Il ritorno dichiarato della Dottrina Monroe da parte dell’amministrazione Trump in America Latina e nei Caraibi ha segnato una ripresa del potere militare di Washington nella regione. La Dottrina Monroe del 1823, oggi aggiornata dal cosiddetto Corollario Trump, affermava che l’emisfero occidentale appartenesse alla sfera di sicurezza degli Stati Uniti e che nessuna potenza straniera, in particolare europea, dovesse interferire nella regione. Oggi, il destinatario della Dottrina Monroe è chiaramente la Cina, che è il principale partner commerciale di diversi paesi latinoamericani. Tuttavia, rispetto al 1823, le Americhe e il mondo sono profondamente cambiati. Per i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, navigare l’ordine internazionale multipolare attraverso due vettori, autonomia e diversificazione, è diventata una questione di sopravvivenza.
L’autonomia è un concetto estremamente rilevante per le politiche estere latinoamericane, storicamente elaborato da studiosi come Hélio Jaguaribe e Juan Carlos Puig, e da figure politiche come Alberto van Klaveren e Celso Amorim, rispettivamente impegnati in incarichi diplomatici di alto livello presso i ministeri degli esteri di Cile e Brasile. L’idea di autonomia, in particolare attraverso la diversificazione, implica che i paesi latinoamericani non debbano essere vincolati dall’allineamento o dalla paura della coercizione nelle loro strategie di politica estera. Nel mondo multipolare odierno, questa teoria si è evoluta nella diversificazione delle partnership, a causa di una Casa Bianca sempre più imprevedibile e di un’UE ancora troppo lenta nel soddisfare le urgenti esigenze dei governi latinoamericani e caraibici. Allo stesso tempo, la dipendenza eccessiva dalla Cina può rapidamente trasformarsi in una vera e propria subordinazione, date le evidenti asimmetrie economiche tra il gigante asiatico e l’America Latina e i Caraibi. Gli Stati del Golfo, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e l’Arabia Saudita, hanno intensificato le loro relazioni con l’America Latina e i Caraibi proprio alla luce di questa logica.
Il presidente colombiano Gustavo Petro è stato un attore fondamentale nell’avvicinamento al Medio Oriente. Petro ha assunto una posizione apertamente critica nei confronti delle azioni di Israele a Gaza, raccogliendo consensi nel mondo arabo. Nel corso del suo viaggio in Arabia Saudita, Qatar ed Egitto, ha rafforzato i legami diplomatici ottenendo al contempo il sostegno essenziale di Doha per mediare con i gruppi guerriglieri colombiani. Recentemente, il presidente brasiliano Lula si è recato ad Abu Dhabi per accelerare il processo verso un accordo commerciale tra il Mercosur e gli Emirati Arabi Uniti, a testimonianza dell’appetito sudamericano per l’espansione e la diversificazione, indipendentemente da come procederà il controverso accordo Mercosur-UE.
I viaggi dei presidenti latinoamericani nel Golfo non riguardano soltanto le relazioni bilaterali. Il World Governments Summit sponsorizzato dagli Emirati ha visto quest’anno la partecipazione dei presidenti di Ecuador, Repubblica Dominicana e Paraguay. In questo formato multilaterale a guida imprenditoriale, la Repubblica Dominicana e il Paraguay hanno avanzato progetti infrastrutturali con gli Emirati che erano tradizionalmente prerogativa di Stati Uniti, Europa e Cina. Il presidente dominicano Luis Abinader ha sottolineato i legami commerciali che Santo Domingo intrattiene con DP World, azienda del governo emiratino che beneficia di un memorandum d’intesa da 760 milioni di dollari con la Repubblica Dominicana per l’espansione del porto di Caucedo. In Paraguay, Abu Dhabi finanzierà la costruzione di reti ferroviarie di corta distanza.
