26 Novembre 2022

La (geo)politica cristiana di papa Francesco nel Mediterraneo

Il Mediterraneo è il banco di prova del progetto geopolitico di papa Francesco. Per il pontefice che arriva dalla fine del mondo – leggasi, Argentina – e che verso la fine del mondo viaggia – leggasi, Cina – il lago euro-africano a due passi da casa è lo specchio in cui affacciarsi per riconoscersi. E nel quale Francesco, come un chimico qual è, diplomato alla Escuela Industrial Hípolito Yrigoyen di Buenos Aires, mette alla prova la propria visione globale.

Un mare di fratture

In nessun’altra parte del mondo, del resto, culture, popoli e religioni si concentrano in uno spazio così ristretto. Per tenerli insieme, papa Francesco adotta lo stesso punto di vista che fu di Fernand Braudel, quando scriveva di un Mediterraneo come mare di mari o paesaggio di paesaggi. Insomma: il luogo per eccellenza dove le pluralità s’intersecano e dove la complessità è la lente con la quale osservare gli eventi.

Un approccio che per Bergoglio, gesuita di formazione, è precetto fondamentale. Francesco è abituato ad agire laddove vi sono spaccature, viaggiando lungo i bordi delle fratture del mondo: da Lesbo alla penisola coreana, passando per l’Iraq e Cuba. Tempo fa Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, ha definito il Mediterraneo come “un mare fatto di fratture che congiungono mentre dividono”. Sulle quali si concentrerà l’incontro di Firenze con i sindaci e i vescovi del Mediterraneo.

Firenze al centro del Mediterraneo

Che l’iniziativa si svolga a Firenze non è certo un caso. Qui, nel 1958, iniziarono i colloqui mediterranei del sindaco Giorgio La Pira, democristiano e convinto della necessità di un dialogo che avvicinasse l’Europa all’Africa e al Medio Oriente. Un interesse reso ancor più urgente dalle pulsioni che, in quegli anni, attraversavano il continente africano: la guerra d’indipendenza in Algeria, il progressivo smantellamento degli imperi coloniali, con la nascita dei nuovi Stati di quello che fu il Terzo Mondo, e il conflitto arabo-israeliano già in corso da tempo.

Il contesto, oggi, è cambiato. Ma le linee di fondo che ispirarono La Pira sono le stesse che muovono papa Francesco: la riscoperta della fratellanza tra i popoli, l’approfondimento del dialogo interreligioso e la ricerca instancabile della pace. La quale, ha spiegato più volte Bergoglio, non può essere raggiunta per mera assenza di guerra. Serve una costruzione, un impegno e uno sforzo continui e duraturi che portino i popoli a riconoscersi come parte di un’unica umanità.

A questo scopo, per Francesco, devono collaborare, insieme, le grandi religioni che insistono sul Mediterraneo: il cristianesimo, l’Islam e l’ebraismo. Nel lago euro-africano, queste fedi affondano le proprie radici millenarie e proprio qui Bergoglio intende proseguire sulla strada del dialogo che, sin dall’inizio del suo pontificato, sta percorrendo. Presupposto imprescindibile per affrontare gli ostacoli comuni.

Le sfide del Mare nostrum

Al progetto bergogliano di comunione tra fedi e fratellanza tra i popoli, si oppongono le rotture che scindono l’area in parti contrapposte. La prima, fra tutte, è la questione migratoria, che evidenzia ancora oggi la drammatica esistenza di un nord e di un sud globale e, in questo caso, mediterraneo. Sul tema Francesco è tornato più volte, richiamando non solo l’Italia, ma l’intera Unione europea, ai propri compiti di solidarietà.

A questo si affiancano i pericoli del terrorismo, dei conflitti armati interni ai singoli Stati, come in Libia e in Siria, e della centralità strategica che il Mediterraneo sta riacquisendo dopo gli anni della Guerra fredda. Soltanto una settimana fa, l’ennesimo incrociatore missilistico di Mosca, la Voenno-morskoj flot, si è unita al traffico navale cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni.

Sfide che Francesco dovrà affrontare per dare avvio a un cammino comune che colleghi lo stretto di Gibilterra al canale di Suez. Profondamente convinto che, come postulato in Evangelii Gaudium, l’unità sia superiore al conflitto: perdersi in quest’ultimo, limita la prospettiva. Adoperarsi per trasformarlo in un processo di pace è la vera missione della (geo)politica cristiana.

Foto di copertina ANSA/ANGELO CARCONI

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