L’annuncio del completamento dei negoziati per un accordo di libero scambio (FTA) tra India e Unione Europea, avvenuto a fine gennaio 2026, conclude un percorso diplomatico estremamente complesso e intermittente avviato quasi vent’anni fa, nel 2007. Dopo la sospensione dei colloqui nel 2013 a causa di distanze allora incolmabili sull’accesso al mercato e sugli standard normativi, la ripresa formale del dialogo nel luglio 2022 è stata facilitata da un mutamento radicale del panorama internazionale. Il catalizzatore immediato è stato il deterioramento del contesto geopolitico seguito all’invasione russa dell’Ucraina, un evento che ha costretto entrambi gli attori a riconsiderare la sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento e a cercare una diversificazione delle partnership strategiche.
Tuttavia, il riavvicinamento non è stato privo di ostacoli diplomatici. La posizione di neutralità assunta dall’India – di fatto una posizione filorussa – ha inizialmente raffreddato le relazioni con Bruxelles. Questa scelta, dettata dalla storico, strettissimo rapporto tra Nuova Delhi e Mosca, soprattutto in tema di sicurezza, e dalla ricerca di autonomia strategica dell’India, non fu ben compreso e digerito dai partner europei. Tuttavia, nonostante queste frizioni, la necessità di mitigare i rischi derivanti da un sistema internazionale sempre più imprevedibile ha spinto l’Unione Europea e l’India a ricercare un compromesso che superasse le divergenze.
L’effetto Trump e la pressione transatlantica
Il principale fattore di accelerazione negoziale è stato senza dubbio il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e la conseguente imprevedibilità della politica commerciale (e non solo) di Washington. L’amministrazione americana ha adottato un approccio transazionale e aggressivo, utilizzando le tariffe come arma di pressione politica. Nel corso del 2025, gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 50% su un’ampia gamma di importazioni indiane motivando ufficialmente la misura come una ritorsione per il continuo acquisto di petrolio russo da parte del governo Modi (cosa che, con ogni probabilità, gli americani stessi avevano chiesto a Delhi di fare, per limitare le spinte inflazionistiche globali).
Parallelamente, le relazioni tra Washington e Bruxelles hanno subito tensioni simili. L’approccio umiliante di Trump nei confronti degli alleati europei si è manifestato non solo attraverso minacce tariffarie, ma anche con la messa in discussione del supporto militare all’Ucraina e con la richiesta, senza precedenti, di annessione della Groenlandia. Questo clima di incertezza transatlantica ha agito da “vento favorevole” nelle fasi finali del negoziato euro-indiano, rendendone la convergenza possibile. L’intesa raggiunta, pur escludendo il settore agricolo per le sensibilità protezionistiche di entrambe le parti, sancisce una volontà comune di costruire un rapporto più solido ora, senza attendere che si raggiunga un accordo completo su ogni aspetto. Va tuttavia ricordato che, prima della firma ufficiale e della successiva ratifica parlamentare, l’accordo richiederà almeno sei mesi di lavoro tecnico per le limature legali dei testi.
La strategia di hedging e il “Look West” di Nuova Delhi
L’accordo con l’UE non è un evento isolato, ma si inserisce in una più ampia strategia di hedging perseguita dal governo Modi per navigare un mondo più multipolare di qualche anno fa. Per circa un decennio, tra il 2011 e il 2021, l’India aveva mantenuto un atteggiamento scettico verso i trattati di libero scambio, culminato nel 2020 con l’iniziativa Atmanirbhar Bharat (India autosufficiente) e il ritiro dai negoziati per il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP). La decisione di non aderire al RCEP – al quale hanno aderito molti paesi nell’Indo-Pacifico – era motivata dal timore di vedere il proprio settore manifatturiero demolito dalle importazioni cinesi, riducendo l’India a una sorta di “B-team” economico di Pechino.