I governi dell’America Latina e dei Caraibi, pur subendo forti pressioni dall’amministrazione Trump, non stanno diminuendo le relazioni con il Medio Oriente. Cuba e Venezuela ne sono ulteriori esempi. Nelle drammatiche condizioni attuali che Cuba attraversa a causa della scarsità energetica, l’isola cerca di mantenere attivi i legami con i suoi partner in Medio Oriente e Nord Africa. L’Algeria, con cui Cuba intrattiene eccellenti relazioni grazie alle affinità ideologiche tra i due governi rivoluzionari, potrebbe essere uno dei salvatori isola dopo che il Venezuela ha cessato di fornire carburante al suo vicino caraibico a causa delle restrizioni statunitensi. Del resto, già durante la crisi venezuelana del 2016, l’Algeria intervenne fornendo 515.000 barili di petrolio a Cuba. Dopo l’operazione militare statunitense del 3 gennaio 2026 che ha deposto Nicolás Maduro, si riteneva ampiamente che la politica estera venezuelana si sarebbe completamente trasformata in una sorta di matrimonio tra Caracas e Washington. Tale visione è stata ben lungi dall’essere confermata. Il Venezuela intrattiene eccellenti relazioni con l’Iran almeno fin dai tempi della presidenza di Hugo Chávez, e ancor prima con gli altri esportatori di petrolio del Medio Oriente, essendo membro fondatore dell’OPEC. La presidente ad interim venezuelana Delcy Rodríguez ha esplicitamente ribadito la sua volontà di mantenere i legami con l’Iran, e ha successivamente ricevuto a Caracas il Primo Ministro e Ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Si tratta di un classico schema latinoamericano: per evitare la dipendenza da Washington, il Venezuela continua a sfruttare l’autonomia in politica estera diversificando il proprio portafoglio verso il Medio Oriente.
I paesi del Medio Oriente e del Nord Africa stanno mostrando un interesse senza precedenti per la regione, in modo innovativo. Negli anni 2000, i presidenti di sinistra latinoamericani inaugurarono politiche estere che li portarono verso il resto del Sud globale attraverso visite presidenziali, aperture di ambasciate e vertici bi-regionali di alto livelli. Oggi, i governi del Sud Globale visitano direttamente i loro partner in America Latina e nei Caraibi. In precedenza, le principali economie sudamericane, ovvero Argentina, Brasile e Venezuela, erano il fulcro dell’attenzione del mondo arabo. La situazione è ora molto più articolata. L’Arabia Saudita ha inviato emissari per partecipare al 50° Vertice del CARICOM, l’organizzazione regionale che comprende i paesi caraibici di lingua inglese oltre a Haiti e Suriname, dando seguito a un’iniziativa inaugurata dal Regno di Riyadh nel 2023 con Jamaica, Barbados, Dominica e Trinidad e Tobago.
Il quadro che emerge dall’analisi delle relazioni tra l’America Latina, i Caraibi e il Medio Oriente rivela una trasformazione strutturale nella politica estera della regione. Di fronte alle pressioni crescenti dell’amministrazione Trump e al ritorno della Dottrina Monroe, i paesi latinoamericani e caraibici non si sono ripiegati su sé stessi né si sono rassegnati alla subordinazione a Washington. Al contrario, hanno accelerato una strategia di diversificazione che affonda le radici in una lunga tradizione teorica e diplomatica di autonomia.
Le monarchie del Golfo si sono affermate come gli attori più dinamici di questa nuova geografia delle alleanze. Gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e l’Arabia Saudita non rappresentano più semplici partner commerciali occasionali, ma interlocutori strategici capaci di offrire investimenti infrastrutturali, mediazioni diplomatiche e spazi multilaterali alternativi a quelli tradizionalmente dominati dall’Occidente o dalla stessa Cina. In un ordine internazionale multipolare, i governni dell’America Latina e i Caraibi sembrano aver compreso che l’autonomia risulta fondamentale per ridurre le dipendenze e sfruttare i nuovi margini di manovra che il Sud Globale sta costruendo.
Ricercatore dottorale presso l'Università di Ghent e UNU-CRIS, specializzato in politica estera del Sud Globale e relazioni internazionali dell’America Latina e i Caraibi. Ha lavorato presso il Servizio Europeo per l'Azione Esterna, presso l'Ambasciata del Messico a Washington D.C. e come Professore presso il Sant'Anna Institute di Sorrento. Ha inoltre svolto il ruolo di assistente alla docenza e alla ricerca apresso la Georgetown University.


