7 Febbraio 2023

Il 2022 degli Stati Uniti in 10 punti

A inizio 2022 la presidenza Biden sembrava nel caos più totale, con una maggioranza troppo risicata per poter ottemperare al suo piano di spesa pubblica, delineato nel suo primo discorso alle Camere riunite, e il passaggio di entrambi i rami del Parlamento nelle mani dei due leader repubblicani, Kevin McCarthy e Mitch McConnell, sembrava solo questione di tempo. Come è stato possibile che il Partito Democratico abbia tenuto la maggioranza al Senato, perdendo invece la Camera, ma solo per pochissimi seggi? Il 2022 si è concluso con l’incontro del presidente Usa con il presidente ucraino Zelensky a Washington, un rinnovamento del sostegno americano all’Ucraina sotto attacco. 

Senza alcun dubbio, nel 2022, l’avvenimento più importante della politica americana sono state le elezioni di Midterm del novembre scorso, di cui nell’ultimo mese si è abbondantemente discusso: riannodare i fili del discorso ci permette però di ricostruire un quadro più ampio.

#1 L’elezione di Ketanji Brown Jackson

A fine gennaio, il giudice della Corte Suprema Stephen Breyer, uno dei tre progressisti, ha annunciato il suo ritiro dopo ventisette anni di servizio lasciando a Biden la possibilità di nominare un nuovo membro vitalizio dell’organo giudiziario più importante degli Stati Uniti.

La scelta del presidente è ricaduta su Ketanji Brown Jackson, giudice della Corte d’Appello del District of Columbia, prima donna afroamericana a ricoprire tale carica. Nei giorni in cui il Senato ne ha confermato la nomina non si è assistito a un bello spettacolo: Jackson è stata trascinata nell’agone politico da gran parte del Partito Repubblicano che ha scelto di testarla molto poco sul suo judicial record, peraltro inappuntabile, ma di chiederle, ad esempio, di definire scientificamente cosa fosse una donna, domanda a cui la giudice ha prontamente risposto di non essere una biologa di mestiere.

Anche se confermata per 53 voti a 47, con i sì di tre Repubblicani, alla fine lo spettacolo offerto da gran parte del GOP è stato più incline a ottenere titoloni e reazioni su Twitter, come dimostrato dal Senatore Ted Cruz che in diretta cercava di scoprire come il web aveva reagito a una sua battuta, che a svolgere il ruolo di bilanciamento del potere esecutivo previsto.

#2 Dobbs v. Jackson e le sue conseguenze

A giugno, in un momento drammatico anticipato da un leak di un documento ufficiale la settimana precedente, la sentenza Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization ha demolito il diritto federale all’aborto negli Stati Uniti d’America, garantito dalla precedente famosa sentenza del 1973 Roe v. Wade. Questo ha fatto sì che gli stati potessero legiferare autonomamente sul tema, decretando la vittoria del fronte conservatore: la maggioranza della popolazione, anche repubblicana, non ha ben digerito la cosa.

Tutti i giudici che hanno firmato un cambiamento così grande, quando interrogati dal Senato al momento della loro conferma, avevano definito la sentenza del 1973 un precedente immodificabile per via dello stare decisis, principio dei sistemi di common law che afferma la forza del precedente. Successivamente si è manifestato il malessere della popolazione, soprattutto femminile, sul tema: in Kansas, stato solidamente conservatore, in cui Donald Trump aveva agilmente vinto di 15 punti nel 2020, un referendum per eliminare il diritto d’aborto dalla costituzione statale ha clamorosamente fallito il bersaglio di ben 20 punti.

#3 Joe Biden firma importanti leggi sui diritti civili

Nel frattempo, in un clima politico sempre più polarizzato, in cui il GOP si dimostrava sempre più incline a comprimere i diritti civili, Joe Biden riusciva a compiere importanti passi: prima firmando l’Emmett Till AntiLynching Bill, legge che rende il linciaggio un reato federale, dall’alto valore simbolico per via del fatto che, nel periodo in cui queste esecuzioni dettate dall’odio avvenivano frequentemente, il Parlamento non ha mai avuto interesse a legiferare. Successivamente, il presidente è riuscito, grazie a una sponda con alcuni Repubblicani vicini al tema, a determinare la legalità dei matrimoni omosessuali e interrazziali, con il Respect for Marriage Act. Il provvedimento è stato accelerato dalla paura di un possibile nuovo passo indietro della Corte sui diritti civili.

