27 Maggio 2022

Serve un’Europa che parli di futuro

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.” Si apriva così la Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950.

Oggi, a più di 70 anni di distanza durante i quali il progetto di integrazione europea ha garantito la pace sul nostro continente, l’Unione europea si trova a fare i conti con una nuova guerra, scatenata dall’aggressione russa dell’Ucraina. Coerentemente con gli ideali fondatori, l’Unione europea è ancora una volta tenuta a mettere in campo strumenti innovativi che possano rilanciare il suo ruolo pacificatore.

Condivisione del rischio e progetti futuri

Oggi l’Unione può anche contare su una legittimazione ulteriore che arriva dai suoi cittadini, che nel corso di un anno si sono consultati e hanno espresso le loro preferenze nella Conferenza sul futuro dell’Europa. Le proposte che sono scaturite dai panel nazionali ed europei, e raccolte sulla piattaforma multilingue e multimediale, sono state raccolte da nove gruppi di lavoro e saranno presentate a Strasburgo ai tre presidenti – Ursula con Der Leyden, Roberta Metsola e Emmanuel Macron. Toccherà poi alle istituzioni di Bruxelles darvi risposta attraverso iniziative concrete.

Se vuole imporsi come attore credibile nel nuovo (dis)ordine internazionale e rispondere alle aspettative dei suoi cittadini, l’Unione deve portare a termine importanti riforme, alcune delle quali richiederanno una modifica dei Trattati. In primo luogo, è necessario che le istituzioni possano intervenire in quei settori che sono ancora appannaggio degli esecutivi nazionali, ma che per la loro natura richiedono soluzioni condivise e una risposta collettiva: salute, difesa, energia. Questo implica nuove cessioni di sovranità dalle capitali a Bruxelles, ma garantisce anche la condivisione del rischio e la moltiplicazione della capacità di azione.

Nuove forme di integrazione

Per poter agire in maniera tempestiva ed efficace, occorre individuare nuove forme di integrazione e differenziazione. Un’Europa a 27, alla quale presto, sperabilmente, si uniranno nuovi membri, non può funzionare senza rafforzare modalità di cooperazione flessibile tra gli Stati e procedure decisionali più snelle. Forme di integrazione differenziata sono già previste nei Trattati, in particolare attraverso le cooperazioni rafforzate, e fanno già parte del DNA europeo. Ne sono esempi l’eurozona, l’area Schengen e la Cooperazione strutturata permanente in materia di difesa.

L’Unione potrebbe giovarsi di forme di collaborazione più strette tra quei paesi che possono e vogliono andare avanti in settori specifici come la politica estera e di sicurezza, o quella migratoria. Per garantire la coesione politica e la coerenza istituzionale, questi progetti dovrebbero tenere le porte aperte per chi potrà e vorrà contribuire in seguito, e stabilire collegamenti stabili con la governance europea, ad esempio attraverso la partecipazione diretta o una funzione di supervisione per le istituzioni. In nessun caso, la differenziazione dovrebbe riguardare i valori fondanti dell’Unione, come lo stato di diritto o il rispetto dei diritti umani, che aprono al rischio di eccessiva frammentazione o addirittura di disintegrazione.

Di fronte alla guerra in corso in Ucraina e alle richieste di adesione di Ucraina, Georgia e Moldova, il concetto di flessibilità può assumere un significato diverso e più strategico, per esempio offrendo modelli multipli di cooperazione tra l’unione europea e i paesi candidati, vicini o partner.

Soprattutto, la regola del consenso dovrà lasciare spazio alla procedura di voto a maggioranza qualificata, impedendo il ricorso ai veti incrociati da parte degli Stati membri. Questo deve riguardare in particolare quegli ambiti in cui l’unanimità è spesso non raggiungibile e si è rivelata sinonimo di inazione, come ad esempio la politica estera, di sicurezza e di difesa, a partire dalle decisioni relative ai diritti umani e alle sanzioni. Anche in questo caso, i Trattati offrono delle opportunità non ancora utilizzate, come la clausola passerella prevista all’articolo 31, paragrafo 3 TUE. Ma una riforma complessiva richiederà la modifica dei Trattati.

Il modello Conferenza sul futuro dell’Europa

È in linea con questi ragionamenti che il Parlamento europeo ha chiesto la convocazione di una Convenzione, che dovrebbe aprire una fase costituente in linea con l’articolo 48 dei Trattati. Il momento è propizio, ma richiederà una forte iniziativa delle istituzioni, la volontà politica degli Stati membri, e un coinvolgimento costante dei cittadini. Più di qualsiasi cambiamento istituzionale, lo sforzo principale dei prossimi mesi ed anni sarà quello di ripristinare in Europa uno spazio pubblico fondato sui valori, dando continuità a canali di democrazia partecipativa sul modello della Conferenza sul futuro dell’Europa e vigilando sulla resilienza delle nostre società.

È questa la forza del progetto europeo che ha ispirato le generazioni passate e che può continuare a parlare alle generazioni del futuro.

Foto di copertina EPA/RONALD WITTEK