27 Gennaio 2023

Una Rete umanitaria per i rifugiati afghani in Italia

Riceviamo e pubblichiamo il racconto della Rete Umanitaria che accoglie i rifugiati afghani in Italia, a cura della giornalista Maria Grazia Mazzola, inviata speciale del TG1

Il 30 agosto 2021 ricevo una mail da sei donne attiviste del direttivo dell’Afghanistan Women’s Political Participation Network, hazara sciite: in quel periodo i talebani – mentre le Forze occidentali si ritirano – consumano vendette assassinando ex militari e membri dell’ex governo e soprattutto braccando le donne, stuprandole e sgozzando i bambini hazara.

Le donne: Sediqa Mushaq, membro della Camera del Commercio Nazionale delle donne afghane, Razia Ehsani Sadat, giornalista, Nesa Mohammadi, dottoressa ostetrica, Batool Heidari, psicologa e sessuologa, e altre due professioniste di livello, un’ingegnera e una psicologa che cura nei Centri le bambine abusate.

Loro, le Donne per i Diritti Umani di Kabul, per strada a protestare di giorno, nascoste di sera nei sotterranei con i loro bambini e le famiglie, mi chiedono nella mail: “mettici in salvo, tu che sei una istituzione di umanità, il nostro futuro è la morte, la vendetta dei talebani”. Le loro tracce sono ovunque, negli uffici tra le carte dell’ex governo fuggito, nei progetti europei di costruzione di Kabul, nell’impegno per la politica contraccettiva delle donne, per l’aborto, per i diritti all’autodeterminazione del proprio corpo. Le loro tracce di donne indipendenti sono all’università con i trattati sulla pedofilia dei talebani, nelle testate giornalistiche, ovunque.

Le donne della rivolta, della rivoluzione femminista per i diritti delle persone LGBT+, sono condannate a morte. E loro, che mi vedono come una grande speranza, non possono nemmeno immaginare invece lontanamente la consapevolezza della mia impotenza. Che fare? Da cristiana: niente è impossibile, da appassionata di Emergency, Gino Strada che si spegneva in quei giorni – mi dice la stessa cosa: niente è impossibile.

Come inviata speciale del Tg1 ho una storia professionale ben conosciuta e la consapevolezza del dovere del giornalismo civile: decido dunque di rimboccarmi le maniche e grazie all’Unione Donne in Italia, con Vittoria Tola e Giulia Potenza, ci rivolgiamo all’allora vice ministra degli Esteri Marina Sereni che ci ascolta e ci mette in contatto con le Ambasciate.

Parte così una Rete Umanitaria con tre accoglienze: la prima è la Chiesa che frequento e che spalanca il cuore, la Chiesa Cristiana Evangelica Battista di Trastevere coi i Pastori Antonella Scuderi e Ivano De Gasperis, accoglie la prima famiglia di 5 rifugiati, poi altre Chiese Battiste ne mettono in salvo altri 11. I Salesiani per il Sociale con il presidente Don Francesco Preite, accoglie i successivi 43 profughi con 6 Case che spalancano le porte, infine la piccola coop Una città non basta di Maria Rosaria Calderone, ne protegge altri 7.

Sono ingegneri civili e informatici, psicologhe, dottoresse, infermiere, economisti, docenti universitari, tra loro valore tanto aggiunto per il Paese: sto lottando per il recupero dei loro titoli di studi e delle loro identità. Mi batto contro l’equazione automatica, rifugiato uguale lavapiatti.

Mi sono rivolta a Don Ciotti, al Gruppo Abele in questi giorni per un salvataggio in extremis: ho chiesto soccorso per una famiglia di sette Afghani tajiki, braccati dai talebani, li ha portati Monica Attias dei Corridoi Umanitari di Sant’Egidio. La famiglia afghana, quando l’abbracciamo in aeroporto con Pasquale Somma del Gruppo Abele, non ha più occhi per piangere, i talebani hanno ucciso amici e parenti, braccati con un bimbo di un anno, sofferente, con altri quattro fratelli pelle e ossa, con gli occhi di chi esce da una miniera buia. Detto così, per sintesi, sembra tutto liscio. Invece no: un anno di impegno e sudore, per ‘estrarli’ dall’inferno di mafiosi e terroristi, macellai chiamati talebani. Estorti, picchiati, discriminati, sottoposti a ogni tipo di violenza.

Si è aggiunta dopo alla Rete Umanitaria anche Antonella Penati, con l’associazione ‘Federico nel cuore’: una mamma senza giustizia che ha subito il figlicidio del piccolo Federico ucciso dal padre a coltellate in un luogo che avrebbe dovuto essere protetto, i Servizi Sociali di San Donato Milanese.  Ora Antonella Penati lotta con noi per proteggere i bambini profughi della nostra Rete, con traumi e disagi. Per questo uno dei nostri bambini che oggi ha un anno, il piccolo Amin, porta un secondo nome italiano, Federico. Amin Federico. È questo il senso della Rete: la cura, l’amore, l’unità nella diversità, il senso civico europeo delle mani legate insieme per la salvezza dei vulnerabili.

Rifugiati che hanno pagato i propri biglietti aerei: 4 mila dollari per cinque persone. E noi tutti abbiamo lanciato raccolte fondi e chi più o meno ha, più metta: raccolta di vestiti, scarpe, libri, ogni necessità. La gioia di avere strappato anime all’inferno,è questa per me la cultura europea, la collaborazione, il sostegno e il futuro della salvezza dei rifugiati. Scrivere in maiuscolo la parola Profughi. Forse le super Potenze potrebbero imparare dalla società civile cosa si può fare per salvare vite umane.

Foto di copertina ANSA/MASSIMO PERCOSSI