2 Dicembre 2022

I ‘nuovi’ governatori Usa e la lotta per gli Stati in bilico

Mentre sono ancora in corso alcuni scrutini delle elezioni di Midterm, negli Stati Uniti sono definitivi i risultati delle elezioni di 36 nuovi governatori. Alcuni rieletti, in realtà, a furor di popolo.

Le ambizioni di DeSantis

È il caso di Ron DeSantis, governatore della Florida e dominus assoluto del sunshine State, un tempo swing State per antonomasia (insieme all’Ohio). DeSantis non ha nascosto le sue velleità presidenziali nel discorso della vittoria: “Il popolo – ha detto davanti ai suoi sostenitori – ha emesso il verdetto: la libertà è destinata a durare. Ora, grazie al sostegno schiacciante del popolo della Florida, non solo abbiamo vinto queste elezioni, ma abbiamo ridisegnato la mappa politica”.

L’allusione è al risultato, sontuoso, che non ha precedenti in questo secolo: a votare per DeSantis è stato il 59% degli elettori, mentre l’avversario Democratico Crist si è fermato al 40%. È il margine di vittoria più ampio degli ultimi quarant’anni in Florida. Una performance che comprova la forza del GOP in questo Stato praticamente abbandonato dalla leadership nazionale democratica, ma che mostra anche i limiti mostrati dal Partito Repubblicano fuori dalle aree loro più favorevoli e meno competitive nel Paese.

DeSantis approfitterà di questo straordinario successo per lanciare la sua candidatura alle prossime presidenziali contendendo a Donald Trump il ruolo di frontrunner, un po’ come Ronald Reagan nel 1976, quando perse la nomination contro Gerald Ford dopo essersi congedato da tutti gli incarichi statali in California. Il governatore della Florida parte però da una posizione diversa se comparata a Reagan e qualcuno lo preferirebbe già a Trump.

La vittoria del GOP in Georgia

La pessima serata in Florida si è replicata, almeno in parte, in Georgia, dove la rivincita della sfida del 2018 tra Stacey Abrams e l’uscente Brian Kemp si è conclusa con un’affermazione del candidato Repubblicano superiore rispetto a quattro anni fa. Kemp ha ricevuto il 53% dei voti, contro il deludente 46% di Abrams. La democratica, considerata l’artefice dell’ascesa di Joe Biden nel suo Stato nel 2020, è stata penalizzata da un disgiunto che ha invece premiato Raphael Warnock al Senato.

Incerta invece la situazione in Nevada, dove Steve Sisolak, esponente del Partito Democratico locale, sarebbe in svantaggio in uno spoglio infinito. Sisolak è a rischio poiché anche lui, come Abrams, paga un voto disgiunto a beneficio della senatrice Cortez-Masto, che potrebbe superare di strettissima misura il rivale grazie ai voti postali che continueranno ad arrivare fino a questo sabato.

In Arizona è testa a testa tra Katie Hobbs, Segretario di Stato in carica, e l’estremista di destra Kari Lake. Lo stesso schema di Georgia e Nevada sembrerebbe ripetersi nel Grand Canyon State, con il senatore Kelly preferito dagli elettori rispetto a tutti i suoi altri compagni di partito, ma anche in questo caso il conteggio delle schede non è per niente veloce. A urne chiuse, l’ottimismo di Lake non si è spento.

New York si conferma roccaforte dem

Le buone notizie per i Repubblicani finirebbero qui. A New York si era creata, complice una copertura mediatica negativa per i democratici, l’illusione che il candidato GOP potesse rompere gli equilibri di uno Stato che non elegge politici Repubblicani dal 2002. A Lee Zeldin quest’impresa non è riuscita: la governatrice Kathy Hochul è stata rieletta senza troppi patemi.

La presenza di Zeldin, tuttavia, potrebbe aver influenzato i duelli alla Camera dei Rappresentanti, dove i conservatori si apprestano a strappare diversi seggi a quella che a breve diventerà l’opposizione al Congresso. C’è attesa anche per l’Oregon, roccaforte progressista, ma stavolta teatro di una battaglia all’ultimo voto tutta al femminile tra la dem Kotek e la repubblicana Drazan, con il terzo incomodo Johnson a risucchiare voti a entrambe. L’andamento dello scrutinio è anche qui rallentato, ma la maggior parte delle schede elettorali mancanti dovrebbe provenire dalle contee più popolose vicine al Partito Democratico.

Dove regge il ‘Blue wall’

Nei Grandi Laghi torna il Blue wall. In Michigan la governatrice Gretchen Whitmer padroneggia e trascina il suo Partito a una storica vittoria in tutte e due le assemblee statali, fatto che non avveniva dagli anni Ottanta. Qui l’affluenza è stata agevolata da un’efficace comunicazione di Whitmer sui diritti riproduttivi, che ha raggiunto il suo scopo con l’approvazione del referendum sulla codificazione del diritto all’aborto in costituzione.

Il confinante Wisconsin non consegnerà la maggioranza al Senato ai Democratici, ma il governatore uscente Tony Evers ha battuto il repubblicano Tim Michels, migliorandosi rispetto al 2018. Ad aiutare i dem nel Badger State nelle ultime ore di campagna elettorale si è dato da fare anche Barack Obama, impegnato in un tour degli Stati chiave speculare alla serie di comizi di Donald Trump.

I legami diretti con il tycoon potrebbero aver azzerato le possibilità di vittoria di quasi tutti i candidati repubblicani. Un esempio è Doug Mastriano, scelto in Pennsylvania in una lotta impari contro il Procuratore generale Josh Shapiro, mai stato in dubbio di diventare governatore dello Stato. Shapiro, già più forte di Biden nel 2020, ha raddoppiato i voti ottenuti all’epoca Presidente nella contea di Allegheny, in cui si trova la città di Pittsburgh, rivelandosi la vera stella emergente di queste Midterm.

Il quadro si completa con la sorpresa Kansas, che rimane in mano ai Democratici grazie al lavoro di Laura Kelly, rieletta per un secondo mandato. Come per il Michigan, anche in Kansas il peso dell’aborto sulle elezioni di metà mandato si è fatto sentire. Kelly si era schierata per il “No” al referendum sull’abolizione del diritto all’aborto, opponendosi così insieme alla stragrande maggioranza dell’elettorato del suo Stato, storicamente conservatore.

La fotografia degli Stati Uniti che escono da queste Midterm confermano l’identità di nazione eterogenea, piena di variabili, frammentata, che rispecchia le sue suddivisioni regionali, ma in continuo mutamento. E i governatori sono i principali interpreti di questo cambiamento.

*Questo articolo è a cura di Gianluca Lo Nostro, autore della redazione di Jefferson – Lettere sull’America

Foto di copertina EPA/ETIENNE LAURENT

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