#4 Inflazione

Durante l’estate l’inflazione ha colpito gli Stati Uniti: un aumento dei prezzi aggressivo, determinato principalmente da un aumento esponenziale della domanda di beni, per via del ritorno al business as usual post-pandemico, unito a una mancanza di offerta, sia per le chiusure delle fabbriche per via della pandemia, soprattutto in Cina, sia per una produzione ridotta. Questo ha determinato un aumento generale dei prezzi, in una spirale sempre più fuori controllo, che ha costretto la Banca Centrale americana ad alzare sempre di più i tassi di interesse, cercando di generare una riduzione della domanda. Questa situazione è stata sfruttata dai Repubblicani che, consapevoli del fatto che i cittadini progressisti andavano al voto soprattutto motivati dalla compressione dei diritti civili, cercavano di convincere gli indecisi che la colpa di questi aumenti fosse da imputare al Presidente e ai suoi enormi piani di spesa pubblica dell’anno precedente.

#5 Chips Act

Le carenze globali dovute alla pandemia e le chiusure di molte fabbriche hanno anche portato a una crisi nella produzione dei semiconduttori, utili per produrre qualsiasi tipo di tecnologia. L’abbiamo potuto constatare anche noi con mano, quando alcuni beni di consumo elettronici, come le nuove Playstation, sono venute a mancare, generando la lotta al rialzo per accaparrarsene le poche unità disponibili. Il Congresso ha legiferato un’importante misura, il Chips Act, un piano di spesa che, tra le altre cose, cerca di riportare negli Stati Uniti parte della produzione (negli anni Novanta il 37% globale, oggi solo il 12%) dopo averla demandata per anni a Paesi come Taiwan e la Cina stessa. Il tentativo, oltre a cercare nel breve termine di poter aumentare la produzione di semiconduttori, è quello di essere meno dipendenti nel lungo da Paesi un tempo strategici in chiave anti-sovietica, ma oggi totalmente inaffidabili dal punto di vista della politica estera di Washington, come appunto Pechino.

#6 I guai con la giustizia di Donald Trump

L’8 agosto di quest’anno l’FBI, ottenuto un mandato dal giudice della Corte Distrettuale della Florida Bruce Reinahrdt, ha perquisito la casa di Mar-a-Lago, in Florida, dell’ex-presidente Donald Trump. Il motivo va ricercato nelle possibili violazioni dell’Espionage Act: Trump avrebbe trattenuto senza permesso in casa sua documenti importanti e secretati. A questo si aggiungono innumerevoli altri guai a cui l’ex-Presidente è stato sottoposto in questo anno, come le udienze trasmesse in diretta nazionale della Commissione parlamentare sul fallito colpo di stato del 6 gennaio e le indagini sulle sue dichiarazioni dei redditi portate avanti dalla procura di New York.

#7 I candidati di Trump

Non stiamo qui parlando di un fatto politico unico ma, nel periodo estivo in cui si sono svolte le primarie interne ai partiti per decidere chi avrebbe conteso ai democratici i posti al Congresso a novembre, i candidati promossi dall’ex-Presidente hanno quasi tutti vinto. Questo ha dimostrato una solida fedeltà della base del GOP a Trump, ma ha anche portato alla battaglia per il Senato candidati come Don Bolduc in New Hampshire o Herschel Walker in Georgia, pessimi dal punto di vista politico in quanto esponenti del trumpismo più radicale, incapaci di costruire un legame con l’elettorato indipendente, da sempre più moderato, e per questo molto contestati: lo stesso leader Repubblicano al Senato, Mitch McConnell, sempre più lontano dalle posizioni dell’ala trumpiana oltranzista, ha riferito di problemi di qualità nella selezione delle figure che poi si sono contesi i seggi.

