle monarchie arabe di fronte ai danni di guerra potrebbero esaurirsi.

Resta così l’incognita americana. Trump ha bisogno di chiudere la partita quanto prima e quindi di qualcosa che gli consenta di sventolare una vittoria (i marines in rotta verso il Golfo serviranno a questo?) o quanto meno di non essere additato come il grande perdente: Iran decapitato, ma ancora capace di minacciare; regime per ora in sella, in grado di sostituire i suoi vertici e persino più intransigente, all’interno e fuori; nessuna sollevazione popolare, congelata dalla repressione violenta; sconquasso delle economie di Usa e Paesi alleati e vantaggi gratuiti a Russia e Cina. C’è di che riflettere, ammesso che qualcuno abbia modo di farlo con il presidente Trump. Certo, in teoria dovrebbero muoversi gli europei, senza farsi scivolare addosso gli insulti come se fossero carezze affettuose.

Valensise

Presidente dell'Istituto Affari Internazionali. Diplomatico di carriera, ha lavorato alla Direzione degli Affari Economici (1975), all’Ambasciata d’Italia a Brasilia (1978) e all’Ambasciata d’Italia a Bonn (1981). Dal 1984 al 1987 è stato consigliere a Beirut. Nel 1991 è nominato Primo consigliere a Bruxelles, presso la Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione Europea. Nel 1997 diventa ambasciatore a Sarajevo. Nel 1999 assume la direzione dei Rapporti con il Parlamento e poi del Servizio Stampa alla Farnesina. È Ambasciatore a Brasilia dal 2004, a Berlino dal 2009 e Segretario Generale della Farnesina dal 2012 al 2016. È stato presidente del Centro italo-tedesco per il dialogo europeo Villa Vigoni su proposta congiunta dei governi italiano e tedesco.

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