3 Dicembre 2022

La prospettiva vaticana sulla crisi politica italiana

“Un contributo fondamentale e imprescindibile con gentile autorevolezza ed esemplare dedizione”, prestato durante un momento “segnato da non poche difficoltà e scelte cruciali”. Gli auguri di papa Francesco al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel giorno del suo ottantunesimo compleanno, sono forma e sostanza. La prima, da protocollo, è impeccabile esercizio di bon ton. La seconda, un non detto che poco dopo la fine dell’esperienza di Mario Draghi al governo appare evidente.

Che l’esecutivo adesso in carica per il disbrigo degli affari correnti sia nato come creatura prettamente presidenziale, è cosa nota. Per questo, le parole di Bergoglio fanno idealmente seguito a quelle di altre due personalità che, nella Chiesa e in Vaticano, hanno un certo peso: il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e il presidente della Conferenza episcopale cardinale Matteo Zuppi.

Crisi e caduta: le parole di Parolin e Zuppi

“Più un governo è stabile, più riuscirà a far fronte alle tante sfide che oggi si pongono e che sono sfide davvero epocali”, ha detto Parolin qualche giorno prima della definitiva cesura in Senato. “Comporre visioni discordanti in un unico interesse unitario credo resti metodo indispensabile anche per il futuro”, ha chiosato Zuppi dopo lo scioglimento delle Camere.

Stabilità, unità e sfide future: questo il riassunto delle reazioni che, dal Vaticano, hanno accompagnato la strana crisi italiana di mezza estate che condurrà al primo voto autunnale della storia repubblicana. Una posizione che non si discosta da quelle che, dall’Unione europea fino agli Stati Uniti, hanno manifestato lo stupore per uno scaccomatto inaspettato all’ex presidente della Banca centrale europea.

La prospettiva vaticana sull’Italia, però, racconta sempre qualcosa in più rispetto ai vicini europei e agli alleati d’oltreoceano. Del resto, è un’ottica interna e internazionale allo stesso tempo e che, in sé, assume connotati non solo diplomatici, ma anche profondamente culturali.

Francesco e Draghi, accordi e disaccordi

Bergoglio non si occupa della politica interna dei Paesi. Non lo appassiona e non vuol correre il rischio di prender parte. Non per pavidità, ma perché ciò che vale per la sua geopolitica dello spirito, dove nessuno è mai definitivamente perduto e dove non vi sono “buoni” o “cattivi” a priori, ha senso in ogni dimensione umana. Esemplare, in questo senso, è il suo approccio verso l’Argentina, patria alla quale è fortemente legato e sulla quale mantiene ormai dalla sua elezione un riserbo impenetrabile.

L’Italia non è il suo Paese, ma per un papa è pur sempre una seconda casa. Per questo, talvolta, sui temi i cammini si sono incrociati. E non sempre nel segno della condivisione e della cooperazione. È capitato, per esempio, sul ruolo italiano nel conflitto in Ucraina dopo l’invasione russa. Francesco ha bollato come una “pazzia” il proposito dei Paesi appartenenti alla Nato – dunque, non solo l’Italia – di portare al 2% del Pil la spesa per gli armamenti.

E, seppur in via indiretta, ciò accadde anche quando la Santa Sede, sul disegno di legge Zan sull’omotransfobia, attraverso una nota del segretario per i Rapporti con gli Stati Paul Richard Gallagher, sollevò una possibile violazione del Concordato. Draghi, di converso, si affrettò a replicare in Senato che l’Italia è uno Stato laico e che vi erano tutte le garanzie per rimanere nell’ambito degli accordi del 1984. In quel caso, comunque, non fu papa Francesco in prima persona a esporsi, tanto che per qualcuno si trattò di un vero e proprio sgambetto organizzato dalla Curia per le sue recenti aperture.

Fatto sta che tra il governo Draghi, in primis lo stesso presidente del Consiglio, e papa Francesco, vi sia stata una pacifica coesistenza, quantomeno nei toni e nelle scelte fondamentali. Una traiettoria che, con la tornata del prossimo 25 settembre, è destinata a cambiare profondamente.

Un nuovo governo di là dal Tevere

Stando ai sondaggi, grandi favoriti alla vittoria elettorale sono i tre grandi partiti che confluiscono nel centrodestra: Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. In particolare, sarebbero gli ultimi due a contendersi la preminenza nello schieramento.

Per la Lega, dallo scorso settembre, Matteo Salvini ha cercato di avviare un percorso di avvicinamento alle istanze vaticane, cominciato con un incontro proprio con Gallagher. Il tentativo dell’ex ministro dell’Interno, infatti, era quello di cercare di guadagnarsi un appeal moderato che ben si sposava con il sostegno all’esecutivo di Draghi. Qualche mese dopo, però, la cesura netta operata insieme a Forza Italia ha visto prevalere l’area più movimentista della Lega rispetto a quella filogovernativa, compromettendo di fatto quel percorso già di per sé piuttosto faticoso, visto lo scarso apprezzamento negli ambienti vaticani.

Più probabilmente, però, sempre secondo i sondaggisti, saranno Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia a ottenere il maggior numero di consensi. Anche la leader ed ex ministra nel quarto governo guidato da Silvio Berlusconi avrebbe incontrato a dicembre scorso l’arcivescovo Gallagher, con obiettivi non troppo diversi da quelli di Salvini.

Quale che sia l’esito del voto, comunque, anche con l’eventuale successo di quello che appare essere il campo contrapposto con il Partito Democratico alla sua testa, lo scenario cambierà. E, con movimenti tanto impercettibili quanto costanti, comincerà a riconfigurarsi il dialogo inesauribile tra le due sponde del Tevere. Che, anche quando non appare alla luce del sole, non è mai veramente interrotto.

Foto di copertina ANSA/CLAUDIO PERI

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