#8 Le Midterm

Questo scenario politico, riassunto in piccoli spunti, ha determinato i risultati delle elezioni di metà mandato: alla Camera i Repubblicani hanno ottenuto una maggioranza, seppur risicata, ma al Senato i Democratici sono riusciti a espandere ancora di più il loro vantaggio, determinando un risultato finale di 51-49 (anche se la Senatrice dell’Arizona Sinema è da poco diventata indipendente).

Questo scenario, imprevedibile a inizio anno, si è verificato per un insieme di fattori. I giovani e le donne si sono mobilitati in misura superiore al previsto, soprattutto nelle comunità più marginalizzate, per difendere i diritti conquistati, i candidati promossi dall’ex-presidente Trump non sono riusciti a convincere l’elettorato indipendente, soprattutto in virtù del fatto che molti moderati ritengono la democrazia americana fuori controllo e in qualche modo in pericolo, e l’inflazione non è stato quel tema scatenante di cambio politico che i repubblicani avrebbero voluto, anche perché, seppure fosse la preoccupazione maggiore di gran parte della popolazione, non tutti hanno valutato le politiche di taglio della spesa che il GOP promuoveva utili a contrastare il fenomeno.

Tra i risultati da ricordare l’elezione alla Camera di Mary Peltola, avvenuta inizialmente attraverso una suppletiva e poi confermata a novembre: è la prima rappresentante nativa dell’Alaska, e la prima Democratica di quello Stato dal 1973, quando il Repubblicano Don Young succedette a Nick Begich.

#9 Lo scenario Repubblicano: Trump e De Santis

Le elezioni di metà mandato hanno generato anche un altro risultato importante: se i candidati di chiara ascendenza trumpiana e più vicini alla negazione delle elezioni del 2020, la Big Lie, sono andati malissimo, ad andare bene è stato invece il rieletto Governatore della Florida, Ron DeSantis, che si è agilmente sbarazzato dell’opposizione di Charlie Crist, già Governatore per lo stesso GOP tra il 2007 e il 2010 e successivamente passato ai Democratici.

Subito dopo i risultati, Donald Trump ha ufficializzato la sua candidatura, scossa però dai suoi problemi legali e da una presa sempre minore nell’elettorato indipendente, da unire a un abbandono da parte di Rupert Murdoch e quindi di FOX, emittente da sempre vicina ai conservatori americani. Al contrario, la stella di Ron DeSantis appare oggi più forte che mai, anche se è difficile associarlo, come alcuni fanno, a un ritorno alla normalità di un partito sempre più estremista. Il governatore della Florida ha infatti quest’anno passato una legge, definita dai suoi oppositori Don’t Say Gay, che proibisce nelle scuole la discussione su genere e orientamento sessuale, e ha punito fortemente le compagnie private, come Disney, che hanno criticato aspramente il provvedimento. Sembra quindi possibile il regolamento di conti tra una figura, come quella di Trump, oramai tossica, e una altrettanto estremista, ma meno invisa a vasti segmenti dell’elettorato.

#10 Il Partito Democratico

La situazione nel Partito Democratico, alle porte del 2023, rimane invece in una nebulosa di incertezza: subito dopo l’ottimo risultato delle elezioni, Joe Biden ha tenuto una conferenza stampa fiume di più di un’ora in cui ha rimarcato la sua disponibilità a una nuova battaglia. Con il discorso post-midterm, Biden ha allontanato le sirene di chi lo riteneva, ancora una volta, non più in grado di gestire dossier complessi come quelli che deve affrontare il presidente degli Stati Uniti.

Rimane tuttavia scontato che le condizioni di salute di un uomo di ottant’anni vanno valutate e, nel caso il presidente decidesse di non cercare un secondo mandato, possibile soprattutto nel caso Donald Trump non sia il candidato dei repubblicani, pare a oggi difficile che a candidarsi possa essere la sua Vicepresidente, Kamala Harris, dato che si è rivelata sempre più lontana dai dossier più importanti dell’amministrazione. Si entrerebbe quindi in uno scenario di primarie aperte, ma queste saranno considerazioni che potremmo fare con più dati alla mano l’anno prossimo.

Foto di copertina EPA/SHAWN THEW

*Questo articolo è a cura di Marco Arvati

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