Recentemente, questo approccio è stato superato da un nuovo attivismo negoziale rivolto prevalentemente verso ovest. Solo nell’ultimo anno, l’India ha siglato accordi significativi con il Regno Unito, l’Oman, la Nuova Zelanda e il blocco EFTA (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), che seguono le intese già operative con Australia, Emirati Arabi Uniti e Mauritius. Questa disponibilità a raggiungere e concludere accordi commerciali trova un parallelo nella strategia dell’Unione Europea, che ha accelerato la chiusura di accordi rimasti in sospeso per decenni, come quello con il blocco del Mercosur, nel tentativo di consolidare la propria rete di approvvigionamento globale.
Anatomia dell’accordo: concessioni e sfide normative
Dal punto di vista prettamente economico, l’Unione Europea ottiene vantaggi competitivi rilevanti nel mercato indiano. L’accordo prevede l’eliminazione progressiva delle tariffe su esportazioni chiave come macchinari, apparecchiature elettriche, prodotti chimici e tecnologie aerospaziali. Di particolare rilievo è il settore automobilistico, vista la crisi dei grandi produttori europei: i dazi indiani, attualmente attestati al 110%, scenderanno gradualmente al 10% per un contingente annuale di 250.000 veicoli.
Per l’India, i benefici sulle esportazioni di merci sono meno immediati, poiché molti dei suoi prodotti di punta già accedono al mercato europeo con tariffe ridotte. Tuttavia, Nuova Delhi ha ottenuto aperture importanti nel settore dei servizi e una cornice normativa che facilita la mobilità a breve termine per i professionisti indiani nell’UE. Un altro punto di attrito superato riguarda il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) dell’Unione Europea: Bruxelles ha fornito garanzie e supporto finanziario per aiutare l’industria manifatturiera indiana ad adeguarsi agli standard ambientali europei, riducendo il rischio che le nuove normative sul carbonio si trasformassero in barriere commerciali insormontabili.
Oltre il commercio: difesa e sicurezza
L’intesa travalica la dimensione economica per gettare le basi di una cooperazione più profonda nella difesa e nella sicurezza. Il rafforzamento dei legami vede Francia, Germania e Italia in una posizione privilegiata per la fornitura di armamenti, con trattative avanzate per jet Rafale e sottomarini tedeschi. È inoltre prevista una possibile partecipazione indiana nel programma “ReArm Europe”, mirato a integrare le basi industriali della difesa, e l’avvio di un Security of Information Agreement per la condivisione di dati sensibili su minacce cyber e sicurezza marittima. Questa cooperazione riflette la volontà di entrambi di ridurre la dipendenza tecnologica da attori esterni e di rafforzare la stabilità nell’Indo-Pacifico.
Conclusioni: verso un partenariato modulare
In definitiva, il completamento di quella che è stata definita la “madre di tutti gli accordi” non cancella le divergenze strutturali tra Bruxelles e Nuova Delhi. I rapporti continueranno a risentire di un allineamento solo parziale, condizionato dalla diversa gestione delle relazioni con la Russia (e, in misura minore, con la Cina) e da una differente sensibilità normativa sui diritti e i valori globali. Il valore reale del trattato risiede nella costruzione di un’infrastruttura di fiducia reciproca tra due “giganti” che aspirano a preservare la propria autonomia strategica in un sistema multipolare.
La sfida futura per entrambi sarà trasformare questo FTA in un “partenariato modulare”, capace di funzionare efficacemente laddove gli interessi coincidono e di rimanere resiliente laddove persistono i disallineamenti. Più che un punto d’arrivo, l’accordo rappresenta una base necessaria su cui innestare ulteriori intese settoriali — dal clima alla tecnologia — con l’obiettivo di stabilizzare il legame euro-indiano di fronte alle turbolenze del disordine mondiale.
Ricercatore associato presso l’Istituto Affari Internazionali, dove si occupa di politica indiana. È docente di Storia Contemporanea dell’India all’Università di Napoli L’Orientale e Visiting Research Fellow alla National University of Singapore.






